Grana Padano sotto attacco: i nuovi dazi USA mettono a rischio il terzo mercato dell’export
di Matteo ScolariUn duro colpo per il Made in Italy agroalimentare e un attacco diretto a una delle eccellenze più apprezzate nel mondo: il Grana Padano DOP è finito nuovamente nel mirino delle politiche commerciali statunitensi. A denunciarlo è il Consorzio Tutela Grana Padano, che in un comunicato ufficiale diffuso da Desenzano del Garda nella giornata di oggi, 4 aprile, lancia l’allarme sull’introduzione di nuovi dazi da parte del Presidente Donald Trump, che aumentano del 20% il prezzo del prodotto al consumo negli USA.
Con 215.000 forme esportate nel 2024 e una crescita del 10,53% rispetto al 2023, gli Stati Uniti rappresentano oggi il terzo mercato mondiale per il Grana Padano. L’aumento tariffario rischia però di azzerare in breve tempo anni di investimenti e consolidamento, minacciando l’intero sistema di esportazione verso il mercato americano.
Stefano Berni, Direttore Generale del Consorzio, non usa mezzi termini: «È un atto incomprensibile che penalizza soprattutto i cittadini americani. Finora ogni forma esportata pagava un dazio del 15% – circa 2,40€ al kg – ma con l’aumento del 20%, il prelievo all’ingresso salirà a quasi 6€ al kg. Aggiungendo i margini di distribuzione e vendita, il costo finale per il consumatore crescerà vertiginosamente».

Berni contesta anche la comunicazione politica americana: «Il 39% annunciato da Trump è una mistificazione. I dazi UE sui formaggi americani sono di circa 1,8€ al kg, ben inferiori a quanto noi già paghiamo. E ora, con questo ulteriore aumento, noi spenderemo il triplo per esportare negli USA rispetto a quanto pagano i prodotti statunitensi per entrare nel mercato europeo».
Il rischio, avverte Berni, è duplice: da un lato, l’esclusione dai canali americani più remunerativi, dall’altro la diffusione incontrollata di prodotti “Italian sounding”, che sfruttano nomi e sembianze tipiche italiane senza offrire la stessa garanzia di qualità e autenticità. In pratica, il danno non si limita ai produttori italiani, ma coinvolge anche i consumatori statunitensi, che verranno indotti a scegliere alternative meno genuine.
L’appello del Consorzio è chiaro: serve una risposta politica immediata e coordinata, a livello italiano ed europeo. «Ogni volta che scoppia una crisi internazionale – ha ricordato Berni – i formaggi di qualità vengono colpiti per primi. È successo nel 2014 con l’embargo russo, nel 2019 con la precedente amministrazione Trump, e ora ancora. Temiamo possa succedere anche con la Cina. Questa non può più essere considerata una coincidenza, ma una strategia precisa».
Impossibile, secondo il Consorzio, trovare mercati alternativi in tempi rapidi. Il Grana Padano è oggi la DOP più esportata al mondo, con una quota del 51,2% della produzione destinata all’estero. Solo nel 2024 sono state prodotte 5.635.153 forme, in crescita del 3,27% rispetto all’anno precedente, per un totale di 2.953.196 tonnellate di latte trasformate, provenienti da 3.576 stalle. Un ecosistema produttivo che coinvolge 50.000 persone e che vale complessivamente 4 miliardi di euro di produzione lorda vendibile, suddivisi tra 1,85 miliardi per il mercato interno e 2,15 miliardi per l’export.
L’impatto potenziale è enorme: significa mettere a rischio oltre 2 miliardi di valore economico legato alla commercializzazione estera del prodotto. Inoltre, fa notare Berni, il Grana Padano non è sostituibile facilmente: la sua lavorazione rispetta da decenni un disciplinare rigoroso, garantito dal Consorzio Tutela fin dal 1954. Ogni forma è tracciabile, controllata e riconoscibile per qualità, origine e certificazione.
Il Consorzio è stato ufficialmente riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole con decreto del 24 aprile 2002, con il compito di promuovere, valorizzare e proteggere la denominazione Grana Padano. Questo rende ancora più inaccettabile il colpo inferto da una misura che non trova alcun fondamento nella reciprocità commerciale.
La conclusione di Berni è amara ma realista: «È un errore strategico che avrà effetti su entrambi i lati dell’Atlantico. Penalizza i produttori italiani ma anche i consumatori americani, che pagheranno di più e, inevitabilmente, contribuiranno all’aumento dell’inflazione interna. Non resta che sperare in un intervento urgente e determinato delle nostre istituzioni.»
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