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Primo Maggio, il discorso del Presidente D’Amato (Cavalieri del Lavoro)

di admin
Signor Presidente, Autorità, Signore e Signori, la Festa del Lavoro, che oggi noi qui celebriamo nella solennità di questa sede, è non solo l’occasione per onorare uno dei valori fondanti della nostra Costituzione e della nostra Repubblica, ma è soprattutto l’opportunità per riaffermare la centralità del lavoro nelle scelte di politica economica, sociale ed istituzionale…

È veramente raccapricciante dover certificare nell’anno in cui ricorre il 60° anniversario dei Trattati di Roma, che uno dei Paesi fondatori della nostra Europa, una delle economie che ancora oggi rientra nel novero delle prime dieci al mondo, non riesca a rimettere in moto la propria capacità di crescita e offrire ai giovani, alle donne e ai cittadini del Mezzogiorno opportunità di lavoro decorose e adeguate alle potenzialità di cui pure disponiamo.
 Questo contrasto diventa ancora più stridente se ci misuriamo con realtà come la Gran Bretagna e la Germania, entrambe già al di sopra del 75%.
 In particolare la Germania dal 2000 al 2016 ha saputo far crescere la propria occupazione di circa 10 punti. Noi, al contrario, siamo rimasti inchiodati al nostro 57% con un Sud che stenta ad arrivare al 43% e con i giovani e le donne che toccano in alcuni casi solo il 16%.

Cresce, dunque, il divario con l’Europa e si aggravano ancor di più i divari interni tra generazioni e tra territori.
 Gli stessi nostri partners europei, come tutte le economie del mondo occidentale, hanno vissuto una lunga e penosa stagione di crisi e di stagnazione, ma loro più di noi hanno saputo creare occupazione e sono oggi in grado di esprimere un tasso di crescita del Pil superiore allo stentato 0,8% che ci viene accreditato per il 2017.
 Ma perché non riusciamo a crescere? Perché non riusciamo a rompere questa spirale viziosa della falsa alternativa tra rigore e crescita?
La questione fondamentale è che l’Italia deve fare i conti non solo con il suo stock di debito pubblico, ma anche e soprattutto con il suo enorme stock di inefficienza, di ritardi e di mancanza di competitività.
  Abbiamo bisogno di riaprire una grande stagione di investimenti pubblici e privati.

Il Paese deve riprendere ad investire su sé stesso per recuperare sicurezza, vivibilità e per tutelare il proprio patrimonio culturale, ambientale e artistico.
 Al tempo stesso dobbiamo essere in grado di attrarre e rendere possibili investimenti privati per espandere la base produttiva, conquistare nuovi mercati e creare nuova occupazione.
 Per riprendere gli investimenti pubblici e aprire una nuova stagione di politiche espansive coerenti con l’Europa che vogliamo costruire dobbiamo essere credibili con riforme vere e strutturali.
 Per rilanciare gli investimenti privati dobbiamo affrontare in maniera definitiva il nodo della crisi di competitività di sistema, del crollo della produttività e del troppo alto costo del lavoro per unità di prodotto che oramai ci pone al di fuori ogni mercato.
  Nel periodo 2000-2016 l’incremento della produttività oraria in Italia è rimasta al di sotto dell’1%, mentre negli altri Paesi europei, Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna, la produttività oraria è cresciuta tra il 15 e il 20%.
 Questi numeri spiegano in maniera cruda perché l’Italia non cresce.
 Troppo spesso cerchiamo alibi in vincoli esterni, siamo attenti ad individuare ogni minima ragione perché le cose non si possano fare e continuiamo a non fare quelle scelte ovvie e necessarie che sono sotto i nostri occhi e sarebbero alla nostra portata se solo sapessimo rompere i vincoli consociativi e corporativi che ancora ci paralizzano.
 Alle nuove emarginazioni sociali e alle nuove emergenze non si può rispondere con quelle politiche neo protezionistiche e neo assistenziali che negli ultimi tempi sembrano ritrovare un certo favore nel dibattito politico e non solo in quello italiano.
 Ai bisogni sociali di oggi e soprattutto a quelli di domani bisogna saper rispondere con la capacità di far crescere la ricchezza, le opportunità di lavoro e la mobilità sociale.
 Solo così possiamo sconfiggere le preoccupazioni, le incertezze e le paure degli italiani di oggi.
 Siamo un grande Paese, con una grande storia alle nostre spalle e con straordinarie potenzialità.
 Per riappropriarci del nostro futuro dobbiamo saper uscire dall’angolo in cui ci siamo marginalizzati e riscoprire la voglia di intrapresa, la capacità di rischio, la forza del buon governo, la creatività del lavoro italiano, l’orgoglio di essere italiani.
 È solo così che possiamo realmente contribuire in maniera positiva alla costruzione di un’Europa e di un mondo migliore.
 Ed è solo così soprattutto che potremo continuare a celebrare il Primo maggio potendo affermare con convinzione che il lavoro è davvero il patrimonio più grande dell’uomo.
 L’unico in grado di assicurare la libertà dai bisogni, la dignità dell’individuo e la costruzione di una società più civile, più equa e più solidale.

  
Signor Presidente,
 i Cavalieri del Lavoro sono imprenditori che credono fermamente nelle potenzialità e nel futuro del proprio Paese, che continuano a investire in Italia e non si rassegnano a una prospettiva di declino.
 Come Lei ci ha ricordato in altre occasioni, “creare lavoro è un impegno costituzionale vivo e attuale”.
 Noi Cavalieri del Lavoro lo sentiamo nostro, parte integrante del nostro modo di essere e del nostro modo di operare.
 È con questo spirito che formuliamo i migliori auguri a tutti gli italiani.
 A coloro i quali il lavoro ce l’hanno, a quelli che il lavoro lo cercano e a coloro i quali lo creano, ricordando a tutti noi che il miglior modo per celebrare la sacralità del lavoro è che ciascuno rinnovi il proprio costante impegno di doveri e di responsabilità.

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