Intervista a Simone Colapietra autore del libro “Il fallimento dell’università italiana”?
di adminCome mai intitolare un libro “Il fallimento dell’università italiana”?
La risposta è duplice. In primis la scelta del titolo è qualcosa di strategico ai fini editoriali. Ho voluto un titolo chiaro e diretto che non passasse inosservato. Un pugno nello stomaco direi.
In secundis il titolo riassume quello che è il mio pensiero e quella che è la realtà italiana.
Abbiamo un numero di laureati abnorme, ma quasi tutti disoccupati o dequalificati e sottopagati.
Sono partito da questa realtà oggettiva ed ho percorso la strada a ritroso fino ad arrivare all’università. Perché, ad esempio, le aziende spesso scartano i laureati magna cum laude? Oppure perché in passato per fare il commercialista bastava il diploma di ragioniere ed oggi invece serve una laurea specialistica? Sono domande che molti si pongono, e qualcuno doveva fare lo sporco lavoro di capire dove fosse il problema.
L’università ha ormai toccato il fondo. Se prima si poteva criticare la sua vetustà era comunque inopinabile il fatto che fornisse un’ottima preparazione. Oggi l’università del 3+2 è stata asservita a logiche aziendalistiche sia all’interno, nella gestione degli atenei, sia all’esterno, cioè come titoli di studio forniti. I percorsi di studio sono stati spogliati della cultura e tutto si è ridotto ad una mera conoscenza spendibile subito in ambito professionale. Quindi oltre ad aver ammazzato la cultura (primo mastodontico fallimento) la riforma-scempio del 3+2 ha avuto effetti contrari: abbiamo quintali di laureati con un futuro buio e destinati alla disoccupazione. Bisogna capire che la cultura è una cosa che compete al mondo accademico, mentre il mondo professionale è altro. Fra i due contesti c’è sicuramente un legame, ma l’esperienza professionale si fa sul campo, non sui libri. Il 3+2 è un miserabile fallimento perché ha preso il peggio di tutto.
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