LA SCELTA DELLA POLITICA VENETA PER EVITARE LA DERIVA ECONOMICA

di admin
Il sistema monetario europeo in questi ultimi 10 anni ha spezzato il precario equilibrio economico finanziario italiano su cui si reggevano gli interessi contrapposti fra nord e sud causando da una parte del Paese una grave crisi irreversibile e nell’altra parte un assistenzialismo insostenibile.

Uno Stato può rinunciare alla politica monetaria solo se è in grado di raggiungere il pareggio di bilancio (senza imporre una tassazione insostenibile alla parte produttiva), in alternativa potrebbe far parte di un sistema dove tutti non raggiungono il pareggio all’interno di una zona comunque economicamente omogenea nell’ottica di un euro a due o addirittura a tre velocità.
Uno Stato sovrano per finanziare la propria spesa pubblica può ricorrere a tre fonti:

  • alle tasse

  • al debito pubblico

  • alla stampa di moneta.

Uno Stato sovrano normalmente utilizza la spesa pubblica per mettere in circolazione il denaro stampato (stipendi pubblici, pensioni, opere pubbliche ecc ecc).
Oggi molti politici euro-influenzati, ignari del funzionamento di un modello macroeconomico considerano la spesa pubblica uno spreco ed ‘addirittura’ affermano che il debito pubblico deve essere annullato per avere un futuro migliore ma senza investimenti pubblici (scuole, ospedali e addirittura con un sistema pensionistico precario). Questo è un modello simile a quello adottato dalla Romania di Ceauşescu, senza debito pubblico e senza investimenti pubblici.
Dobbiamo ricordare che la teoria Keynesiana, (che ha permesso al mondo di uscire dalla grave crisi del 1929), prevede nei periodi di recessione un aumento della spesa pubblica sopratutto da investimenti e quindi della domanda pubblica.
Perché in un periodo di crisi la mano pubblica deve sopperire al calo della domanda privata, il debito pubblico si deve ridurre solo quando l’economia è in fase espansiva. In questo momento le politiche italo-europee stanno facendo l’esatto contrario.
Il modello macroeconomico europeo non solo prevede la contrazione della spesa pubblica, ma addirittura fa di più, prevede che una parte delle stesse tasse debba servire per abbassare il debito e pagare gli interessi alla BCE.
Questo modello è visibilmente insostenibile ed in effetti la conseguente crisi economica generata dal sistema stesso non ha tardato a farsi sentire e manifestare i suoi effetti sotto forma di disoccupazione giovanile, eccessivo indebitamento per tasse statali con numerosissime ipoteche Equitalia.
Per capire meglio il significato della perdita della sovranità monetaria, possiamo fare degli esempi, due positivi e uno negativo semplicemente analizzando il funzionamento di altri modelli macroeconomici.
Gli Stati Uniti, che hanno sovranità monetaria e quindi possono stampare moneta, detengono il record mondiale del debito pubblico, e continua a crescere, ma nessuno ritiene questo fatto un problema, anche se dobbiamo dire che gli americani approfittano del fatto che il dollaro è considerata una moneta di scambio e quindi di riserva universale tramite la quale agli Stati Uniti è stato possibile indebitarsi più degli altri.
Nella storia in effetti chi ha pensato di adottare come riserva una moneta alternativa al dollaro ne ha pagato le dure conseguenze.
Il Giappone che ha una moneta sovrana e non data in prestito dalla BCE (e quindi non deve tassare per restituire interessi o diminuire il debito) ha un debito pubblico di quasi il 300% del PIL ma non è in crisi come l’Italia.
Il fallimento dell’Argentina è un esempio della rinuncia da parte di un Paese debole alla politica monetaria concretizzato attraverso all’ancoraggio della moneta al dollaro.
E’ incredibile notare come in analogia alla situazione nostra attuale, la stampa internazionale elogiasse gli sforzi del governo argentino nel tentativo di raggiungere il pareggio di bilancio al punto tale che sull’onda dell’ottimismo molti istituti bancari italiani consigliavano fino all’ultimo giorno l’acquisto di titoli argentini.
Analizzando questi esempi si intuisce il perché una moneta unica avrebbe senso solamente in un’area economicamente omogenea ed ancora meglio se politicamente unita.
Prima dell’euro le cose funzionavano abbastanza bene perché lo Stato Italiano ha sempre stampato moneta o fatto ricorso al debito pubblico per elargire lauti ammortizzatori sociali alle zone svantaggiate e la conseguente svalutazione della lira ha favorito lo sviluppo e l’esportazione del Nord.
Lo SME grazie alla politica dei cambi flessibili, aveva avuto un discreto successo rispetto ai precedenti modelli monetari (Bretton Woods), infatti dal 1979 fino all’avvento dell’euro, sono stati fatti 15 riallineamenti competitivi. Ogni svalutazione concedeva un piccolo vantaggio competitivo al Paese debole.
Il rapporto lira-marco è passato da 170 lire degli anni settanta a circa 1000 lire della fine degli anni 90.
All’interno dello SME se un Paese non esportava perché aveva prezzi troppo alti, vedeva ridurre la domanda di moneta da parte degli importatori stranieri con il conseguente deprezzamento della moneta.
Questo deprezzamento della moneta conferiva competitività e rilanciava le esportazioni.
In sostanza il cambio flessibile funge da meccanismo equilibratore della bilancia dei pagamenti permettendo a ciascun paese di raggiungere l’equilibrio fra entrate ed uscite monetarie per regolare gli scambi con l’estero.
Con i cambi flessibili si tende al raggiungimento del pareggio della bilancia dei pagamenti con l’estero in modo naturale.
I politici in questo momento parlano del rapporto deficit /pil imposto dal sistema senza conoscere il funzionamento dell’intero sistema macroeconomico.
In realtà come sopra meglio evidenziato se si rinuncia alla moneta interna e quindi anche al cambio flessibile, che rappresenta una sorta di meccanismo regolarizzattore, si dovrebbe guardare soprattutto un altro dato fondamentale : il saldo della bilancia dei pagamenti.
Senza i cambi flessibili non si ha una garanzia del pareggio.
La Germania in questo momento esporta tanto, ma se gli importatori stranieri chiedessero marchi (se non ci fosse l’euro) per comperare prodotti tedeschi, il marco si rivaluterebbe rendendo più competitivi gli altri Paesi tra cui per esempio l’Italia ed in particolare il Veneto che esporta.
La riprova di quanto affermato si ha analizzando i dati dal 1989 al 2000 (siamo nella fase pre-euro e subito dopo un riallineamento competitivo che aveva ridimensionato lo strapotere germanico) la bilancia dei pagamenti tedesca era in rosso di 126 miliardi all’anno.
Dopo diversi anni di euro la Germania ha chiuso il 2013 con un surplus delle partite correnti con l’estero di 189 miliardi di euro, e nel 2014 è andata ancora meglio con un surplus di 217 miliardi di euro.
Il meccanismo di sorveglianza della CEE prevede che ciascun Paese membro non possa superare un attivo del 6% rispetto al PIL nella media dei tre anni precedenti, oppure un passivo del 4% (caso Grecia).
Da rilevare che anche questo dato è privo di significato, forse scelto perché è un po’ meno del 7% ed un po’ più del 5%.
E’ facilmente intuibile che se un Paese perpetua nello sbilancio, anche entro il limite previsto dal sistema finirebbe comunque senza liquidità interna ed è esattamente il caso Grecia.
Contro la Germania nel 2011 è stato avviato un ridicolo procedimento di controllo ovviamente senza effetti.
Il parametro del 3% deficit/pil è stato sbandierato, pubblicizzato e imposto all’Italia, mentre guarda caso l’altro parametro fondametale che avrebbe disturbato la locomotiva tedesca è finito nel dimenticatoio.
Di questo passo la Germania con le risorse incamerate stà diventando la padrona delle imprese dei Paesi deboli. La riprova non manca, tralasciando il caso Italcementi proprio in questi giorni una società che addirittura fa riferimento allo stato tedesco sta acquisendo pezzi importanti di Grecia.
A questo punto si deve evidenziare un ulteriore approccio sbagliato al sistema da parte della nostra politica.
E’ superfluo far notare che le tasse imposte ad un Paese per raggiungere il pareggio di bilancio (sul fronte della spesa pubblica) lo rendono meno competitivo verso l’estero danneggiando quindi ulteriormente le esportazioni con ripercussioni sulla bilancia dei pagamenti verso l’estero. Si dice che è un cane che si morde la coda.
Scendendo nella nostra realtà le tasse imposte al sistema Vento da parte dei tecnici italiani solamente per cercare di raggiungere il parametro imposto dall’Europa, hanno distrutto il sistema economico Veneto basato sia su tanti piccoli imprenditori ma anche su tantissimi lavoratori dipendenti fidelizzati all’impresa e ben retribuiti.
Il sistema Veneto ha da sempre previsto una adeguata (abbastanza efficiente) redistribuzione della ricchezza che generava una buona velocità interna della circolazione monetaria.
Si deve considerare che il denaro abbastanza suddiviso viene speso più velocemente.
Per intenderci possiamo fare un esempio molto banale; è meglio che ci siano 5 monete che girano ben 2 volte (5 x 2 = 10) piuttosto che 8 monete, mal distribuite che girano una sola volta nella stessa unità di tempo.
E’ intuibile che con la tassazione folle imposta dallo stato italiano in Veneto è impossibile investire.
Le imposte sugli immobili per esempio sono troppo elevate raggiungono anche il 2% del valore reale immobiliare stesso e le tasse per un piccolo medio imprenditore sono impagabili.
In questa direzione si và verso una deriva del sistema economico Veneto che sarà non più basato sul piccolo imprenditore e quindi con una ricchezza abbastanza distribuita, ma su un sistema basato sulla compressione dei costi ed in particolare del costo del lavoro. Il circolo è palesemente vizioso, la competitività basata sul costo del lavoro, porta meno soldi in tasca ai consumatori e costringerà il venditore ad abbassare ulteriormente i prezzi e quindi risparmiare ulteriormente anche sul personale.
La Germania in questo momento con il surplus commerciale verso l’estero ed il conseguente risorse finanziarie disponibili (217 miliardi all’anno come sopra riportato) potrà favorire la nascita di multinazionali anche nel Veneto dove l’unico obbiettivo sarà la contrazione del costo del lavoro.
Oramai non si può ripristinare il sistema monetario precedente, basato su un compromesso nord- sud, perché non conveniente alla Germania come dimostrato dal deficit della bilancia commerciale tedesca del 2000.
Allora probabilmente per il Veneto non rimane che percorrere la strada dell’indipendenza. E’ una scelta forte ma oramai è l’unica via percorribile per evitare la deriva economica, il compito della scelta spetta alla politica veneta a meno che non ci sia un’alternativa concreta ma questa volta percorribile perché non è rimasto molto tempo.

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