Ancora sulla questione “uscita dall’euro”.

di admin
Se n’è parlato tanto anche nei riguardi dell’Italia. Oggi, tuttavia, che le cose sembrano migliorare, non si nominano più i due tristi vocaboli, sopra citati.

    Non è che l’Italia vada, oggi, dal punto di vista economico, a gonfie vele, ma, per la stessa, le cose sembrano migliorare, dopo che le pur modeste riforme – cui speriamo seguano altre – messe recentemente in atto, sembrano apportare – così apprendiamo – buoni frutti. Riforme suggerite dall’Unione Europea e che, alla fine dei conti, miravano e mirano a fare praticare ai governi europei nient’altro che il metodo d’amministrazione del buon padre di famiglia. Certo, in Italia, problemi da risolvere ve ne sono un pozzo, ma alla base di tutti, rimane urgente un incisivo taglio alla spesa pubblica, la conseguente riduzione della pressione fiscale e l’eliminazione, la più possibile, di gran parte della burocrazia. Avendo lo Stato il compito di “gestire”, è stato recentemente e giustamente detto, e non di “imporre”, esso deve fare un modo che la ricchezza prodotta sul territorio nazionale vada a favore di tutti cittadini, i quali non possono e non devono essere tali solo agli effetti fiscali. Premesso, dunque, che con una buona amministrazione l’euro non è un peso, né fonte di guai, tanto più che la sua quotazione si è ridotta, ma motivo efficace di maggiore integrazione – semmai, terribile vulcano di problemi è il debito pubblico – non è più il caso, ora, di pensare ad idee di uscita. Parliamo per il nostro Paese. Il quale, se fosse uscito dall’Eurozona e ove deleterie condizioni, derivanti da tale misura, si fossero verificate, non si sa in quale mare di disgrazie, impossibile da valutare, si troverebbe. Certo, a raddrizzare un po’ le cose hanno fortemente contribuito anche il basso tasso di riferimento e il quantitative easing o acquisto di obbligazioni pubbliche e private, voluto e messo in atto, fra mille ostacoli, da Mario Draghi…, nonché la contenuta quotazione del petrolio… Se fossimo usciti… Tali tre parole fanno maggiormente paura oggi, 30 ottobre 2015 – ovviamente, per molti ciò non sarà una novità – avendo saputo quanto capiterebbe alla Gran Bretagna, ove vi si decidesse l’uscita, non tanto dall’euro, visto che l’euro nelle terre di Londra non circola, ma, più semplicemente, dall’Unione Europea. Si è saputo, dunque, che agenzie di ratings, ove gli inglesi decidessero – in un referendum ad hoc, che potrebbe avere luogo in un prossimo futuro – per il brexit o per l’uscita dall’Unione Europea, ridurrebbero l’attuale positiva valutazione dell’economia inglese e il rating sul suo debito pubblico. Inoltre, sempre nel caso di out o uscita, gli Stati Uniti non garantirebbero accordi commerciali con Londra, visto che Washington apprezza l’attuale Unione di Stati Europei, con la quale, sola, intende commercialmente trattare. Ciò, con il pericolo, pure, che la Scozia, in caso di brexit, ritorni a rimarcare la sua volontà di separazione dal Regno Unito. Domanda: se per la Gran Bretagna – debito pubblico a circa il 90% e, quindi, a livello accettabile – è previsto tale difficile futuro, in caso di uscita dall’Unione Europea, cosa sarebbe stato dell’Italia, se avesse abbandonato l’euro, con un debito al 136% del Pil?
Pierantonio Braggio

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