Nonostante gli sforzi di Bruxelles, l’Italia allarga le sue disparità regionali

di Matteo Scolari
Un report della CGIA di Mestre evidenzia come, nonostante ingenti fondi europei, il divario economico tra le regioni italiane e il confronto con l'UE si sia inasprito, aggravando anche le differenze Nord-Sud.

Negli ultimi venti anni, l’Unione Europea ha investito quasi un trilione di euro nella politica di coesione, con l’obiettivo di ridurre le disparità economiche tra le sue regioni. L’Italia, beneficiaria di 125 miliardi di questi fondi, sembra tuttavia non aver colto a pieno questa opportunità, registrando un incremento delle disparità regionali invece che una loro diminuzione. A rivelarlo è una recente analisi dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre.

Tra i grandi paesi dell’Unione, l’Italia si distingue negativamente: mentre Francia, Germania e Spagna hanno visto ridursi leggermente il divario economico tra le proprie regioni e quelle più sviluppate dell’UE, l’Italia ha assistito a un lieve aumento di questa discrepanza. Un’indicazione preoccupante che solleva interrogativi sulle cause dietro a questo fenomeno.

Fig. 1 – Le disparità territoriali misurate attraverso il coefficiente di variazione del Pil pro capite in PPA nei territori (NUTS2)(a)  dell’UE27 e nei principali stati membri fra il 2000 e il 2021 (a)

Secondo la CGIA di Mestre, diversi fattori contribuiscono a questa situazione. Innanzitutto, la bassa qualità dei progetti finanziati con i fondi UE, spesso incapaci di produrre un impatto significativo sull’economia locale. A ciò si aggiunge la lentezza burocratica, particolarmente marcata nelle amministrazioni regionali del Mezzogiorno, che rallenta notevolmente l’attuazione dei programmi operativi. Anche i tempi di realizzazione delle opere pubbliche, estremamente dilatati, rappresentano un ulteriore ostacolo, con la Banca d’Italia che evidenzia come il tempo medio per completare un’opera in Italia sia nettamente superiore rispetto agli standard europei.

Il divario tra Nord e Sud Italia, in particolare, è andato accentuandosi nel corso degli anni. Mentre le regioni del Nordest e del Nordovest registrano indici di PIL pro-capite superiori alla media del 2000, il Centro e il Mezzogiorno faticano a tenere il passo, con un gap che si è allargato significativamente rispetto alle aree più produttive del Paese.

Fig. 2 – Evoluzione del Pil pro-capite dal 2000 al 2021
Numeri indice del PIL per abitante in termini reali (base 100=anno 2000)

Una pubblica amministrazione inefficiente non solo rallenta la realizzazione di infrastrutture e servizi, ma ha anche ripercussioni dirette sulla produttività delle imprese private, soprattutto nel Sud, dove le condizioni di giustizia, sanità e infrastrutture sono più critiche.

Fig. 2 – Evoluzione del Pil pro-capite dal 2000 al 2021
Numeri indice del PIL per abitante in termini reali (base 100=anno 2000)

Nonostante le aspettative poste nei fondi di coesione e nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), questi strumenti finanziari rischiano di non produrre gli effetti sperati senza un decisivo cambio di passo nella gestione e nell’attuazione dei progetti. Il report della CGIA di Mestre lancia quindi un chiaro monito: per invertire la tendenza e avvicinarsi agli obiettivi di coesione europea, l’Italia deve urgentemente migliorare la qualità dei suoi progetti e l’efficienza della sua pubblica amministrazione.

👉 VUOI RICEVERE IL SETTIMANALE ECONOMICO MULTIMEDIALE DI VERONA NETWORK?
👉 ARRIVA IL SABATO, È GRATUITO!

PER RICEVERLO VIA EMAIL

Condividi ora!