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Unione Europea ed euro. Troppe le differenze interne fra gli Stati membri.

di admin
In un momento difficile, per l’Unione Europea, nel quale, specie in Francia ed in Italia, si predica per un’uscita dall’Unione e dall’euro, imitando la Gran Bretagna, il cui brexit ha shoccato fortemente, complicano la situazione, negli Stati membri, la questione migranti ed il pensiero delle possibili conseguenze delle prossime elezioni in Francia, in Germania, in…

A ciò s’aggiunge il diffuso timore di attacchi terroristici. Tutti fattori, che creano incertezza, proprio mentre, in qualche misura, modestissimi spiragli di crescita sembrano finalmente apparire. Sono questi certamente elementi, cui potrebbe togliere pesantezza una maggiore coesione fra gli Stati membri dell’Unione, che, tuttavia, continuano a trovarsi lontani l’uno dall’altro, più che per il timore d’una perdita di sovranità – senza rinunce non c’è unione – per motivi interni, agli Stati membri stessi, di carattere normativo, economico e finanziario. Si tende ad uscire dall’euro, ma si sottovaluta il grande apporto, che ha dato e che, ancora sta dando, l’appartenenza all’Unione, attraverso direttive europee già applicate, e attraverso la Banca Centrale Europea, particolarmente all’Italia, con gli acquisti di certificati del Tesoro o Bot. Si pensa ad exits, perché si ritiene che la derivante autonomia possa permettere sicura crescita. Crescita che, in Italia e in altro Stati-membri manca, non tanto e del tutto a causa delle politiche di recenti o attuali governi, quanto a causa d’un debito pubblico pauroso (ed in continua crescita), ereditato da amministrazioni precedenti e di difficilissima riduzione. La debolezza italiana sta in questo e, purtroppo, pure nella scarsa attenzione all’impresa, unica generatrice di ricchezza. Impresa che, in Germania, ha potuto portare il tasso di disoccupazione al 5,8%, con diversi posti vacanti, contro il 12% italiano… Sono queste solo due fra le differenze, le più importanti, che, ci staccano dall’Europa più avanzata, e delle quali, tuttavia, già dai tempi dell’adesione all’euro, si doveva tenere conto, prima di dire sì alla moneta unica. Ovviamente ogni Paese ha le sue caratteristiche, le sue istituzioni e le sue strutture, come, altro esempio, un proprio sistema fiscale e non ultima, una propria dimensione. In sostanza: 28 Paesi membri e 28 complessi locali, in tutto, uno differente dall’altro, con una visione delle cose fortemente differenziata e tale da rendere non facile l’applicazione delle direttive e le normative europee stesse e, quindi, la necessaria armonizzazione. A ciò s’aggiunga che il Trattato di Maastricht del 1991 bene prevedeva, nei criteri di convergenza, ossia, nelle normative comuni, in fatto di bilanci – che, si riassumono, praticamente, nelle voci “spesa oculata” e “risparmio” – ma quale Stato, e fra questi l’Italia, dice Dante, ha inteso ed intende por mano, completamente, ad elle? Ecco, i guai europei stanno in massima parte in questo, ed ora, sforati, il noto 3% di deficit annuale ed il 60% di debito pubblico previsti, si vuole uscire dall’euro per svalutare…, un termine, il cui contenuto, se porta benefici, è pregno anche di gravi guai…, mentre detti benefici sfumano in poco tempo, se non s’affonda decisamente il coltello nella radice del male. L’Unione avrebbe dovuto, a nostro avviso, ammettere all’euro, sin dai primi passi, solo gli Stati con bilanci veramente convincenti, lasciando la porta aperta a quelli, che, in seguito, avessero migliorato effettivamente e solidamente la propria posizione contabile. Così come questa fu giustamente pretesa per i Paesi baltici. L’Unione sarebbe stata più forte – meglio se anche politicamente unita, cosa, anche questa, in verità e nella realtà, problematica – se, poi, tutti gli aderenti avessero, una volta entrati nell’eurosistema, strettamente rispettato le norme di Maastricht, che per essere state accettate e firmate, andavano e vanno rispettate. Quanto all’Italia, in fatto di criteri di convergenza e, in questo caso di percentuale di debito pubblico, la percentuale dello stesso sul Pil era già del 113%, nel 1999, e di oltre il 105%, nel 2002. Oggi, siamo al 133%. Non è vero, comunque, che tutti i mali italiani siano dovuti all’euro e all’Unione Europea… Il male vero, per quanto ci riguarda, è dato da instabilità politica, insopportabile fiscalità, inveterata burocrazia e concetti riguardanti lavoro ed impresa più che superati dai fatti e dalla sempre più stringente globalizzazione, la quale non guarda in faccia nessuno e superabile solo creando certezza nel cittadino e facendo in modo che l’impresa, già capacissima in fatto di qualità, possa cedere tale qualità a prezzi di massima competitività.
Nella sostanza, non è solo uscendo dall’eurosistema, che si fa crescere qualsiasi Paese aderente, ma semplicemente con una buona e moderna amministrazione. Quella, pensiamo, del buon padre di famiglia.
Pierantonio Braggio

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