Vini a bassa gradazione, Confcooperative: «Serve una definizione distinta dai dealcolati»
di Matteo ScolariLa crescente attenzione dei consumatori verso modelli di consumo più moderati e sostenibili impone nuove riflessioni sul futuro del vino italiano. In questo contesto, dal Vinitaly 2026 di Verona arriva la proposta di Confcooperative di introdurre una chiara distinzione normativa tra i vini a bassa gradazione alcolica naturale e i vini dealcolati, con l’obiettivo di valorizzare le produzioni ottenute direttamente in vigneto attraverso tecniche agronomiche specifiche.
A evidenziare questa esigenza è Luca Rigotti, presidente del settore Vitivinicolo di Confcooperative, che a margine dell’inaugurazione della manifestazione ha sottolineato come il tema rappresenti una delle principali sfide per il comparto. «È oggi possibile riuscire a ridurre il grado alcolico in maniera naturale, partendo dal vigneto. Le corrette tecniche agronomiche e l’utilizzo dei giusti cloni consentono infatti di posticipare la maturazione dell’uva, contenendo così il contenuto in zucchero senza compromettere la maturazione aromatica dell’uva».
Rigotti ha inoltre evidenziato come queste pratiche permettano di ottenere vini equilibrati e armonici anche con una gradazione inferiore ai 9 gradi. «In questa maniera – prosegue Rigotti – si ottengono con una gradazione totale sotto i 9° ma equilibrati sul fronte dell’armonia e dell’equilibrio gustativo».

Per evitare confusione sul mercato e tutelare gli sforzi dei produttori, Confcooperative ha avanzato la richiesta che nel cosiddetto “Pacchetto vino” venga introdotta una nomenclatura specifica per i vini a bassa gradazione alcolica naturale. «Ecco perché come Confcooperative – spiega il presidente del Settore Rigotti – abbiamo proposto che nel “Pacchetto vino” venga prevista, in una logica di differenziazione dell’offerta, una pari nomenclatura per i vini a bassa gradazione alcolica naturale. Ciò per evitare che si ingeneri confusione tra vini a bassa gradazione alcolica naturale, dealcolati e bevande analcoliche a base di vino dealcolato, vanificando così gli obiettivi e gli sforzi dei produttori che intendono proporre sul mercato dei vini differenti dai vini dealcolati e che dovrebbero a ragione poter essere indicati con una propria definizione».
Un ulteriore tema centrale riguarda l’utilizzo dei vitigni resistenti alle malattie (Piwi), particolarmente apprezzati dalle nuove generazioni, come Millennial e Gen Z, per il loro contributo alla sostenibilità ambientale grazie alla significativa riduzione dei trattamenti fungicidi. Attualmente, l’Italia rappresenta l’unico Paese europeo a non consentire l’impiego di questi vitigni per la produzione di vini DOP, a causa delle limitazioni previste dal Testo Unico del Vino. «Mentre in Francia denominazioni prestigiose come Champagne e Bordeaux li utilizzano – spiega Rigotti – da noi in Italia il Testo unico del vino (articolo 33, comma 6) ne vieta l’utilizzo. Auspichiamo un adeguamento normativo che consenta anche in Italia di poter iniziare ad utilizzare anche vini derivanti da vitigni resistenti».
I numeri di Confcooperative confermano il peso economico del sistema cooperativo nel settore vitivinicolo: 266 cantine e consorzi cooperativi, 100.000 soci viticoltori e un fatturato aggregato di 5,2 miliardi di euro, di cui 1,8 miliardi generati dall’export. Sono inoltre circa 100 le realtà con un valore della produzione superiore ai 10 milioni di euro e, nell’ultimo anno, le cooperative hanno investito 395 milioni di euro in sostenibilità ambientale, a testimonianza dell’impegno del comparto verso modelli produttivi sempre più responsabili e innovativi.
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