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Crisi nello Stretto di Hormuz, petrolio verso i 100 dollari: rischio per mercati e imprese italiane

di Matteo Scolari
L’escalation tra Iran e Paesi del Golfo spinge il Brent a 80 dollari con un balzo del 10% negli scambi over the counter. Timori per inflazione, logistica e costi energetici anche per il sistema produttivo del Veneto.

L’attacco contro l’Iran e la successiva rappresaglia di Teheran contro i Paesi del Golfo riaccendono lo spettro di un vero e proprio shock energetico globale, con potenziali ripercussioni dirette anche sull’economia italiana e veneta, fortemente dipendente dalle dinamiche del commercio internazionale e dall’andamento dei prezzi dell’energia.

Un primo segnale si è già materializzato nelle ultime ore: centinaia di petroliere e navi di gas naturale liquefatto sono rimaste ferme ai lati dello Stretto di Hormuz, mentre le portacontainer dei grandi operatori logistici internazionali sono state costrette a deviare le rotte. La conseguenza immediata è stata un’impennata del prezzo del greggio. Negli scambi over the counter il barile è salito del 10% e il Brent, benchmark internazionale, è passato dai 72,8 dollari della chiusura di venerdì a quota 80 dollari, alimentando attese di forte volatilità all’apertura delle Borse asiatiche.

Una nave petroliera.
Una nave petroliera.

Nonostante le rassicurazioni del presidente americano Donald Trump, che si è detto «per nulla preoccupato» per l’andamento del barile, gli analisti prospettano scenari ben più tesi. «Prevediamo che i prezzi apriranno vicini ai 100 dollari al barile e forse supereranno tale livello se assisteremo a un’interruzione prolungata dello Stretto di Hormuz», afferma Ajay Parmar, direttore del settore energia e raffinazione dell’Icis. Una valutazione condivisa anche dagli esperti di Barclays e di altre grandi banche internazionali, che prevedono un effetto a catena anche sui prezzi del gas.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta un nodo strategico per l’energia globale: attraverso quel corridoio marittimo transita circa un quinto della produzione mondiale di petrolio e gas. Un’eventuale interruzione prolungata, controllata dai Pasdaran iraniani, potrebbe dunque generare tensioni strutturali sull’offerta. L’aumento della produzione di oltre 200mila barili al giorno deciso dagli otto Paesi membri dell’Opec+ per il mese di aprile appare, in questo contesto, insufficiente. Il rialzo, superiore alle attese, rappresenta infatti una quota minima rispetto ai volumi che transitano quotidianamente nello Stretto e rischia di non compensare eventuali blocchi.

Una raffineria di petrolio.
Una raffineria di petrolio.

Il paradosso è che proprio Paesi come l’Arabia Saudita, tra i principali produttori pronti ad aumentare l’estrazione, sono anche quelli che utilizzano maggiormente la via marittima per esportare il greggio. Gli oleodotti alternativi di cui Riad dispone non sono in grado di sostenere gli stessi volumi, limitando la capacità di aggirare eventuali interruzioni e amplificando il rischio di strozzature logistiche.

Le prime reazioni dei mercati mediorientali sono state negative. Le piazze aperte la domenica, come Giordania, Egitto e Oman, hanno registrato perdite significative; a Riad l’indice principale ha ceduto il 2%. La sospensione delle contrattazioni a Dubai e Abu Dhabi per due giorni contribuisce ad accrescere l’incertezza. In controtendenza si è mossa Saudi Aramco, salita di oltre il 3% grazie alle aspettative di un rapido aumento delle quotazioni del greggio.

L’attenzione ora si sposta sulle Borse asiatiche ed europee, dove i titoli petroliferi potrebbero beneficiare del rialzo del barile, mentre il comparto industriale e quello dei trasporti rischiano di subire le maggiori pressioni. Particolarmente esposte le compagnie aeree, penalizzate sia dalla sospensione dei voli nei grandi hub mediorientali sia dal probabile aumento dei costi del carburante.

Pompe di carburante.
Pompe di carburante.

Per l’Italia e per un territorio manifatturiero come il Veneto, la prospettiva di un petrolio vicino ai 100 dollari riapre il tema dell’inflazione energetica e della compressione dei margini delle imprese. Un prolungato rincaro di petrolio e gas potrebbe tradursi in maggiori costi di produzione, pressione sui prezzi finali e nuove tensioni sulle catene di approvvigionamento, con effetti diretti sull’export, asset fondamentale per l’economia regionale.

In questo scenario già complesso, sorprende l’andamento del Bitcoin, che dopo le perdite di sabato ha recuperato quota 68.000 dollari, muovendosi in controtendenza rispetto alla maggior parte degli asset tradizionali. Resta però il fiato sospeso sui mercati globali: l’equilibrio tra energia, stabilità finanziaria e commercio internazionale torna al centro di una crisi che potrebbe avere conseguenze profonde e durature.

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