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Sistema moda Italia: nel 2026 ripartenza lenta ma strutturale

di Matteo Scolari
Dopo il rallentamento del 2025 il comparto torna a crescere (+1%), ma il nuovo ciclo sarà meno espansivo e più selettivo. Retail, alta gamma e internazionalizzazione le leve decisive.

Dopo un 2025 in frenata, il sistema moda italiano si affaccia al 2026 con segnali di recupero che non hanno i tratti dell’euforia, ma quelli di una crescita più prudente e strutturata. Il fatturato dello scorso anno si è attestato a 93,3 miliardi di euro, in calo del 2,7%, mentre per l’anno in corso è prevista una ripresa dell’1%, che riporterebbe il giro d’affari intorno ai 94 miliardi. Un rimbalzo contenuto, ma significativo in un contesto ancora segnato da tensioni geopolitiche, consumi selettivi e forte polarizzazione della domanda.

Il rallentamento non ha colpito tutti allo stesso modo. A soffrire maggiormente è stata la fascia intermedia del mercato, compressa tra la pressione del fast fashion e la spinta verso l’alto dell’alta gamma. Il prêt-à-porter medio-alto ha risentito della contrazione dei consumi globali e di una clientela sempre più attenta al valore percepito rispetto al prezzo. In questo scenario si è chiusa la fase dell’“espansione facile”, alimentata da crescita diffusa e forte dinamica dei mercati internazionali.

Diversa la situazione per il segmento più alto, che ha dimostrato maggiore resilienza e capacità di adattamento. I brand con posizionamento chiaro, controllo della filiera e solidità finanziaria hanno contenuto l’impatto della frenata e, in alcuni casi, hanno chiuso l’anno in crescita. Non si tratta solo di forza dimensionale, ma di coerenza strategica: identità forte, distribuzione selezionata e investimenti continui in prodotto e comunicazione.

Nel comparto lusso è in atto una trasformazione più profonda. L’alta moda e i prodotti iconici non rappresentano soltanto una fascia di prezzo elevata, ma diventano strumenti di posizionamento globale e di narrazione del brand. In un mercato dominato dalla visibilità digitale, l’abito e l’accessorio sono al tempo stesso prodotto industriale e contenuto mediatico. Questa dinamica rafforza i grandi marchi, ma impone anche alle imprese medie una revisione di pricing, storytelling e strategia distributiva.

Anche sul fronte retail emergono segnali strutturali. Il canale wholesale tradizionale continua a mostrare fragilità, mentre crescono gli outlet e i format capaci di offrire un’esperienza integrata. Il negozio fisico non perde centralità, ma cambia funzione: diventa luogo di relazione, servizio personalizzato e costruzione del valore di marca. Per i territori a forte vocazione turistica e commerciale, come il Nord-Est, questo significa opportunità concrete legate all’attrattività internazionale e alla qualità dell’offerta urbana.

fashion clothing on hangers at the show

Un ruolo chiave resta quello dell’export. Le fiere di settore hanno registrato un ritorno consistente di buyer stranieri, segnale che la domanda internazionale continua a guardare all’Italia come punto di riferimento per qualità e creatività. L’internazionalizzazione rimane la principale leva di stabilità, con particolare attenzione ai mercati del Medio Oriente e dell’Asia, sempre più strategici accanto agli sbocchi tradizionali europei e nordamericani.

La ripartenza del 2026 non sarà dunque esplosiva, ma potrà essere più solida. Il rallentamento del 2025 ha costretto molte aziende a rivedere modelli distributivi, politiche di prezzo e investimenti in sostenibilità, trasformando una fase critica in occasione di ripensamento. Ne emerge un sistema meno orientato alla crescita impulsiva e più concentrato su efficienza, qualità e coerenza di lungo periodo.

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