L’equivoco su Basilea 2. Cui prodest ?
di adminSi è per lo più consapevoli che le regole di «Basilea 2» danno luogo ad assorbimenti patrimoniali per la banca differenziati in funzione del rischio stimato sui finanziamenti erogati alle diverse controparti, tuttavia il collegamento fra questi assorbimenti patrimoniali e le decisioni della banca, cui sopra si è accennato, nella discussione a livello “politico” non viene esplicitato e rimane sullo sfondo come un fatto del tutto ovvio e scontato. Ne consegue – secondo quell’erronea impostazione della discussione – che rivedere i criteri di Basilea 2, nel senso di alleggerire i relativi vincoli previsti a carico delle banche, comporterebbe il sicuro effetto di aumentare i finanziamenti alle imprese, particolarmente a quelle medio-piccole che in questo momento sono indicate come la principale vittima della crisi economico-finanziaria.
Le banche sul punto non sembrano aver preso una definita ed esplicita posizione, tecnicamente argomentata. Pur essendo pienamente consapevoli della incoerenza fra premessa e conclusioni, hanno forse ritenuto che si tratti in fondo di una parziale assoluzione rispetto alla colpa loro attribuita di avere razionato il credito. Se da parte delle imprese e da parte della “politica” si accollano alle banche, a torto o a ragione, varie responsabilità, inefficienze, insensibilità alle istanze del mondo produttivo e altro ancora, la responsabilità del razionamento è invece almeno in parte attribuita dagli stessi detrattori del sistema bancario alle regole di Basilea 2, che costituiscono per le banche stesse la fonte di vincoli normativi insuperabili. Sicché se mai questi vincoli fossero poi allentati, cosa del tutto improbabile, le banche comunque ne gioverebbero sotto il profilo della flessibilità gestionale, a prescindere dalla erroneità degli argomenti che potrebbero avere spinto in quella direzione.
In questa “commedia degli equivoci” si alimenta ormai quotidianamente un dibattito su Basilea 2, sui rating, sulla indesiderata prociclicità delle regole e sui relativi effetti sul rapporto banca-impresa in larga misura atecnico e a mio parere fuori fuoco.
Iniziamo con il sottolineare che le c.d. regole di Basilea 2 nulla hanno a che fare direttamente con le decisioni delle banche in merito agli affidamenti alle singole imprese e in merito ai tassi di interesse applicabili alle singole esposizioni. Le regole di cui stiamo trattando comportano soltanto un assorbimento patrimoniale per le banche, vale a dire una virtuale allocazione del patrimonio disponibile (diciamo pure del capitale netto di bilancio, ma solo per semplicità) sulle singole operazioni di prestito. Sicché la quantità di patrimonio della banca vincola la sua capacità concreta di concedere credito; e poiché detto assorbimento patrimoniale, a parità di importo finanziato, dipende in una certa misura dal rischio attribuito alla controparte, un allentamento della regola tecnica che lega rischio di credito e assorbimento patrimoniale consentirebbe alle banche di erogare complessivamente maggiori prestiti all’insieme delle imprese, a partire da una medesima quantità di patrimonio. E non si parli ancora di “accantonamenti”, che evocano effetti per la banca del tutto estranei a quelli prodotti dalle regole di Basilea; non si parli di accantonamenti, a proposito di un regime prudenziale sui requisiti patrimoniali che è ormai di fatto vigente dal lontano 1988. E’ una mera allocazione virtuale del capitale delle banche, anche se non per questo priva di effetti sulla gestione.
Poco utile sarebbe addentrarsi qui nelle complessità degli accordi di Basilea 2. Basti considerare che, all’interno di questo vincolo generale e aggregato, le banche hanno piena facoltà di comporre il proprio portafoglio prestiti per tipologia di controparte sotto il profilo dimensionale e settoriale e piena facoltà di determinare una griglia di tassi di interesse a carico della clientela prenditrice di fondi, in linea evidentemente con le condizioni di mercato, che sono ovviamente esogene rispetto alle regole di Basilea. Per non dire della facoltà di allocare variamente il capitale su rischio di credito e rischio di mercato (scarsi margini vi sono invece con riferimento al rischio operativo), in relazione alle politiche gestionali adottate.
E’ ben vero che a fronte di un più elevato rischio percepito dalla banca, più elevati saranno i tassi applicati al cliente, ma questa è una regola di assoluto buon senso, e prescinde dai vincoli di Basilea 2. Se poi l’adozione di modelli evoluti di stima del rischio e dei relativi assorbimenti patrimoniali si riflette in un modello di pricing che tiene conto del “costo del rischio” secondo un definito algoritmo, oltreché del “costo del capitale” assorbito, ciò costituisce solo la modalità tecnica evoluta con la quale quel principio di buon senso viene applicato. Un diverso approccio, incapace di discriminare fra diversi prenditori, e quindi di prezzare il relativo rischio, comporterebbe un trasferimento di risorse dalla clientela migliore a quella peggiore, mediante un appiattimento della griglia dei tassi praticati alle imprese clienti, oppure un pricing applicato in modo del tutto soggettivo o arbitrario, con un più debole legame con il rischio di credito che la banca assume sulle singole esposizioni.
Nelle banche che adottano modelli di rating interni, la stima del rischio è condensata nella c.d. “probabilità di insolvenza” (Probability of Default – PD), che a sua volta si riflette proprio nel rating attribuito alla singola controparte, un indicatore più facilmente leggibile all’interno e all’esterno della banca, e anche meno «imbarazzante» sotto il profilo della comunicazione rispetto ad una formulazione diretta in termini di probabilità di insolvenza dell’impresa-cliente. La PD del cliente è certamente una variabile che influenza in modo diretto l’assorbimento patrimoniale della banca, ma, come già ho precisato, non influenza affatto in modo diretto e automatico il pricing al singolo cliente, né l’entità dei fidi accordati allo stesso; in ogni caso questa influenza è estranea alle regole di Basilea 2 e dipende invece dalle politiche che la banca si è data, sotto il profilo della maggiore o minore rilevanza attribuita al rating a questi specifici fini. Ad ulteriore conferma della non esistenza di un automatismo nel legame fra rating e pricing va comunque ricordata l’ovvia circostanza secondo la quale, pur astrattamente a parità di classificazione di una medesima impresa-cliente in termini di PD e di assorbimento patrimoniale, due diverse banche possono non solo fissare griglie di prezzi diversi per il credito erogato a quella impresa nelle diverse forme tecniche, ma pure più in generale diversamente costruire l’intera struttura dei prezzi/tassi con riferimento all’insieme delle classi di rating. Analogamente può dirsi a riguardo del legame fra rating e importo degli affidamenti al singolo cliente.
Nella quotidiana operatività bancaria la rilevanza del rating nella decisione della banca di affidare o meno un’impresa, per quali importi e a quali condizioni è quindi molto meno significativa di quanto si pensi, e di quanto a volte qualche banca lasci intendere. In effetti nei casi meno virtuosi si osserva che i gestori della relazione con il cliente-impresa utilizzano il rating e le un po’ “misteriose” (per il cliente) logiche di Basilea 2 come schermo e giustificazione di un atteggiamento di particolare prudenza che viene ricondotto ad una procedura “esterna” alla volontà della stessa banca, in quanto riconducibile a quelle logiche.
Riassumendo. 1) Le c.d. regole di Basilea 2 non prevedono accantonamenti di sorta, bensì requisiti (o assorbimenti virtuali) patrimoniali graduati in funzione del rischio di credito attribuito all’impresa- cliente (estranei a queste note sono gli altri rischi bancari contemplati: rischi di mercato e rischi operativi). 2) Non vi è necessariamente una diretta influenza di queste regole sui tassi applicati alla clientela, che rimangono una leva commerciale a disposizione della banca nell’ambito delle mutevoli condizioni di mercato. Le banche più evolute dispongono ormai di informazioni, applicativi e know how per prezzare il credito tenuto conto dei costi del funding e dell’equity, della perdita attesa e dell’assorbimento patrimoniale, ma in concreto questo approccio sembra costituire più l’eccezione che la regola. 3) Non vi è alcuna influenza diretta e meccanica del rating sull’entità delle linee di fido che la banca è disposta ad accordare al singolo cliente. Solo a livello complessivo la capacità della banca di erogare credito trova un limite nel patrimonio (computato secondo le regole di vigilanza) di cui dispone la banca stessa. Il che significa che, per aumentare detta teorica capacità complessiva, occorre stimolare o imporre un aumento della base patrimoniale delle banche oppure alleggerire il legame fra rischio di credito e assorbimenti patrimoniali, quindi consentire maggiori esposizioni creditizie a parità di patrimonio, o in altre parole ridurre la base patrimoniale in termini relativi. Aumentare detta capacità non significa tuttavia ottenere automaticamente un aumento delle erogazioni creditizie alle diverse imprese, che dipendono dalle complessive valutazioni di rischio della banca sulle singole controparti, valutazioni delle quali il rating è una componente. E’, e deve rimanere, una valutazione degli equilibri economico-finanziari e patrimoniali prospettici dell’impresa la guida nelle decisioni di affidamento della banca, ancor più dell’astratta capacità di rimborso, che nelle imprese in funzionamento ha ben poco senso, se non per sostituzione del debitore.
Così messa maggiormente a fuoco la tematica “Basilea 2”, occorre tornare alle pressioni che si vanno (inutilmente) intensificando per un “ammorbidimento” delle regole sul capitale delle banche o una sospensione o addirittura una abolizione di quelle regole, pressioni da parte di alcuni settori della “politica” e da parte del mondo delle imprese, anche attraverso le associazioni di categoria. Ed è ormai chiaro che si tratta comprensibilmente di un intervento che risulterebbe forse giustificato soltanto in un contesto in cui le banche fossero effettivamente razionate nella loro capacità di erogazione di credito dall’“esaurimento” del patrimonio disponibile, in quanto interamente assorbito dai rischi in essere. Mentre sembra piuttosto evidente che oggi domina la problematica della liquidità (visti la difficoltà per le banche di crescere grazie a positive dinamiche della raccolta e il congelamento del mercato delle cartolarizzazioni), oltre all’evidente aumento del rischio di credito percepito.
Ammesso comunque che sia davvero desiderabile per questa via (vale a dire un intervento su Basilea 2) un indebolimento patrimoniale delle banche nell’attuale contesto, e dubito fortemente che lo sia, non risulta che queste abbiano raggiunto il limite della propria capacità teorica di esposizione a rischio di credito e che da questo dipenda quello che viene indicato come un fenomeno di razionamento. E d’altro canto le operazioni annunciate, da parte di alcuni importanti gruppi, di ricapitalizzazione cash o comunque volte a liberare patrimonio per altra via, non devono ritenersi finalizzate direttamente a destinare maggiori flussi finanziari alle imprese. Come già si è accennato, un alleggerimento/sospensione/abolizione dei vincoli non potrebbe in ogni caso far venir meno il diritto-dovere della banca di allocare il credito sulla base di una rigorosa istruttoria, che passa anche dalla considerazione del rating attribuito, ma certamente non si esaurisce in questo.
Qualcuno un po’ ingenuamente forse ritiene che un ritorno al passato possa restituire all’impresa quella capacità di credito oggi in molti casi compromessa dalla crisi e, sopravvalutandone il ruolo, che l’introduzione dei rating e delle regole di Basilea 2 sia almeno in parte la causa del razionamento cui si assiste. Si dimentica però – o semplicemente si ignora – che le regole di Basilea 2 trovano origine e stimolo nelle applicazioni dei modelli di rating nelle banche più evolute a livello internazionale sotto il profilo dei sistemi gestionali, e non viceversa. E’ pur vero che altre banche, forse la maggior parte, hanno invece ricevuto stimoli all’introduzione (o all’affinamento) dei sistemi di rating a seguito dell’entrata in vigore delle regole di Basilea 2, ma ritenere che l’abolizione di quelle che qualcuno ha definito “deprecabili” e “tecnocratiche” regole possa indurre il sistema bancario a tornare al “pallottoliere” negli approcci valutativi, e comunque ad erogare credito con maggiore generosità, è davvero illusorio. I sistemi di rating sopravvivranno comunque a Basilea 2, anche se si ritenesse di abbandonare quelle regole ai fini dei requisiti patrimoniali delle banche. E ancora si dimentica che Basilea 2 è la conseguenza anche della pressione del sistema bancario internazionale per ottenere la possibilità di superare le precedenti e meno raffinate regole di Basilea 1 e quindi di meglio sfruttare la propria dotazione patrimoniale, grazie ad un alleggerimento dei requisiti come riflesso di un affinamento della misurazione del rischio di credito sulle singole controparti. Basilea 2, in altri termini, ha mediamente ridotto i requisiti patrimoniali delle banche che adottano sistemi di rating interni, non li ha aumentati.
A questo proposito giova, peraltro e incidentalmente, ricordare che le regole di Basilea 2 consentono alle banche di adottare, ai fini dei requisiti patrimoniali obbligatori, modelli di rating evoluti e autorizzati dall’Organo di Vigilanza (i citati sistemi di rating interni), oppure approcci semplificati e standardizzati che prescindono dai rating interni assegnati alla clientela. Ne consegue che, per le non poche banche che adottano il metodo c.d. standard, ricondurre ai rating e alle regole di Basilea 2 le politiche restrittive sul credito alle imprese è a maggior ragione privo di significato.
In conclusione, a) le imprese hanno a mio parere individuato un falso bersaglio da colpire (le regole di Basilea 2) per ottenere un allargamento del credito; b) il dibattito internazionale post crisi finanziaria – anche in autorevoli consessi (ad esempio, Financial Stability Forum, G20) – sulla solidità dei sistemi bancari mondiali spinge (e si può condividere) in direzione esattamente opposta, verso un graduale innalzamento dei requisiti patrimoniali del sistema e la fissazione di limiti di leverage, e le banche, forse un po’ passivamente, ne sono del tutto consapevoli; c) il potere esecutivo sembra poco incline ad accettare di non poter considerare a pieno titolo il sistema bancario come un braccio operativo della politica economica, mediante l’uso del credito per accelerare l’uscita dalla crisi. Da qui le azioni che passano da sorprendenti quanto irrealistici compiti di monitoraggio attribuiti ai Prefetti ai vincoli operativi posti alle banche che facciano eventualmente ricorso ai “Tremonti Bond” (ma è ormai chiaro che i principali gruppi non vi faranno ricorso), per non dire della quotidiana pressione mediatica sulle banche e in particolare sulle grandi o “troppo grandi” banche del sistema; d) le banche costituiscono un bersaglio per la “politica” relativamente alla portata e di facile “presa” (i temi della concentrazione di potere, della speculazione, dell’innovazione finanziaria lontana dai bisogni dell’economia, dei super bonus, etc.).
Stranamente, senza voler dimenticare le responsabilità delle grandi banche internazionali per l’alimentazione di una finanza talvolta distante dall’economia reale, non si tratta più della cronica sottocapitalizzazione delle imprese, della tendenza diffusa a fare impresa a valere sul debito, di bilanci di esercizio guidati da obiettivi di governo del carico tributario, della scarsa propensione all’investimento in ricerca e sviluppo e nella proprietà industriale, all’internazionalizzazione e alle aggregazioni per raggiungere dimensioni più coerenti con il contesto competitivo mondiale, né si tratta delle carenze manageriali particolarmente della piccola-media impresa, nelle funzioni di produzione, commerciale e direi soprattutto nella funzione finanziaria.
Le considerazioni svolte non mirano a concludere che in ambito bancario nulla si possa o di debba fare, che la regolamentazione bancaria sul capitale non possa subire un utile e robusto intervento di “manutenzione” o anche di significativa revisione, che le politiche gestionali, gli assetti organizzativi e i processi operativi delle banche non siano migliorabili anche e soprattutto nell’interesse della clientela-imprese. Niente affatto; su questi fronti molto potrebbe e dovrebbe farsi. Mirano invece a fissare quella che, a mio parere, costituisce una base di partenza per una ordinata discussione, oggi troppo orientata o disorientata – sui temi del capitale delle banche – da istanze poco fondate.
E allora a chi giova l’“equivoco” su Basilea 2 ? Quanto al breve termine ciascuno concluderà come ritiene. In una prospettiva di medio termine, certamente non giova a nessuno.
Prof. Michele Rutigliano
Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari, Università di Verona
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