Ma l’Italia, è uno Stato riformabile?

di admin
Dalla mangiatoia pubblica è impossibile staccarsi, se non forzando l'indipendenza.

Abbiamo avuto centinaia di riprove anche in questi anni di crisi. Tutti chiedono allo Stato soldi, il dettato Costituzionale che imponeva la copertura delle spese è stato ampiamente tradito, si dà la caccia agli evasori senza cacciare gli sperperatori dei soldi pubblici che sono impuniti ed impunibili. La crosta di attentatori alla spesa pubblica si è via via ispessita ed ora rende impossibile intervenire senza una frattura del patto sociale. Dal referendum per l’abolizione di un ministero a quello dell’abolizione del finanziamento dei partiti, dal taglio dei maxi stipendi pubblici o a quello delle province, ad oggi, è tutto impantanato. La logica pubblica non è quella del normale cittadino che se non ce la fa con il reddito che ha, riduce le spese. La logica è che se non ce la fa lo Stato o i Comuni, i politici che li governano, chiedono più soldi per mantenere il livello di spesa. Quello che nelle normali famiglie accade nella famiglia ente pubblico non funziona, si chiedono più soldi. Ed allora più tasse, e più tasse vuol dire più evasione per chi può o fuga all’estero legittima, oggi che con l’euro i capitali possono essere “onestamente” esportati. L’evasione mina il rapporto sociale; l’esportazione di capitali e di aziende mina la struttura dello Stato. L’una e l’altra, ora in Italia, sono esercitate ai massimi gradi. Così continuando le prospettive sono nere. Le soluzioni democratiche ed incruente non sono molte. Una certamente parte dall’assunzione delle responsabilità da parte di ogni singolo cittadino, che parafrasando la famosa frase di Kennedy, non deve chiedere cosa lo Stato può fare per te, ma tu cittadino cosa puoi fare per lo Stato. Per far questo la gente deve sentire il senso di appartenenza alla comunità e non sentirsi persa in una burocrazia che la annichilisce. Ecco allora che un cittadino, non credendo più allo Stato, se vota, lo fa per partiti distruttivi dell’impianto sociale o per posizioni dure ma costruttive che offrano una possibile ripartenza. Per far questo occorre essere liberi e forti culturalmente. Bisogna riscrivere una Costituzione in molte sue parti, anzi , cancellarne buona parte, per farla snella e legata il più possibile a principi universali, e non datati o vincolati a questa o quella ideologia, o a questo o quel compromesso che risulta vincente in un dato momento. Occorre ripartire da solidarietà, libertà personale, democrazia come concetti veri, reali non assoluti o astratti. Occorre poi tener conto dell’evoluzione delle forme di partecipazione democratiche, che pur gestendo la complessità e l’universalità , siano sempre più vicine al cittadino. Le basi per la ripartenza devono sostenere dal locale l’impatto globale, in modo che gli eventuali compromessi, per contemperare le diverse posizioni che arricchiscono la vita sociale, non le annullino o comprimano. Per questo occorre tornare allo Stato-città, ai territori più culturalmente e storicamente uniti, a comunità indipendenti ed eventualmente federate. Va superato il concetto di Stato-massa (tanti abitanti = tante baionette) o quello di Stato-mercato da aggredire (su questo la Cina docet). Bisogna pervenire a comunità di persone e di popoli, il più possibile omogenee, che però sanno di vivere su di un piccolo pianeta, la Terra, e che hanno necessità di rispetto e dignità . Dignità e rispetto che si possono avere anche abitando in capanne. Oggi, lo Stato italiano non consente ciò; è solo un soggetto affamato di risorse che vende fumo e falsi principi sociali, in cui sono stati costrette comunità diverse che invece di aiutarsi sono in competizione a chi ruba di più agli altri. E’ uno stato che invece di costruire e produrre di più per offrire più risorse punta a alla logica di chi dice: io, speriamo che me la cavo, e degli altri chissenefrega.

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