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Stefano Berni: «Dazi? Il Consorzio del Grana Padano è attrezzato per resistere e adattarsi»

di Matteo Scolari
Il direttore generale del Consorzio di tutela del formaggio DOP più consumato al mondo analizza il momento critico dopo l'annuncio del presidente Trump, ma confida nella capacità delle aziende di far fronte alla situazione.

L’annuncio del presidente americano Donald Trump di un aumento delle tariffe commerciali ha colpito come un fulmine a ciel sereno l’economia globale. E l’Europa e, in particolare, l’Italia agroalimentare, sembrano ancora una volta essere nel mirino. Tra i settori più penalizzati c’è quello lattiero-caseario, e in particolare un’eccellenza del nostro patrimonio gastronomico: il Grana Padano DOP. A parlare degli impatti e delle contromisure possibili è Stefano Berni, direttore generale del Consorzio di Tutela del Grana Padano, intervenuto ai microfoni di Focus Verona Economia.

Direttore Berni, il Grana Padano è di nuovo colpito dai dazi americani. Cosa sta succedendo?

Siamo abituati purtroppo. Già durante il precedente mandato di Trump, dal 2019 al 2021, abbiamo subito dazi aggiuntivi del 25%. Storicamente, il Grana Padano paga una tariffa doganale del 15%, pari a 2,40 euro al chilo, ma con i dazi aggiuntivi si arrivò a un 40% complessivo. Adesso, con l’annuncio dell’ulteriore 20%, torniamo a pagare il 35%, circa 5,8 euro al chilo.

Quali sono le conseguenze più immediate di questo aumento?

I nostri importatori americani dovranno sobbarcarsi costi più alti e inevitabilmente trasferiranno tutto sul consumatore finale. Il nostro prodotto, che già si posiziona in una fascia premium, rischia di diventare ancora meno competitivo. In più, l’inflazione alimentare negli Stati Uniti potrebbe risentirne marginalmente. Ma il punto è che ancora una volta, quando si tratta di colpire qualcuno, si colpiscono i prodotti simbolo dell’eccellenza italiana: Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma, Pecorino Romano…

In passato avete già affrontato crisi simili. Come avete reagito?

Abbiamo esperienza: dall’embargo russo del 2014 – quando da 50.000 forme siamo passati a zero – alla stretta del 2020 sotto l’ultimo mandato Trump. Eppure, oggi esportiamo in oltre 100 Paesi. Le 40.000 forme che potremmo perdere negli USA proveremo a riposizionarle altrove. È un lavoro continuo, e lo facciamo da sempre. Non a caso il Grana Padano è il formaggio DOP più consumato al mondo.

Ma c’è anche un effetto a catena a livello di produzione?

Certo. Il nostro prodotto è stagionato: quello che oggi esportiamo negli USA è stato prodotto in media 15 mesi fa. Se salta una fetta di mercato, non possiamo semplicemente “smettere di produrre”. Questo genera stock in eccesso, pressioni sui magazzini e squilibri che ricadono su tutto il sistema, anche su chi non esportava direttamente negli Stati Uniti.

Qual è secondo lei la risposta più efficace che dovrebbe dare l’Unione Europea?

Prima di tutto serve trattare, negoziare. Ho seguito le dichiarazioni americane nella notte e Trump stesso ha lasciato intendere che ci sia margine di trattativa. Se davvero serve aumentare i dazi per coerenza politica, che almeno si limiti il rincaro al 5%, portando la tariffa al 20% invece che al 35%. Non ne saremmo felici, ma sarebbe un compromesso. Se invece tutto rimane com’è, allora l’UE dovrà reagire con fermezza: non possiamo fare da punching ball all’infinito.

In conclusione, siete preoccupati?

Preoccupati sì, ma anche consapevoli della nostra forza. Ce la siamo sempre cavata, anche nei momenti peggiori. Certo, vorremmo farlo con meno fatica. Ma il Consorzio del Grana Padano è attrezzato per resistere e adattarsi. Speriamo solo che, questa volta, la politica sappia giocare bene le sue carte.

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