Roberto Nicolis: «Le Paralimpiadi ci mostrano il mondo come potrebbe essere»
di Matteo ScolariL’armonia come alternativa alla sincronia, l’accessibilità come forma di accoglienza e lo sport come strumento di conoscenza reciproca. Nel racconto di Roberto Nicolis a Focus Verona Economia, presidente di ASD La Grande Sfida APS, le Olimpiadi e le Paralimpiadi non sono solo un evento sportivo globale, ma un’occasione concreta di cambiamento culturale, capace di lasciare una legacy duratura per Verona e per l’intero Paese.
Presidente Nicolis, la cerimonia di apertura delle Olimpiadi ha come parola chiave “armonia”. Cosa le ha suggerito questo messaggio?
Mi ha colpito moltissimo questa parola, armonia. È una parola che sentiamo molto vicina anche alle attività che facciamo ogni giorno come associazione. Nella danza, ad esempio, dove coinvolgiamo persone con disabilità intellettive, psichiche e psicofisiche, anche gravi, non cerchiamo l’unisono, che sarebbe quasi impossibile, ma cerchiamo l’armonia.
Non la sincronia dei movimenti, ma la sintonia. Quando c’è sintonia, chi guarda ha la sensazione di vedere anche una sincronia. L’armonia non vuol dire che siamo tutti uguali, ma che ognuno, nella propria diversità, riesce a trovare il suo posto nel mondo e a sentirsi parte preziosa della comunità.
In che modo lo sport, e in particolare le Olimpiadi, riescono a trasmettere questo messaggio?
Le Olimpiadi ci fanno intravedere come potrebbe essere il mondo: un luogo con delle regole condivise, anche con un confronto acceso, ma sempre regolato. Lo sport ha questa capacità straordinaria di coinvolgere emotivamente miliardi di persone nello stesso momento.
Tra gli atleti esiste una solidarietà di fondo, perché tutti sanno cosa significa arrivare fin lì. Lo sport diventa così uno strumento potentissimo per conoscere se stessi, conoscere l’altro e conoscere il mondo.
ASD La Grande Sfida nasce nel 1990. Qual era l’obiettivo iniziale?
Siamo nati all’interno del Centro Sportivo Italiano, con il desiderio di permettere alle persone con disabilità di praticare attività sportive e ludiche, cosa che all’epoca non era affatto scontata. Molte di queste persone vivevano il tempo libero in solitudine.
Fin dall’inizio, però, abbiamo capito che non potevamo occuparci solo di sport. Ascoltando i desideri profondi delle persone, ci siamo accorti che erano gli stessi di tutti: essere stimati, amati, avere relazioni, un lavoro, una famiglia, degli amici. Da lì sono nate attività di inclusione lavorativa, convivenze, vacanze, esperienze di autonomia.
Quanto è importante la dimensione culturale nel vostro lavoro?
È centrale. La Grande Sfida ha una vocazione profondamente culturale. Sentiamo la responsabilità di contribuire a un cambiamento culturale, non solo a fornire servizi.
Per questo ci piace portare le nostre attività nelle piazze, nelle strade, negli spazi pubblici. Giocare, suonare, fare arte in mezzo alle persone significa incontrare tutti, non solo chi è già sensibile al tema. Questo aiuta a superare pregiudizi e paure, anche quelle inconsapevoli.
Verona sarà sede delle cerimonie olimpiche e paralimpiche. Che città è oggi dal punto di vista dell’inclusione?
Io preferisco parlare di città accogliente più che inclusiva. Nell’accoglienza c’è già l’inclusione, c’è la reciprocità, la capacità di incontro.
Ricordo quando, anni fa, per un evento alla Gran Guardia non esisteva una rampa. Ne venne costruita una provvisoria. Qualcuno obiettava che rendeva asimmetrico il palazzo. Io risposi che l’asimmetria vera era impedire a una persona in carrozzina di entrare. Oggi quella rampa è usata dal 90% delle persone: per allestimenti, passeggini, merci. Di chi è quella rampa? Di tutti.
Quindi l’accessibilità non riguarda solo le persone con disabilità?
Esatto. Un bagno accessibile, una rampa, un ascensore non sono “per disabili”, ma per la cittadinanza. Le barriere non sono solo architettoniche: sono anche relazionali, culturali, persino spirituali.
La vera domanda che dovremmo farci è: io sono accessibile agli altri? Sono uno scalino o sono uno scivolo? L’accessibilità comporta un cambiamento reciproco e richiede uno sforzo collettivo.
Le Paralimpiadi lasceranno una legacy importante anche dal punto di vista economico?
Assolutamente sì. Esiste un turismo enorme di persone con disabilità che oggi non viaggiano perché non trovano luoghi accessibili. Noi organizziamo vacanze e riempiamo alberghi: creiamo indotto economico.
Investire nell’abbattimento delle barriere non è solo un dovere sociale, ma anche una scelta economicamente intelligente.
Che ruolo hanno le piccole realtà sportive di base in questo percorso?
Fondamentale. Ogni settimana coinvolgiamo circa 380 persone sul territorio. Non portiamo tutti alle Paralimpiadi, ma facciamo sport di base, quello che permette a qualcuno di uscire di casa, di rimettersi in gioco, magari dopo una riabilitazione.
Lo sport di base è la vera fucina dei campioni, ma soprattutto di persone che scelgono di vivere una vita significativa. E questo vale tanto quanto una medaglia.
Se dovesse lasciare un messaggio alla vigilia delle Paralimpiadi?
Che una persona non vale per una medaglia. La medaglia è un di più. Il valore sta nella vita che si sceglie di vivere, nelle relazioni che si costruiscono, nel contributo che si dà agli altri.
Le Paralimpiadi ci ricordano tutto questo. E per questo sono un patrimonio per tutti.
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