Formare per i futuri possibili: il modello H-Farm tra innovazione e mindset aziendali
di Matteo ScolariLa formazione è una leva strategica per affrontare l’incertezza e guidare il cambiamento. Ne è convinto anche Alessandro Petrillo, co-founder e CEO di H-Farm Business School, il quale – in occasione del Premio Innovazione – descrive un ecosistema unico dove educazione, innovazione e contaminazione generazionale si intrecciano per preparare persone e aziende ai futuri possibili.
Che cos’è H-Farm e cosa la rende un modello unico nel panorama internazionale?
H-Farm è un ecosistema nato dall’intuizione di Riccardo Donadon con l’obiettivo di portare una sorta di Silicon Valley nel territorio veneto. In oltre vent’anni si è evoluto da incubatore di startup a realtà complessa che integra consulenza digitale, education e formazione avanzata. Oggi rappresenta un luogo unico, dove convivono persone dai 3 ai 99 anni, favorendo una contaminazione continua tra generazioni e competenze. Questo consente anche di osservare da vicino i bisogni e i comportamenti dei clienti del futuro.
Perché nasce la Business School e quale esigenza vuole rispondere?
La Business School nasce per affrontare tre grandi sfide: i cambiamenti tecnologici, quelli socioculturali e il tema dell’engagement delle persone. Le competenze oggi hanno una durata media di circa 18 mesi, quindi è necessario ripensare completamente il modo di formare. Inoltre, i dati mostrano un livello di coinvolgimento lavorativo molto basso, soprattutto in Italia. La formazione diventa quindi uno strumento trasformativo, capace di aumentare motivazione e capacità di adattamento
Qual è il vostro approccio alla formazione manageriale?
Abbiamo costruito un modello che unisce sapere e saper fare. Da un lato, la divisione Corporate & Executive Education forma le persone su ciò che servirà nel futuro, non solo nell’immediato. Dall’altro, la divisione Knowledge in Action accompagna concretamente le aziende nello sviluppo di progetti reali. L’obiettivo è fare in modo che la formazione non resti teorica, ma si traduca in impatto diretto all’interno delle organizzazioni.
Cosa significa prepararsi ai “futuri possibili”?
Non esiste un unico futuro, ma una pluralità di scenari. Prepararsi significa sviluppare la capacità di adattamento continuo. Come già evidenziato da Darwin, non sopravvive il più forte ma chi meglio si adatta al cambiamento. Oggi la competenza chiave è saper imparare, disimparare e reimparare costantemente, perché viviamo in un’epoca esponenziale in cui tutto evolve rapidamente.
Come affrontate il tema dell’intelligenza artificiale tra opportunità e timori?
Le paure legate all’intelligenza artificiale sono reali e comprensibili, soprattutto per alcune professioni più esposte all’automazione. Tuttavia, accanto ai rischi esistono enormi opportunità. L’intelligenza artificiale sta già generando nuovi settori, nuovi ruoli e nuove competenze. Più che di artificial intelligence, è corretto parlare di amplified intelligence: uno strumento che potenzia le capacità umane e apre nuove possibilità di sviluppo.
Qual è il vero nodo per le aziende: tecnologia o cultura?
Il punto centrale non è la tecnologia, ma il mindset. Le tecnologie emergenti sono strumenti potenti, ma vanno utilizzate per risolvere problemi concreti. Spesso le aziende cadono nella trappola della “fear of missing out”, cercando di adottare soluzioni senza una reale strategia. È invece fondamentale partire dai bisogni, comprendere i problemi e poi scegliere le tecnologie più adatte. Questo richiede un cambio culturale profondo.
Che ruolo hanno i docenti all’interno del vostro modello formativo?
Adottiamo un modello basato sui professor of practice: professionisti che hanno ricoperto ruoli di responsabilità in azienda. Questo permette di trasferire non solo conoscenze teoriche, ma esperienze concrete, comprese le difficoltà e gli errori da evitare. È un approccio che rende la formazione più efficace e immediatamente applicabile.
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