Federico Crosara: «Portare le Paralimpiadi a Verona significa cambiare mentalità»
di Matteo ScolariVivere una Paralimpiade da atleta significa entrare in una dimensione che va oltre la gara. Farlo nella propria città moltiplica emozioni e responsabilità. Federico Crosara, atleta veronese di tennistavolo paralimpico e partecipante ai Giochi di Parigi 2024, è stato tra i protagonisti dell’incontro a Casa Verona dedicato alla legacy paralimpica. La sua testimonianza intreccia sport, identità e trasformazione culturale.
Federico, da veronese e da atleta paralimpico, che emozione è sapere che Verona ospiterà la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi?
È un’emozione grandissima. Dopo aver vissuto l’esperienza paralimpica a Parigi 2024, so bene cosa rappresenta questo evento. Portarlo qui, nella mia città, è una soddisfazione ancora più grande. È qualcosa che ti riempie di orgoglio.
Lei ha vissuto le Paralimpiadi da protagonista. Cosa si prova a livello agonistico?
È un’emozione difficilissima da spiegare. Gareggiare davanti a 6.000 persone che fanno il tifo è qualcosa che, per chi pratica sport paralimpico, capita quasi solo in queste occasioni. Non siamo abituati a un pubblico così ampio, quindi anche la gestione emotiva diventa una parte fondamentale della prestazione.
Quanto conta il pubblico in una competizione di questo livello?
Conta tantissimo. Ti dà una carica incredibile, ma può anche metterti in difficoltà se non sei abituato. È una sensazione fortissima, che ti resta addosso anche dopo la gara.
Le Paralimpiadi sono spesso associate al tema dell’accessibilità. Perché è così centrale?
Perché eventi di questo tipo costringono le città a confrontarsi concretamente con l’accessibilità. Non è solo teoria: bisogna organizzare, accogliere, gestire. Questo aiuta a far crescere la cultura dell’accessibilità, che è fondamentale soprattutto per una città turistica come Verona.
Secondo lei Verona è pronta a questo cambiamento?
Sta facendo passi importanti. Il fatto di ospitare eventi paralimpici significa toccare con mano certe tematiche. Questo porta consapevolezza e aiuta ad abbattere barriere che spesso sono più mentali che strutturali.
La legacy è uno dei concetti chiave delle Paralimpiadi. Cosa resterà dopo i Giochi?
Resterà sicuramente qualcosa di materiale, come l’accessibilità dell’Arena, ma soprattutto resterà una legacy culturale. Chi assisterà agli eventi paralimpici ne uscirà arricchito, con uno sguardo diverso sulla disabilità e sullo sport.
L’ascensore in Arena è un simbolo forte di questa eredità. Che valore ha per lei?
È un segnale importantissimo. Fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile. Oggi invece è realtà, e dimostra che investire sull’accessibilità è possibile e necessario.
Che messaggio lancia lo sport paralimpico alla città e ai cittadini?
Che l’accessibilità dovrebbe essere normalità. Che lo sport paralimpico non è uno sport di serie B. Che l’inclusione passa dalle scelte concrete e dalla volontà di cambiare prospettiva.
Se dovesse sintetizzare cosa rappresentano le Paralimpiadi per Verona?
Un’occasione unica per crescere. Non solo come città organizzatrice, ma come comunità. Perché le Paralimpiadi non cambiano solo gli spazi, cambiano le persone.
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