Considerazioni monetarie per un Veneto indipendente.

di admin
Se analizziamo i dati macroeconomici italiani, il debito pubblico italiano nei primi 6 mesi del 2013 è aumentato di 86,5 miliardi, in parte per l’aumento dei fabbisogni dello Stato (44.6 miliardi) ma anche per l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (41.9 miliardi). Quest’ultimo dato in un contesto drammatico di carenza di liquidità per le aziende…

I 41.9 miliardi rappresenta ulteriori risorse (rispetto a quelle necessarie per le spese dello Stato) sottratte alla liquidità per gli investimenti privati, di conseguenza il Veneto, dove prevale l’iniziativa privata è una delle regioni maggiormente danneggiate. Rappresenta un acceleratore della crisi.
L’aumento cospicuo delle scorte monetarie da parte del Tesoro potrebbe essere dovuto alla previsioni di imminenti tensioni finanziarie speculative propedeutiche al passaggio dei Paesi in ‘’crisi’’ tra cui l’Italia ad una moneta più debole ed inflazionata.
Le banche devono sostenere l’acquisto dei titoli di Stato sottraendo risorse vitali alle imprese. Le nostre aziende non trovano liquidità per gli stipendi dei dipendenti o per le materie prime e quindi non solo per investimenti.
L’effetto negativo è maggiore di quello che potrebbe apparire a prima vista perché si deve anche considerare che questa massa di denaro se fosse lasciata al sistema bancario per finanziare le imprese private (in luogo del pubblico) avrebbe una velocità di circolazione ben superiore a quella attuale creando una sorta di effetto moltiplicativo del denaro. Per l’economia è molto meglio 1 euro che gira tre volte piuttosto che 2 euro che girano una sola volta nella stessa unità di tempo.
E’ evidente che Il tessuto produttivo Veneto non può rinunciare alle risorse incamerate dallo Stato Italiano per far fronte alla sua folle spesa.
Il decreto 96717 del Ministero dell’Economia e delle e Finanze entrato in vigore sotto silenzio, già da gennaio 2013, al suo interno regolamenta il passaggio ad una moneta differente nel paragrafo in cui prevede la convertibilità dei titoli di Stato già emessi in euro per una durata superiore all’anno ad una moneta diversa.
Con la rinuncia alla politica monetaria (quindi alla stampa di moneta) gli Stati deboli non sono in più in grado di fare fronte ai propri impegni finanziari ed in particolare l’Italia non è in grado far fronte al debito latente più oneroso rappresentato dalle pensioni.
Una moneta debole di fatto ridurrebbe la spesa pensionistica in termini reali, ciò permetterebbe da una parte la sostenibilità della spesa per lo Stato italiano ma dall’altra una pensione svalutata renderebbe impossibile per un pensionato italiano vivere nel Veneto dove il costo della vita è maggiore rispetto alle altre zone appunto per le troppe tasse.
Inoltre il conseguente calo dei consumi dovuto all’impoverimento delle pensioni provocherebbe la chiusura di moltissime attività economiche nel nostro territorio.
Anche dal punto di vista monetario (quindi non solo economico) è impossibile far coesistere il tessuto produttivo Veneto con le richieste di risorse dello Stato italiano.
Alla parte economicamente debole dell’Italia dovrebbe essere concessa una moneta svalutata (il Veneto in questo caso rimarrebbe nella moneta forte). Questo si tradurrebbe in un grosso vantaggio competitivo per le aziende che si trovano nella zona debole che si tradurrebbe in una grossa crescita questa volta reale e non assistita.
Ovviamente ad una zona potenzialmente industrializzata come il Veneto non può essere concessa una moneta debole perché altrimenti le alte zone produttive europee ne subirebbero le conseguenze competitive. Questa è una considerazione che la Germania deve tenere presente qualora dovesse favorire la nascita di un euro a due velocità. Del resto molto presto emergerà l’inadeguatezza dell’euro.
Il Veneto indipendente favorirebbe anche lo sviluppo del resto dell’Italia attraverso la concessione di una moneta debole che troverebbe il suo giusto equilibrio.
Secondo la corrente di pensiero dei cosiddetti ‘monetaristi’ se un Paese non esporta perché ha prezzi non competitivi, subirà un deprezzamento della valuta in seguito alla diminuzione della domanda di moneta da parte degli importatori stranieri. Questo deprezzamento della valuta rilancia le esportazioni stesse. Di conseguenza il sistema trova comunque il suo giusto equilibrio. Le aziende turistiche dei Paesi deboli beneficerebbero subito di questo vantaggio monetario.
L’aumento competitivo dovuto alla svalutazione monetaria assorbe ampiamente il caro materie prime perché quest’ultime incidono per un 25-30% sul prezzo del prodotto finale (anche meno nella componente tecnologica) così come il prezzo del greggio non incide in modo rilevante sul prezzo finale del carburante.
Possiamo concludere con una considerazione finale riassuntiva: Mentre una moneta debole favorisce la generalità degli operatori che lavorano su quel territorio, i contributi assistenziali statali tipici dell’economia assistita favoriscono solo alcune imprese private.

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