Carenza di manodopera, l’appello di Confimi Apindustria Verona alle istituzioni

di admin
L’appello del presidente di Confimi Apindustria Verona, Claudio Cioetto, in occasione del bilancio di fine anno dell’Associazione che riunisce 800 PMI scaligere: «L’innovazione non basta più a colmare il gap».
La mancanza di manodopera nelle imprese veronesi è sempre più cronica e l’innovazione tecnologica non basta a colmare il gap che si andrà sempre di più a creare in futuro. È la fotografia scattata da Confimi Apindustria Verona, che attraverso il presidente, Claudio Cioetto, lancia un appello alle istituzioni in occasione del bilancio associativo di fine anno dell’Associazione che riunisce circa 800 PMI di Verona e provincia. 
«Stando alle previsioni, nei prossimi anni si verificherà una progressiva carenza di lavoratori che avrà un impatto sul sistema produttivo e sulla capacità di crescita delle aziende. La politica deve affrontare la questione con un orizzonte temporale di lungo termine. Per invertire la rotta servono provvedimenti in grado di favorire le nascite e il supporto alle famiglie». Secondo Cioetto «sono fondamentali le misure economiche per sostenere lo sviluppo aziendale, ma non sono più sufficienti. Gli effetti del calo delle nascite incidono sull’intero sistema produttivo. Con meno nati, le famiglie diventano più piccole e diminuiscono di conseguenza le aziende a conduzione familiare che costituiscono la spina dorsale delle piccole e medie imprese, anche nel Veronese. Per questo è necessario avere uno sguardo rivolto al domani per garantire un futuro ai lavoratori e alle aziende. L’obiettivo deve essere quello di aiutare i giovani che desiderano avere figli. Inoltre, coniugare la vocazione di fare impresa con l’aspirazione di costruire una propria famiglia non deve essere considerato un lusso». 
Guardando al presente, le società scaligere dimostrano la volontà di incrementare le assunzioni. Stando a una recente indagine di Confimi Apindustria Verona che ha coinvolto un campione rappresentativo di imprese associate (per il 45% nel settore metalmeccanico) nel biennio 2023-2024, il 74,3% delle realtà intervistate prevede di assumere dei nuovi collaboratori. La richiesta di manodopera riguarda in particolare gli operai (73,5%), a seguire tecnici specializzati (54,9%) e impiegati (32,4%). Tra le principali qualifiche ci sono gli addetti alla fresatura, gli operatori per macchinari cnc, i tornitori e gli autisti. Le assunzioni sono finalizzate nell’83,5% dei casi a un incremento delle attività produttive, ma un peso significativo (45%) interessa il ricambio generazionale e la sostituzione del personale in età pensionabile.
«La nostra Associazione di categoria è impegnata in prima linea sul fronte della formazione. Per contribuire a rendere meno critica la mancanza di manodopera è necessario che ci sia un dialogo proficuo e costante tra imprenditori e mondo della scuola», afferma Carlo Grossule, presidente del Gruppo Giovani di Confimi Apindustria Verona. «Solo così il settore scolastico può essere in grado di stare sempre un passo avanti nel proporre corsi di studio in linea con le richieste del mondo del lavoro. A questo proposito servono modelli più agili ed efficaci», continua. Grossule aggiunge che la tecnologia non potrà mai soppiantare il lavoratore. «Si avverte un certo timore a proposito dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, le innovazioni non potranno sostituire la manualità. I macchinari andranno sempre accesi e gestiti, con il personale che andrà formato in relazione al cambiamento tecnologico. Un altro tema non rimandabile riguarda la fuga di molti giovani verso altri Paesi, anche su questo dovrà intervenire in modo efficace la politica». 
Misure strutturali e stabili devono essere orientate, poi, a favorire l’occupazione femminile. A partire da un dato che la presidente del Gruppo Donne di Confimi Apindustria Verona, Marisa Smaila, evidenzia: «Nell’UE, l’Italia si colloca all’ultimo posto per tasso di occupazione delle donne, tra 25 e 49 anni, in coppia con figli a carico». Con un drammatico risvolto: «In prospettiva, a occupare le fasce di povertà saranno le donne che, per scelta o per obbligo, hanno deciso di non lavorare o di lavorare part-time o in condizioni economiche svantaggiate». Il problema che abbraccia la società, spiega, «è che senza l’indipendenza economica lavorativa nessuno di noi, uomo o donna, può decidere del proprio futuro. Avere più lavoratori e lavoratrici implica avere risorse economiche da investire in servizi alla persona che ora mancano o sono insufficienti (asili, scuole, centri di aggregazione, case di riposo, luoghi protetti per fragili) non di crediti d’imposta o maggiori detrazioni che lasciano il tempo che trovano». Questo richiede, conclude Smaila, «non solo uno sforzo da parte dello Stato ma un cambiamento di vedute nella società». 

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