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Francesca Porcellato: «Le Paralimpiadi cambiano le città, non solo lo sport»

di Matteo Scolari
La “rossa volante” racconta l’emozione dei Giochi in casa, la legacy dell’accessibilità e il valore sociale dello sport paralimpico.

Avere le Paralimpiadi in casa significa molto più che ospitare una competizione sportiva. Significa vedere riconosciuto un percorso, abbattere barriere fisiche e culturali, lasciare un’eredità concreta alle città e alle persone. A raccontarlo è Francesca Porcellato, una delle atlete paralimpiche italiane più titolate di sempre, protagonista a Focus Verona Economia e ospite dell’incontro “Verona e la legacy delle Paralimpiadi” a Casa Verona.

Francesca, che emozione è avere Olimpiadi e Paralimpiadi così vicine, qui in Italia?

È un’emozione fortissima. Io sono una sportiva nata, amo i Giochi Olimpici e Paralimpici, e averli in casa è qualcosa di speciale. Questi Giochi li ho visti nascere: ero a Losanna per la candidatura e ho raccontato l’Italia, lo sport italiano e le nostre eccellenze ai membri del CIO. Vederli oggi diventare realtà è davvero emozionante.

Lei non è solo atleta, ma ha lavorato anche all’organizzazione di Milano Cortina 2026. Che esperienza è stata?

Posso dire che è più facile fare l’atleta che stare dall’altra parte. Ho fatto parte del board di Milano Cortina, sono ambassador e membro della commissione atleti. C’è stato tantissimo lavoro, sudore, impegno. Non è stato semplice, ma è stata una grande sfida e una grandissima soddisfazione.

Qual è stato, secondo lei, uno degli elementi decisivi per ottenere l’assegnazione dei Giochi?

Sicuramente l’eccellenza italiana in tanti settori, ma anche il fatto che fosse un’Olimpiade diffusa. Il 90% degli impianti era già esistente e sarebbe stato riqualificato. Questo ha rappresentato una delle chiavi vincenti, insieme a una visione sostenibile dell’evento.

Lei ha partecipato sia alle Paralimpiadi estive che invernali. Cambia l’approccio emotivo?

L’emozione è sempre la stessa, perché una Paralimpiade è il risultato di un percorso lungo e faticoso. Già ottenere il pass per partecipare è una vittoria enorme. Le selezioni sono rigidissime e dietro c’è un lavoro incredibile. Poi, quando sei lì, vuoi dare il massimo, ma anche chi non sale sul podio ha già vinto.

Eventi come le Paralimpiadi portano con sé un forte messaggio sull’accessibilità. Quanto è importante questa legacy?

È fondamentale. Le Paralimpiadi non sono solo eventi sportivi, sono eventi sociali che portano cambiamento. Lasciano una legacy importantissima, fatta di abbattimento delle barriere architettoniche ma anche di quelle psicologiche. Le città vengono adeguate, rese più accessibili, e questo resta nel tempo.

L’ascensore in Arena di Verona è uno dei simboli di questa eredità. Che valore ha?

È un segno concreto e tangibile. Non è solo un’opera strutturale, è un messaggio chiaro: tutti devono poter vivere la città e i suoi luoghi simbolo. È un regalo che si fa alla città, ma soprattutto alle persone.

Quanto è cambiata, negli anni, la percezione dello sport paralimpico?

È cambiata tanto, ma non abbastanza. Siamo diventati più bravi, ma non bravissimi. Dobbiamo continuare a lavorare per rendere le città sempre più inclusive e accessibili. Le Paralimpiadi aiutano molto, perché mostrano cosa è possibile fare, cosa si può superare.

Che ruolo hanno questi eventi per le nuove generazioni?

Sono un esempio potentissimo. Parlano di impegno, coraggio, tenacia, confronto leale. Mostrano che ognuno può avere un ruolo da protagonista nella comunità. Ed è un messaggio che va ben oltre lo sport.

Se dovesse riassumere il senso delle Paralimpiadi in una frase?
Sono la dimostrazione che il limite non definisce una persona. Quello che conta è il percorso, la possibilità di partecipare, di essere parte della società. Le Paralimpiadi rendono tutto questo visibile e reale.

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