Le Paralimpiadi come bussola civile: perché Milano Cortina conta più del medagliere
di Matteo ScolariC’è un modo semplice per capire se un grande evento sportivo ha davvero senso: chiedersi cosa resta quando si spengono le luci. Nel caso dei Giochi Olimpici e, soprattutto, delle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, la risposta non può essere ridotta a un bilancio turistico o a una classifica di medaglie. La risposta, se vogliamo essere onesti, è culturale. E Verona, con la cerimonia di apertura paralimpica in Arena, è chiamata a esserne protagonista.
Le Olimpiadi parlano al mondo attraverso l’eccellenza. Le Paralimpiadi, invece, parlano al mondo attraverso la verità. La verità del corpo, del limite, dell’adattamento, della tecnologia al servizio della persona. Non è sport “altro”, non è sport “minore”: è sport che mette a nudo il suo significato più profondo. Ed è per questo che, ascoltando le voci emerse a Focus Verona Economia – atleti, ricercatori, amministratori, mondo del terzo settore – emerge una consapevolezza chiara: il valore di questo evento supera ampiamente il perimetro sportivo.
Avere le Paralimpiadi in Italia significa riaffermare una tradizione che ci appartiene più di quanto ricordiamo. La prima Paralimpiade della storia si è svolta a Roma nel 1960. Oggi, sessantasei anni dopo, torniamo a essere casa di un movimento che nel frattempo è diventato globale, altamente professionale, scientificamente avanzato. Non è nostalgia: è responsabilità.
E Verona, in questo quadro, non è una semplice cornice. È un simbolo. Portare la cerimonia di apertura paralimpica in Arena significa mettere l’accessibilità al centro del patrimonio culturale, non ai margini. Significa affermare che la bellezza non è completa se non è condivisibile. L’ascensore dell’Arena, tanto discusso quanto necessario, è il segno più evidente di una legacy concreta: un’opera che resterà quando gli atleti saranno tornati a casa, e che dirà a cittadini e visitatori che l’accesso non è una concessione, ma un diritto.
Le testimonianze degli atleti – da chi ha vissuto Parigi 2024 a chi ha attraversato decenni di storia paralimpica – raccontano tutte la stessa cosa: le Paralimpiadi cambiano lo sguardo. Cambiano quello di chi gareggia, perché impongono un confronto estremo con se stessi. Cambiano quello del pubblico, perché smontano stereotipi ancora duri a morire. E cambiano quello delle istituzioni, costrette finalmente a tradurre i principi in infrastrutture, i valori in politiche.
C’è poi un aspetto che spesso resta sottotraccia, ma che a Verona è emerso con forza: la dimensione economica dell’accessibilità. Rendere una città accessibile non è solo un dovere morale, è una scelta strategica. Esiste un turismo che oggi non si muove perché non trova accoglienza. Esistono famiglie, eventi, associazioni, che generano indotto e chiedono semplicemente di poter partecipare. Le Paralimpiadi accelerano questo processo, rendendo evidente ciò che per troppo tempo è stato rimandato.
Infine, c’è il messaggio più potente. Le Paralimpiadi ci ricordano che lo sport non è il fine, ma lo strumento. Strumento di crescita, di emancipazione, di cittadinanza. In un’epoca in cui lo sport rischia di essere ridotto a intrattenimento o a business, il movimento paralimpico riporta tutto all’essenziale: la competizione come occasione di senso.
Per questo Milano Cortina 2026, e per questo Verona. Non per dimostrare che sappiamo organizzare un grande evento – lo sappiamo già – ma per dimostrare che sappiamo lasciarci cambiare. Se questa sarà la vera legacy delle Paralimpiadi, allora sì: sarà un evento che entrerà nella storia. Non solo dello sport, ma del Paese.
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