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Segabinazzi: «Parità di genere nei ruoli apicali, grande sfida per le banche»

di Matteo Scolari
Elisa Segabinazzi, segretaria generale FIRST Cisl Verona, presenta uno studio sulla parità di genere nel mondo bancario e parla del pericolo della desertificazione, in particolare nei territori periferici.

Elisa Segabinazzi, segretaria generale di FIRST Cisl Verona, ospite di Focus Verona Economia giovedì 12 dicembre, ha offerto un’analisi approfondita sullo stato del settore bancario, con un focus particolare sulla disparità di genere e sull’impatto sociale delle fusioni bancarie. Attraverso i dati del loro Ufficio Studi, ha messo in evidenza le sfide che le donne affrontano nei percorsi di carriera e il fenomeno della “desertificazione bancaria” nelle aree meno servite. Con uno sguardo critico ma costruttivo, Segabinazzi ha sottolineato l’importanza di politiche inclusive e di sostegno per le comunità locali e per il personale bancario, affinché il settore possa affrontare le sfide future con maggiore equità e attenzione al territorio.

Segretaria Segabinazzi, partiamo dal vostro studio che denuncia la disparità di genere nei vertici delle banche e delle assicurazioni. Qual è la situazione attuale?

Purtroppo, la parità di genere nei vertici bancari e assicurativi rimane una chimera. I dati del nostro studio parlano chiaro: nei livelli dirigenziali e apicali, le donne sono nettamente sotto rappresentate. A Verona, ad esempio, solo il 21% dei quadri direttivi e dirigenti è composto da donne, contro il 79% di uomini. A livello nazionale, la situazione migliora leggermente, ma il divario resta significativo: 37% di donne contro 63% di uomini.

Da dove nasce questa disparità? È una questione culturale, organizzativa o altro?

La disparità ha radici profonde, principalmente culturali. Persistono pregiudizi che vedono la donna come più sacrificabile in ambito lavorativo, specie nei percorsi di carriera, a favore del suo ruolo tradizionale di cura della famiglia. Questo retaggio culturale è spesso supportato da una carenza di politiche aziendali mirate a favorire la conciliazione vita-lavoro e la genitorialità. Serve un’azione strutturale per invertire questa tendenza.

Un altro dato significativo è quello sul part-time, richiesto quasi esclusivamente da donne. Cosa ci dice questo fenomeno?

Il part-time è richiesto per il 92% dai lavoratori di sesso femminile, e questo riflette ancora una volta il peso sproporzionato delle responsabilità familiari che grava sulle donne. È un dato preoccupante, perché il tempo parziale spesso penalizza le lavoratrici nei percorsi di carriera, limitando la loro crescita professionale e la possibilità di accedere a ruoli di maggiore responsabilità.

Guardando al futuro, ci sono segnali di miglioramento?

Sì, ci sono segnali incoraggianti. Dallo studio emerge che le promozioni a categorie superiori stanno raggiungendo una parità tra uomini e donne. Questo potrebbe indicare un cambiamento positivo nei prossimi anni, con un progressivo miglioramento della rappresentanza femminile nei ruoli apicali. Tuttavia, non possiamo aspettare che il cambiamento avvenga da solo. Serve un impegno concreto da parte delle istituzioni e delle aziende per accelerare questo processo.

Parliamo delle fusioni bancarie, come l’offerta di UniCredit su Banco BPM. Quali sono le vostre preoccupazioni su questi grandi movimenti?

Le fusioni bancarie rappresentano un fenomeno inevitabile nel panorama attuale, ma generano preoccupazioni significative. Il nostro timore principale riguarda l’impatto sull’occupazione e sulla rete degli sportelli. Banco BPM e UniCredit sono entrambi istituti molto radicati sul territorio, e l’integrazione potrebbe portare a chiusure di filiali e riduzione del personale. Un altro aspetto critico è il rischio di credito per le imprese. Molte aziende hanno affidamenti con entrambe le banche e, in caso di fusione, potrebbero vedersi ridurre le linee di credito a causa dell’eccessiva esposizione. Questo è un punto che continueremo a monitorare con grande attenzione.

La chiusura degli sportelli bancari è un fenomeno crescente. Qual è l’impatto di questa “desertificazione bancaria”?

La chiusura degli sportelli è un fenomeno che ci preoccupa molto. A Verona, il 14,3% dei comuni è oggi privo di uno sportello bancario, contro l’11,2% del 2021. Questo dato è inferiore alla media nazionale, ma comunque allarmante. La desertificazione bancaria colpisce in modo particolare le aree montane e periferiche, dove spesso la popolazione è più anziana e meno abituata agli strumenti digitali. Questo fenomeno non è solo un problema di accesso ai servizi, ma ha anche implicazioni sociali ed economiche. La chiusura di uno sportello riduce i punti di riferimento per la comunità e può contribuire allo spopolamento delle aree rurali, aggravando il divario tra centro e periferia.

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