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Davide Tinazzi: «L’accumulo è il serbatoio che mancava alla rete elettrica»

di Matteo Scolari
Dalla startup del 2013 alla quotazione in Borsa, fino alla digitalizzazione dell’energia: l’amministratore delegato e cofondatore di Energy Spa spiega perché i sistemi di accumulo sono la chiave della transizione e perché l’Italia deve accelerare.

Quando nel 2013 parlava di batterie e sistemi di accumulo, il mercato era concentrato ancora sugli ultimi Conti Energia. Oggi Energy Spa è un gruppo industriale quotato, con una gigafactory in Veneto e una presenza internazionale. Per Davide Tinazzi l’accumulo non è più un accessorio delle rinnovabili: è l’infrastruttura che rende possibile la loro piena integrazione.

Nel 2013 eravate pionieri. Quale intuizione vi ha guidato?

All’epoca si era remunerati per produrre energia e immetterla in rete. Ma era chiaro che la crescente penetrazione delle rinnovabili, non programmabili per natura, avrebbe richiesto dei “serbatoi”.

La rete elettrica è l’unica grande rete che non ha mai avuto serbatoi, a differenza di acqua, gas o dati. Finché la produzione era basata su centrali fossili regolabili, non servivano. Con l’espansione delle rinnovabili, diventano indispensabili. Da qui l’idea di costruire sistemi di accumulo.

Oggi Energy è un gruppo articolato. Come si è evoluto il vostro modello?

Abbiamo verticalizzato la produzione: partiamo dalla cella al litio e costruiamo sistemi di accumulo per il residenziale, il commerciale-industriale e il grid scale. Lo facciamo con una gigafactory in provincia di Padova.

Allo stesso tempo abbiamo orizzontalizzato i servizi: supporto ingegneristico per gli installatori, piattaforme software per la gestione e il controllo dei sistemi e strumenti per chi opera nel trading dell’energia e nei servizi di rete. L’accumulo non è più solo un serbatoio: è un asset che può erogare servizi alla rete.

In quali applicazioni concrete l’accumulo fa oggi la differenza?

Un esempio è l’intervento a Veronamercato, dove celle frigorifere lavorano 24 ore su 24. Il fotovoltaico produce di giorno, ma il consumo è continuo. L’accumulo “spalma” l’energia rinnovabile nelle ore serali e notturne, portando a coprire fino al 70-80% dei consumi.

In ambito industriale l’accumulo consente di livellare i picchi di potenza – ad esempio nello stampaggio plastico o nel taglio laser – riducendo non solo il consumo variabile ma anche la potenza impegnata, quindi la quota fissa della bolletta. È un doppio beneficio.

Può anche abilitare la crescita delle imprese?

Certamente. Molte aziende non possono aumentare la produzione perché non dispongono di maggiore potenza dalla rete o dovrebbero passare da media ad alta tensione. Fotovoltaico e accumulo permettono di superare questi vincoli e abilitare nuovi investimenti.

L’Italia è in linea con gli altri Paesi europei?

No, dovremmo essere più avanti. Siamo il secondo Paese europeo per produzione da rinnovabili e per consumo industriale, ma la penetrazione dell’accumulo è ancora inferiore rispetto a mercati dove il quadro regolatorio è stato più stabile e flessibile.

Gli incentivi possono aiutare a far partire un settore, ma l’attacca e stacca genera incertezza per imprese e consumatori. Serve un quadro normativo chiaro e strutturale che permetta al mercato di crescere in modo naturale.

Ha parlato di digitalizzazione dell’energia. Cosa significa concretamente?

Oggi la Comunità Energetica in Italia è principalmente un sistema di contabilizzazione: si calcola, nella stessa ora, quanta energia viene immessa e quanta consumata dai membri, e si riconosce un incentivo sui costi evitati di trasmissione.

Ma si può fare di più. Si può pilotare realmente la produzione e l’immissione di energia in funzione dei fabbisogni dei consumatori, scambiando “pacchetti di energia” come avviene in una rete dati. Questo è la digitalizzazione dell’energia.

In Paesi come il Belgio lo stiamo già facendo, sia in ambito residenziale sia industriale. In questo scenario l’accumulo si comporta come un server all’interno di una rete informatica: non solo immagazzina, ma gestisce e distribuisce in modo intelligente.

Qual è la prossima frontiera tecnologica?

La tecnologia è già molto avanzata, più di quanto l’applicazione pratica consenta oggi in Italia. L’integrazione tra accumulo, software, produzione rinnovabile e servizi di rete è la vera frontiera.

E poi c’è un tema strategico: negli ultimi anni le filiere delle rinnovabili si sono spostate altrove. Oggi l’Europa ha l’esigenza geopolitica e industriale di riappropriarsi delle proprie filiere produttive. Investire nella produzione locale di sistemi di accumulo è una scelta industriale, non solo energetica.

Cosa presenterete alla prossima Key Energy di marzo a Rimini?

La nuova configurazione del gruppo. Il nostro stand sarà concepito come un percorso: dall’analisi di fattibilità alla fornitura di sistemi componibili – non cucine su misura, ma cucine componibili – fino ai servizi post-vendita.

Perché il Capex iniziale è importante, ma se un investimento deve durare 10-15 anni, la manutenzione e l’affidabilità dell’asset sono determinanti per il rientro economico.

L’accumulo è nato come serbatoio. Oggi è infrastruttura strategica. Domani sarà nodo intelligente di una rete digitale. E l’Italia deve essere pronta a cogliere questa trasformazione.

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