Valentina Cavedon: «Le Paralimpiadi nascono dalla scienza e parlano di equità»
di Matteo ScolariLa Paralimpiade non è solo spettacolo, emozione e racconto umano. È anche scienza applicata, ricerca continua e costruzione di regole eque, fondate su dati oggettivi e su un confronto internazionale costante. A raccontarlo è Valentina Cavedon, ricercatrice del Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona, impegnata da anni nello studio dello sport adattato e degli atleti paralimpici. Un lavoro che unisce laboratorio, campo gara e storia dello sport, e che trova nelle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 un momento di forte visibilità e responsabilità.
Dottoressa Cavedon, di cosa si occupa la sua attività di ricerca all’Università di Verona?
Sono ricercatrice presso la sede di Scienze Motorie dell’Università di Verona e la mia attività è focalizzata principalmente sull’ambito paralimpico e sugli sport adattati. Mi occupo dello studio di atleti con lesione midollare, amputazioni e disabilità visive, analizzando aspetti come la composizione corporea, la salute dell’osso e i sistemi di classificazione negli sport paralimpici.
Che tipo di lavoro c’è dietro questi studi?
È un lavoro che dura da circa quindici anni. Abbiamo portato lo sport paralimpico nei nostri laboratori, ma allo stesso tempo siamo andati noi nei luoghi di allenamento e di gara degli atleti, in tutta Italia. L’obiettivo è fornire basi scientifiche solide che possano aiutare allenatori e preparatori fisici a costruire programmi di allenamento specifici, orientati sia alla prestazione sia al benessere.
Quanto conta l’aspetto umano rispetto al dato scientifico?
Conta moltissimo. Dietro ogni numero ci sono storie, percorsi di vita, esperienze personali. Testare questi atleti significa anche ascoltare i loro racconti, capire le difficoltà e le strategie che mettono in atto ogni giorno. È un arricchimento reciproco: la scienza fornisce strumenti, ma gli atleti insegnano molto anche a noi ricercatori.
Durante un recente incontro a Casa Verona, a cui ha partecipato, ha ripercorso la storia dello sport paralimpico. Da dove nasce?
Lo sport paralimpico nasce nel secondo dopoguerra negli ospedali inglesi, come sport-terapia. Il neurologo Ludwig Guttmann intuì che l’attività sportiva poteva essere uno strumento potentissimo di riabilitazione per i reduci di guerra con lesione midollare. Inizialmente era affiancata ai percorsi clinici tradizionali, poi è diventata sempre più competitiva.
Quando avviene il passaggio allo sport agonistico vero e proprio?
Nel 1948, in concomitanza con le Olimpiadi di Londra, si tengono gli Stoke Mandeville Games, inizialmente all’interno dell’ospedale. Nel giro di pochi anni diventano un evento internazionale. In Italia un ruolo fondamentale lo ha avuto il professor Antonio Maglio, che avviò la sport-terapia nel centro paraplegici di Roma. Grazie a questo percorso, nel 1960, in occasione delle Olimpiadi di Roma, si svolsero le prime Paralimpiadi estive della storia.
Una delle caratteristiche più complesse dello sport paralimpico è il sistema di classificazione. Come funziona?
La classificazione è una peculiarità necessaria per garantire competizioni il più possibile eque. Ogni disciplina stabilisce criteri di eleggibilità, cioè quali tipologie di disabilità possono partecipare e con quale livello minimo di menomazione. L’obiettivo è ridurre al minimo il vantaggio o lo svantaggio legato alla disabilità, così che la gara premi davvero la prestazione sportiva.
È semplice attribuire una classe a un atleta?
Assolutamente no. È uno dei temi più complessi e dibattuti. La variabilità tra gli atleti è enorme e il Comitato Paralimpico Internazionale ha stabilito che i sistemi di classificazione debbano essere sempre più basati su evidenze scientifiche. È un lavoro in continua evoluzione, che richiede dati oggettivi, confronto e aggiornamento costante.
Si dice spesso che nelle Paralimpiadi sia lo sport ad adattarsi all’atleta, e non il contrario. È corretto?
Sì, ed è uno degli aspetti più affascinanti. L’atleta, di fronte a un limite funzionale, trova soluzioni motorie nuove e sviluppa forme di movimento diverse ma non meno spettacolari. In alcuni sport gli adattamenti sono minimi, come nel tennis in carrozzina; in altri sono più marcati; in altri ancora le discipline nascono proprio per rispondere a esigenze specifiche.
Le Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 che ruolo possono avere per il futuro?
Un ruolo fondamentale. Sono un’enorme opportunità per il movimento paralimpico locale e nazionale, ma anche per la cittadinanza. Mi auguro che la torcia paralimpica resti simbolicamente accesa anche dopo i Giochi, perché la vera sfida è rendere strutturali l’attenzione, la ricerca e l’accessibilità.
Quanto è importante la comunicazione in questo processo?
È stata decisiva. Grazie alla visibilità mediatica, negli anni è cambiata la percezione dell’atleta paralimpico: non più una persona “bisognosa”, ma un atleta a tutti gli effetti. C’è ancora strada da fare, soprattutto sul fronte femminile, ma esempi come Francesca Porcellato e Xenia Palazzo dimostrano che siamo sulla direzione giusta.
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