Confartigianato, Iraci Sareri: «No al salario minimo per legge»
di admin “Il salario minimo fissato per legge in maniera uguale per tutti è una proposta semplicistica, che non solo non risolverebbe il problema del lavoro povero, ma lo aggraverebbe. Si tratta di una proposta che tende a disintermediare le relazioni industriali, partendo dal presupposto, sbagliato, che la legge può fare meglio della contrattazione collettiva e delle Parti sociali”.
Questa la posizione del Presidente di Confartigianato Imprese Verona, Roberto Iraci Sareri, secondo il quale “si tratta di una proposta che mette sullo stesso piano i contratti pirata con i contratti di qualità, ignorando che nel nostro Paese il contenuto protettivo dei contratti collettivi di lavoro sottoscritti dalle organizzazioni datoriali e sindacali maggiormente rappresentative è fra i migliori del mondo. Lo ha certificato Adapt, sui quasi mille Ccnl depositati al Cnel meno della metà risulta effettivamente applicata e i soli Ccnl sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil coprono il 97% dei lavoratori. Un patrimonio che in questa fase difficile sta offrendo un utile supporto ai lavoratori ed alle imprese, soprattutto nei territori dove il welfare pubblico è carente”.
“Il salario minimo imposto dalla legge – continua il Presidente – avrebbe come inevitabile conseguenza la fuga dalla contrattazione collettiva da parte delle imprese, con effetti negativi sia sulle tutele che sullo stesso livello dei salari. Inoltre, porrebbe inevitabilmente il tema della sua indicizzazione, evocando l’inizio di una nuova scala mobile. Davvero l’Italia ha bisogno della nazionalizzazione delle relazioni industriali?”.
“L’introduzione di un salario minimo legale è improponibile poiché, nel caso in cui fosse inferiore a quello stabilito dai contratti collettivi – aggiunge Iraci Sareri – ne provocherebbe la disapplicazione e, nel caso in cui fosse più alto, si creerebbe uno squilibrio nella rinegoziazione degli aumenti salariali con incrementi del costo del lavoro non giustificati dall’andamento dell’azienda o del settore”.
“Nell’artigianato e nelle piccole imprese – spiega il Presidente di Confartigianato – la contrattazione collettiva definita dalle Organizzazioni più rappresentative, come Confartigianato, oltre a determinare salari rispettosi dell’art. 36 della Costituzione, è anche lo strumento che ha consentito di individuare soluzioni su misura per le esigenze organizzative e di flessibilità di imprese appartenenti a settori e con mercati spesso estremamente diversi fra di loro, assicurando, nel contempo, importanti tutele collettive ai lavoratori, anche attraverso il proprio consolidato sistema di bilateralità”.
E ciò è ancor più vero nell’artigianato veneto dove, per Confartigianato Verona, la contrattazione integrativa regionale di 2° livello, che copre quasi 140.000 lavoratori, oltre al salario tabellare nazionale, eroga benefici economici importanti per i lavoratori di tutti i settori, sia in termini di retribuzione diretta, sia di trattamento differito con quote aggiuntive versate alla bilateralità, alla sanità, alla previdenza integrative e la sicurezza. “In questo contesto sì che sarebbe necessario che lo Stato intervenisse sulla parte fiscale e contributiva – afferma il numero uno della Confartigianato scaligera –, detassando tali elementi integrativi, garantendo in tal modo un beneficio importante per i lavoratori e le aziende, senza di fatto incidere sulle entrate dello Stato.
“Il tema della crescita dei salari in Italia – conclude Roberto Iraci Sareri – resta invece fortemente legato alle gravi inefficienze strutturali del nostro Paese, all’elevato costo del lavoro, al gap di competitività con le imprese di altri Stati, determinato, ad esempio, dal superiore costo dell’energia, dalle politiche di rigorosa austerity che hanno portato ad una consistente riduzione della buona spesa pubblica e degli investimenti pubblici”.
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