Commercio al dettaglio: in dodici anni persi oltre 140mila negozi. Veneto tra le regioni più colpite
di Matteo ScolariNegli ultimi dodici anni il commercio al dettaglio italiano ha vissuto un declino profondo e continuo: sono scomparse oltre 140mila imprese, tra negozi in sede fissa e attività ambulanti. Un dato che racconta in modo drammatico la trasformazione dei consumi, il peso dell’e-commerce e la difficoltà dei territori nel mantenere viva la rete di prossimità. In questo scenario anche il Veneto si colloca tra le regioni più esposte, con oltre 9.100 negozi sfitti, uno dei valori assoluti più alti in Italia, confermando un fenomeno che incide direttamente sulla vitalità urbana e sulla qualità della vita nei centri storici.
A livello nazionale, secondo l’analisi dell’Ufficio Studi Confcommercio presentata in vista dell’evento “inCittà – Spazi che cambiano, economie urbane che crescono”, in programma a Bologna il 20 e 21 novembre, il sistema della distribuzione al dettaglio conta oggi 534mila imprese, di cui 434mila in sede fissa, 71mila ambulanti e 30mila attive in forme di commercio alternative come internet e vendita per corrispondenza. Il confronto con il 2012 rivela una diminuzione particolarmente pesante per i negozi tradizionali in sede fissa, che hanno perso quasi 118mila imprese, mentre il commercio ambulante ne ha lasciate sul terreno circa 23mila. Al contrario, le attività che operano prevalentemente online sono cresciute di oltre 16mila unità, pari a un +114,9%, fotografando lo spostamento strutturale della domanda.


I settori più colpiti sono quelli dei distributori di carburante (-42,2%), degli articoli culturali e ricreativi (-34,5%), del commercio non specializzato (-34,2%), dei mobili e ferramenta (-26,7%) e dell’abbigliamento e calzature (-25%). Un quadro che testimonia un cambiamento delle abitudini di consumo che, unito alla crescita limitata della spesa interna e alla diffusione del digitale, ha eroso la sostenibilità economica di molte micro e piccole attività.
Diverso il trend dei servizi di alloggio e ristorazione, che mostrano un incremento complessivo del 5,8% grazie al boom turistico, ai nuovi modelli di fruizione del cibo (asporto, delivery) e alle riclassificazioni amministrative che hanno spostato molte attività dai bar tradizionali – in calo del 19,1% – ai locali con somministrazione considerati ristoranti. Anche il settore ricettivo evidenzia trasformazioni profonde: gli alberghi tradizionali segnano un -9,5%, mentre B&B, case vacanza e affittacamere crescono del 92,1%, spinti dalla domanda di soluzioni più flessibili e dalla diffusione delle piattaforme digitali.

Guardando al futuro, il quadro rischia di peggiorare ulteriormente. In assenza di nuove politiche di rigenerazione urbana, proiezioni al 2035 stimano la chiusura di 114mila ulteriori imprese del commercio al dettaglio, pari a un calo del 21,4%. Le città medio-grandi del Centro-Nord risultano le più esposte: Ancona potrebbe perdere il 38,3% delle attività di vicinato, Trieste il 31,1%, Ravenna il 30,9%. Il rischio è di un progressivo svuotamento delle funzioni commerciali essenziali, con ricadute su sicurezza, servizi, socialità e attrattività turistica.
Il problema dei negozi sfitti rappresenta un ulteriore segnale d’allarme. In Italia se ne contano circa 105mila, un quarto dei quali inattivi da oltre un anno. Oltre alla Lombardia, le regioni più colpite in termini assoluti sono Veneto e Piemonte, mentre in rapporto alla rete commerciale complessiva le percentuali più critiche si registrano in Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Liguria, dove oltre un esercizio su quattro risulta vuoto.


Per contrastare una tendenza che rischia di trasformarsi in un’emergenza strutturale, Confcommercio propone la definizione di una Agenda Urbana Nazionale, da costruire insieme a Governo, Regioni e Comuni. L’obiettivo è coordinare e integrare le politiche di rigenerazione urbana, armonizzare il funzionamento dei Distretti Urbani dello Sviluppo Economico e definire misure condivise per rilanciare le economie di prossimità. Tra le azioni suggerite figurano patti locali per riattivare gli spazi inutilizzati con canoni calmierati, incentivi per nuove aperture, una logistica urbana più sostenibile e strumenti di welfare territoriale che favoriscano gli acquisti nei negozi di quartiere. Centrale, inoltre, il coinvolgimento degli operatori immobiliari nei processi di riqualificazione.

«La desertificazione dei negozi è un problema economico e sociale», ha dichiarato il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli. «Ogni saracinesca abbassata significa meno sicurezza, meno servizi, meno attrattività e meno socialità nelle nostre città. E senza interventi tempestivi, entro il 2035 rischiamo vere e proprie città fantasma. Servono politiche nazionali e strategie condivise capaci di coniugare competitività, sostenibilità e qualità della vita. È indispensabile sostenere il commercio di prossimità con politiche fiscali più eque, maggiore accesso al credito e interventi mirati per la transizione economica. La riqualificazione degli oltre 100mila negozi sfitti – conclude – è una priorità assoluta, e il progetto Cities di Confcommercio rappresenta la risposta concreta per contrastare la desertificazione commerciale e rigenerare le aree in declino».
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