La crisi del settore delle costruzioni. E le responsabilità?

di admin
A un anno dagli Stati Generali delle Costruzioni, le risposte che mancano per uscire dalla crisi.

Uno dei motori trainanti della nostra economia è definitivamente entrato in stallo. Ad un anno di distanza dagli Stati Generali delle Costruzioni, che aveva avuto luogo esattamente il 14 maggio 2009, va in scena in tutta Italia la protesta nazionale dei costruttori che richiama l’attenzione governativa sulla particolare situazione. Governo che secondo le organizzazioni di settore dovrebbe, per regolare il difficile momento politico ed economico, assumersi le proprie responsabilità e fornire risposte in tempi brevi. L’obiettivo è quello di ottenere “le risposte che non sono pervenute per uscire dalla crisi”.
Sconfortanti i dati che emergono analizzando la vita del comparto negli ultimi 15 mesi. A Verona sono andati in fumo 3mila posti di lavoro negli ultimi 4 mesi, 8mila dallo scorso anno. Le imprese di costruzione attive sono oggi 2092, contro le 2645 del 2009. Sullo steso piano si assestano anche i valori riscontrati nelle altre regioni italiane, che non vivono una situazione migliore.
“Le nostre istanze, accolte e condivise un anno fa, alla presenza di vari rappresentanti del mondo politico e del Governo – afferma Andrea Marani, presidente di Ance Verona– sono state ad oggi tutte disattese. Il patto di stabilità ancora ci penalizza, le amministrazioni pubbliche pagano con tempi sempre più lunghi, le risorse stanziate per le infrastrutture non si sono viste. La leva fiscale? Non è stata introdotta. Confidavamo nel Piano Casa, ma sia la prima versione che la seconda sono rimaste al palo, bloccate dai lacci e lacciuoli dei Comuni e dalla mancanza di un adeguato piano finanziario di sostegno. Si pretende regolarità, ma non c’è nessuna garanzia dalla concorrenza sleale per chi opera nel rispetto delle norme, con i costi e gli oneri aggiuntivi che ne derivano. Infine si sperava nella estensione della Cassa di integrazione ordinaria, ma ne ha usufruito solo il settore industriale”. Il settore, al di là del momento congiunturale, paga, infatti, una serie di distorsioni normative, regolamentari, amministrative, che i vertici di Ance denunciano da tempo, ma cui il Governo pare non avere intenzione di mettere mano: dal Patto di stabilità, all’iva del quarto anno per culminare nella regola del massimo ribasso negli appalti pubblici.
Affermazioni forti, quelle di Marani, che non si discostano di molto dalle dichiarazioni delle altre categorie di settore intervenute.
Giorgio Ferrarini di Confindustria ha affermato “che fino ad ora, rispetto alle proposte avanzate lo scorso anno agli Stati Generali sono seguiti ben pochi fatti. Qunado basterebbe davvero poco a sbloccare le opere. Confindustria verona è pronta a mettere in campo tutto il suo peso per affiancare Ance verona nel realizzare a livello locale, ma anche regionale tutto quanto sia necessario per sbloccare la situazione. Garantiamo la piena partecipazione alle future iniziative che saranno messe in campo”.
Analogo ragionamento anche per Mario Ortombina della Filca Cisl. “ Effettivamente dobbiamo constatare che i provvedimenti presi in questo lasso di tempo non hanno portato a dei miglioramenti. Anche il Piano Casa, che doveva dare uno slancio non ha funzionato come avrebbe dovuto”. Il problema, secondo Ortombina, sta nel fatto di aver lasciato all’applicazione di tale piano da parte dei privati un lasso di tempo troppo ampio unito all’enorme disponibilità di tale normativa da parte dei comuni che con una massiccia legiferazione e limitazione hanno fatto il resto. Non è però il solo Piano Casa ad aver bloccato e peggiorato la situazione.
Marani e i sindacati, congiuntamente concordano che “un altro dei problemi che si deve affrontare in questo momento sono la contrazione degli appalti nella nostra provincia e la grande difficoltà nel ricevere i pagamenti. La stasi e il dilatarsi dei tempi di pagamento fanno si che le cose non si muovano e che non ci sia la reale possibilità di poter sbloccare la situazione”. Un cronico ritardo che investe le Amministrazioni Pubbliche e che pone le imprese di fronte ad una crisi senza precedenti in grado di minacciare la sopravvivenza delle stesse. Sono , infatti, oltre 2000 le imprese di costruzioni fallite nel 2009, il 30 % in più rispetto al 2008, un dato che si aggrava guardando al primo trimestre del 2010 che fa registrare un ulteriore aumento del 30%. Un problema affrontato anche dalla Commissione europea grazie ad una Direttiva volta a velocizzare tali pagamenti che si attende produca i risultati sperati.
“Sicuramente – sottolinea Ortombina –, per far ripartire la macchina sarebbe necessario dare il via libera alle opere già stanziate, ma i cui appalti sono stati bloccati nonostante si siano già ottenuti gli esiti dei bandi. Credo che se nel prossimo futuro non si deciderà di investire in opere pubbliche avremo grosse difficoltà a far ripartire l’economia. A tal proposito vorrei sottolineare che è assolutamente necessario combattere il lavoro nero. Per fare ciò penso sia necessario opporsi a quella dinamica che si può ben definire del “massimo ribasso negli appalti pubblici”, riqualificando magari il comparto con una patente a punti per le imprese. Questo sistema lascia spazio a chi opera senza regole e in modo spregiudicato. Una dinamica devastante per il settore, che ci ha dato in questo periodo più di una dimostrazione”.
Una serie di considerazioni che trovano l’appoggio di Stefano Facci, della Cigl che dichiara: “Questa fase segna purtroppo un ulteriore rallentamento. Tale situazione dimostra che alcune osservazioni critiche fatte dal sindacato proprio in occasione degli Stati Generai dello scorso anno non erano poi così sbagliate. Credo sia fondamentale che le risorse di cui si dispone non siano più distribuite, come è la prassi, a pioggia, ma vengano assegnate con molta oculatezza”.
Una fase questa che seguendo la linea concettuale di Facci necessita dell’immissione di liquidità in modo tale da contrastare il sistematico ritardo dei pagamenti. Un fatto che impone la modifica del patto di stabilità che momentaneamente sottrae liquidità alle imprese di costruzioni impegnate nella realizzazione di opere pubbliche.
Tutte le parti credono “che il patto di stabilità sia ormai superato e non più utile. Non potendo eliminarlo penso sia però necessario apporre una modifica perché questo costringe gli Enti Locali ad allungare i tempi di pagamento oltre che a ridurre la parte più virtuosa e discrezionale della spesa pubblica”.
Facci affronta poi il tema relativo alla sicurezza contributiva. “E’ in fase di partenza l’Osservatorio delle Costruzioni sulla sicurezza nel lavoro e sulla sicurezza contributiva relativa ai dipendenti. In questo momento abbiamo la necessità di regole reali e concise per ciò che riguarda i pagamenti dei contributi fiscali ai dipendenti”.
Ancora una volta i costruttori concordano con quanto asserito. Il settore edile da questo punto di vista è quello che paga di più in termini monetari , ma che ha un ritorno più basso rispetto agli altri settori. Guardando le percentuali versate vi è infatti un netto sbilanciamento. Quello che come sindacato richiediamo è semplicemente la parificazione rispetto al settore industriale, per far fronte a ciò che sta divenendo un grande problema”.
E’ un grido di allarme comune: sono 137.000 i posti di lavoro persi nelle costruzioni nel 2009 a fronte di un trend che non accenna a ridursi a cui devono sommarsi 210.000 unità se si calcolano anche i settori collegati. Anche gli investimenti non hanno segno positivo: -18% gli investimenti in costruzioni in 3 anni, con una mancata produzione di circa 29 miliardi; -16% anche per i lavori pubblici, mentre edilizia abitativa e non residenziale privata fanno segnare rispettivamente un -30 e un -23%. Se vengono presi in considerazione poi i bandi di gara relativi ai soli lavori pubblici, la diminuzione risulta del 55% nel 2009 sommata ad un -25% aggiuntivo riscontrato nel primo trimestre 2010.
La situazione, quindi, non può che essere “peggiorata rispetto allo scorso anno –afferma Cesare Valbusa della Uil -. Dal punto di vista della riduzione del personale il contesto comincia a farsi preoccupante. Il trend riscontrato dall’inizio della crisi economica si è consolidato e le manovre governative apportate nell’ultimo anno hanno dato solo piccoli segnali, non certo sufficienti per far rialzare la testa al comparto. Movimenti positivi che sono stati resi inefficaci dai ritardi nei pagamenti che hanno creato una situazione di stallo e stanno mettendo in serie difficoltà imprese e dipendenti”.
Significativa la valutazione d’impatto che Valbusa fa di uno dei provvedimenti più chiacchierati degli ultimi tempi, il Piano Casa. Secondo il dirigente Uil tale progetto ha creato nel comparto edilizio un piccolo e poco significativo movimento che ha innescato però, limitando o togliendo del tutto l’obbligatorietà della presentazione della DIA, un volano che favorirebbe le piccole imprese che lavorano in modo scorretto.
Secondo i dati di Cassa Edile, circa 500 imprese veronesi contano un solo dipendente. Ciò significa che in un contesto di crisi finanziaria dove mancano gli investimenti, un privato che debba svolgere piccoli lavori di ristrutturazione preferisce affidarsi a tali realtà, che per far fronte alla mancanza di lavoro offrono prestazioni in nero a prezzi ribassati. Un contesto questo che non favorisce quindi il mercato dei “regolari”, facendoci fare un passo indietro. Tema che affonda le sue radici e trova delle parziali spiegazioni nei ritardi o mancati pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni.
“Considero questo un grave problema – prosegue Valbusa – a cui il Governo dovrebbe porre rimedio. Sbloccare il Patto di Stabilità e ricominciare a finanziare tutti gli Enti che devono ancora pagare potrebbe rivelarsi un vero e proprio miracolo, visto e considerato che i debiti statali si aggirano intorno ai 60/70 miliardi. La stasi dei pagamenti ha poi innescato una catena di eventi che si traducono in una continua e sempre maggiore disoccupazione e ricorso alla cassa integrazione. Come sindacato l’istanza che ci preme sottolineare alla politica governativa è quella di poter allungare i termini della disoccupazione stessa. Per la fine dell’anno finiranno i termini per le disoccupazioni, chiediamo a proposito un impegno che tratti di disoccupazione straordinaria ma anche ordinaria e per piccole imprese”.
Tali considerazioni vanno poi, inevitabilmente a sbattere contro un argomento sollevato da tutti gli interlocutori, ossia, il lavoro nero.
Tutte le categorie coinvolte concludono che “alla luce dei fatti e di ciò che si è venuto a creare nell’ultimo anno credo che tutto ciò rappresenti una contraddizione governativa. Si voleva lavorare per riqualificare il comparto edilizio, quello che si è invece creato sembra andare nella direzione opposta”.

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