LA CRESCITA ECONOMICA NON PUO’ PRESCINDERE DALLA RISCOPERTA DEI VALORI ETICI.
di adminSi è invocato come risolutore di ogni problema il principio del “lasciar fare al mercato”, come se questa “mano invisibile “ di cui parlava Adam Smith fosse in grado da sola di regolare gli effetti negativi sul mercato derivanti degli incontenibili egoismi umani. Ciò ha comportato alla rottura del sottile diaframma che separa la creazione della richezza reale, vale a dire quella data dal valore riconosciuto dal mercato ai beni e servizi, dalla creazione della pseudo-richezza che nasce, invece, dalla speculazione, mobiliare o immobiliare che sia. Il ruolo della finanza è cambiato progressivamente negli ultimi decenni. Sempre più da strumento e mezzo per consentire e supportare l’impresa nella produzione beni e servizi e, quindi remunerare i fattori di produzione, in primis il lavoro, è diventata essa stessa un’attività di produzione della richezza. Il denaro che produce denaro. Peggio ancora la scommessa sugli eventi futuri e sui relativi flussi finanziari, i derivati, mercanteggiati come fossero un bene. La finanza ha tagliato il cordone ombelicate con l’economia reale traformandosi da mezzo a fine e creando una serie di vortici speculativi su se stessa. E’ stata per anni fuori dal controllo degli Stati, rispondendo principalmente al principio anti-etico del guadagnare senza produrre, del tutto e subito. L’economia reale ha invece bisogno di tempi più lunghi, richiede investimenti e per questo è stata vista come più rischiosa. Ma era solo un miraggio, un inganno, che si dimostrerà in seguito fatale. Nessuno si è accorto che questo processo alla lunga sarebbe crollato come un castello di carte ed avrebbe, ahimè, finito con il danneggiare anche l’economia reale, quella del fare. Le banche si sono prestate per prime al gioco, indirizzando i soldi dei risparmiatori non alle aziende di produzione ma nei piu facili ed accattivanti guadagni della finanza speculativa. E gli Stati sono rimasti a guardare, sempre frenati dal principio liberista della non interferenza negli affari privati, salvo poi a dover intervenire con ingenti risorse per salvare le stesse banche, a tutela dei risparmi dei cittadini. E sono proprio quelle banche che poco prima ripudiavano il ruolo interventista e regolatore dello Stato. Le macerie fumanti del crollo della finanza speculativa lasceranno il segno indelebile per almeno un decennio. Ma mi auguro che da questa catastrofe finanziaria si abbia tratto una lezione: l’economia non può prescindere dall’etica e che l’economia senza etica porta alla distruzione di se stessa. Sarebbe bene che nei corsi universitari di preparazione della classe dirigente del futuro ci fossero anche lezioni di etica. Grandi spunti di riflessioni si potrebbero trovare nell’enciclica papale “Caritas in veritate”, perché i diversi attori economici e politico-isituzionali non ripetano gli errori del recente passato. L’impresa deve tornare a fare impresa, rinunciando ad investire capitali in attività speculative, estranee al proprio “core business”, siano essi mobiliari che immobiliari. Non deve distogliere risorse, come è successo, per intraprendere avventure nella speculazione immobiliare o finanziaria, rincorrendo la chimera del guadagno facile. Deve invece reinvestire per vincere la quotidiana sfida del mercato perché, come dice il detto, chi si ferma è perduto; la finanza deve tornare al suo ruolo originale di raccolta del risparmio e di trasmissione dello stesso al mondo produttivo dell’impresa; lo Stato deve garantire il rispetto delle regole che devono essere orientate al bene comune ed all’uso efficiente, efficace ed appropriato delle risorse, garantendo giustizia ed equità secondo il merito. Alla base di tutto per ricostruire un nuovo ordine economico occorre ritornare alla riscoperta dei valori che devono essere la bussola dell’agire individuale e collettivo. Essi ci indicano ciò che è bene e ciò che è male per l’uomo ed è ad essi che l’agire economico deve necessariamente conformarsi. Solo un’economia orientata al bene dell’uomo potrà contare di avere un futuro.
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