Giagulli, Consorzio Monte Veronese: «La manualità rimane sempre il nostro valore aggiunto»

di admin
La direttrice del Consorzio del formaggio Monte Veronese, Paola Giagulli, ha fatto il punto ai nostri microfoni in merito al suo prodotto, al legame con il territorio e al fascino che la sua storia esercita anche all'estero.
La direttrice del Consorzio del formaggio Monte Veronese, Paola Giagulli, ha fatto il punto ai nostri microfoni in merito al suo prodotto, al legame con il territorio e al fascino che la sua storia esercita anche all’estero.
Il vostro è un consorzio legato alla produzione di un formaggio tipico della Lessinia, il Monte Veronese DOP. C’è dietro un grande lavoro di unione di produttori, giusto
Sì, noi siamo il Consorzio per la tutela del formaggio Monte Veronese, un consorzio fondato negli anni Settanta dai capostipite di queste famiglie, che operano ancora in Lessinia, per trasformare il nostro latte in formaggio. Il Monte Veronese ha acquisito poi la denominazione di origine protetta, e da anni difendiamo e cerchiamo di far conoscere e promuovere questo formaggio. Il prodotto finale ha infatti una propria regola di produzione, proprio perché è tutelato da questo riconoscimento europeo. Al suo interno ha infatti una biodiversità legata alla raccolta del latte delle vacche che pascolano in Lessinia e che hanno la grande fortuna di poter brucare erba fresca per la maggior parte.
Ricordiamo anche alcuni numeri del consorzio: quante aziende sono annoverate all’interno della vostra realtà?
Io le chiamo le "famiglie del Monte Veronese". Sono tutte famiglie che da generazioni fanno questo mestiere, e secondo me è uno dei nostri fattori vincenti. Abbiamo infatti una manualità per la lavorazione di questo formaggio che fa la differenza. Chiaramente ci sono dei movimenti lavorativi che sono stati automatizzati da alcune macchine, che aiutano l’uomo nei caseifici, ma la manualità è comunque un elemento molto importante. Noi siamo otto caseifici, quindi otto produttori che operano in tutto l’arco della Lessinia, da Sant’Anna D’Alfaedo fino a San Giovanni Ilarione. Raccogliamo il latte da circa trecento allevamenti e le forme prodotte sono centomila, il doppio rispetto a una quindicina d’anni fa.
Quanto un consorzio può crescere per rimanere sostenibile?
Questa domanda sarebbe interessante porla anche ai produttori stessi, che al loro interno hanno un equilibrio proprio. Mi pare che un equilibrio sia in qualche modo raggiunto in questo momento, nel senso che la domanda in qualche modo segue l’offerta e viceversa. Fuori dal territorio in senso stretto le persone sono attratte da prodotti "naturali" che hanno dietro una storia importante, sia umana che di paesaggio. La gente vuole sentire storie che poi si percepiscono anche nel prodotto finito. 

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