Una proposta di legge contro tutti i bavagli.

di admin
Niente carcere per il reato di diffamazione e "sanzioni" per chi intenta cause civili che si dimostrano infondate. È la proposta di legge presentata lo scorso 12 giugno dalle parlamentari del MoVimento Cinque Stelle Mirella Luzzi e Federica Businarolo e che verrà discussa martedì in commissione Giustizia alla Camera dei Deputati.

La proposta di legge, suddivisa in tre articoli, prevede l’abolizione del carcere per i reati di ingiuria e diffamazione, che rimarranno puniti solo con sanzioni pecuniarie (multe fino ai 2.500 e 10.000 euro a seconda delle aggravanti). Si va così a sanare una particolarità tutta italiana, almeno tra le democrazie europee ed occidentali, che pesa moltissimo anche sulla credibilità internazionale del nostro Paese. Basti pensare che nella classifica di «Reporter senza Frontiere» del 2013 sulla libertà di stampa, l’Italia risulta 57esima su un totale di 179 Paesi, prima dell’Ungheria e seguita da Hong Kong. Secondo l’organizzazione non governativa, in Italia, «dove la diffamazione deve essere ancora depenalizzata», si fa un « pericoloso uso delle leggi bavaglio». Sono esempi che vengono da democrazie avanzate come Norvegia, Svezia e Finlandia, che le «classifiche» redatte da organismi indipendenti come Freedom House, oltre al già citato «Reporter senza Frontiere» premiano da sempre, nonché dagli Stati Uniti d’America e dalla vicina Svizzera a scoraggiarci dal prevedere pene detentive per i reati a mezzo stampa.

«Il punto fermo dev’essere uno soltanto – è il commento della deputata Francesca Businarolo, firmataria, con questa, della sua prima proposta di legge – nessuno può essere punito per scrivere semplicemente la verità. Allo stato attuale, invece, è sufficiente che un giornalista usi dei toni aspri, oppure attinga da fonti segretate, per quanti affidabili, per cadere in una condanna. L’entità della sanzione, poi, viene sempre decisa a discrezione dal giudice».

La normativa vigente consente anche delle vere e proprie strategie intimidatorie, che possono colpire i giornalisti, soprattutto attraverso le cause civili che possono comportare la richiesta di altissimi risarcimenti danni per il giornalista, così come per l’editore. Allo stato attuale, chi promuove in Italia una causa civile non rischia nulla e lo può fare anche senza nessuna base solida né la valutazione preliminare di un magistrato, come avviene per le cause penali. Ecco perché l’articolo 3 della proposta di legge, intervenendo sul codice di procedura civile, prevede la condanna dell’attore nel caso in cui la causa non sia fondata, a versare fino a metà della somma domandata.

Condividi ora!