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Ancora sul veronese Cangrande I Della Scala. Non più misteriosa la sua morte, avvenuta all’età di 38 anni.

di admin
Ne parla il testo spagnolo di J. G. Caleroje, Madrid, tradotto in italiano a cura di Alessandro Salarolo. Nell'edizione di lunedì 15 giugno 2015 di www.veronaeconomia.it – articolo: Cangrande I Della Scala (1291-1329), signore di Verona – accennavamo ad un dettagliato resoconto sull'autopsia conservativa, eseguita, nel 2004, sui resti del Della Scala, da parte del…

Aggiungevamo pure che di tale resoconto è stata data prontamente notizia dallo storico dr. Carlos Martín Cosme, Valencia, amico della città scaligera, alla veronese Confraternita del Bòn Cuciàr, che cura con molta attenzione diversi rapporti internazionali, diffondendo all’estero il nome di Verona. Ritenendo utile e interessante fare conoscere i dettagli di quanto riscontrato dal gruppo medico, il presidente della citata Confraternita, Alessandro Salarolo, ha provveduto ad un’ottima traduzione in italiano, molto aderente testo castigliano in parola – evidentemente la storia di Verona crea attenzione anche all’estero – testo che, quindi, di seguito riportiamo, in quanto riteniamo torni gradito al Lettore, amante della storia.                                                                                                                 Si è scritto di un crimine: ossia, dell’assassinio di un nobile italiano, Canfrancesco Della Scala, detto Cangrande. Un crimine, il cui mistero è stato risolto dopo 675 anni dalla sua morte, grazie alle feci, trovate all’interno del suo cadavere. La soluzione del caso non è avvenuta, quindi, attraverso deposizioni di testimoni alle autorità giudiziarie, ma si è giunti ad essa attraverso l’esame dei resti mummificati della salma. Cangrande I Della Scala è stato riesumato e lo studio del cadavere è stato possibile, perché era stato mummificato in maniera naturale e ciò ha permesso anche di poter analizzare, dicevamo, la sua materia fecale e i tessuti di alcuni organi. Il defunto visse tra il 1290 ed il 1329, fu guerriero ambizioso e combattivo e, fra l’altro, anche protettore del poeta Dante Alighieri, autore della Divina Commedia. Il Poeta ha dedicato parte della sua grande opera al signore più potente di Verona. Il quale fu a capo di tale città dal 1308, sino alla sua improvvisa scomparsa, il 22 luglio 1329, all’età di 38 anni.  Ai suoi tempi, si sono avanzati sospetti di avvelenamento, che però mai si poterono provare. Ora, le analisi delle feci hanno permesso di stabilire che il Veronese morì avvelenato da foglie di digitale, la Digitalis purpurea, pianta che può fermare i battiti del cuore. Secondo quanto risulta da documenti dell’epoca – http://www.abc.es/cultura/20150117/abc-cangrande-momia-envenenado-heces-20150, 24/02/2015 –  Cangrande si sentì male d’un tratto, soffrendo di vomito e di diarrea, subito dopo avere conquistato Treviso, città che fu governata, quindi, dagli Scaligeri, onde meglio difendere il Veneto, oggi, regione del nord d’Italia. Gino Fornaciari, professore di Storia della Medicina dell’Università di Pisa, citato da “Discovery news”, avendo diretto le analisi, scrive, fra l’altro, che, all’epoca, si era pensato che Cangrande fosse morto, pochi giorni dopo essersi dissetato ad un pozzo, con acqua non potabile o contaminata.                                            Si pensò anche ad un assassinio: la strana e rapida morte aveva originato dubbi di avvelenamento. Fu nel 2004, dopo 675 anni dalla sua morte, come acennato, che il gruppo dell’Università di Pisa, diretto dal professore Fornaciari,  riesumò il corpo di Cangrande, seppellito nel sontuoso monumento di marmo, presso le Arche Scaligere, posto sull’entrata alla chiesa di Santa Maria Antica, Verona. Il cadavere apparve, dicevamo, mummificato in modo naturale, avvolto nelle le sue ricche vesti, in un incredibile stato di conservazione. Per prima cosa, la mummia fu sottoposta a raggi X e, dopo varie scannerizzazioni, i risultati delle analisi sono stati pubblicati nella rivista “Science”. C.S.I. – Resti rigurgitati: grazie all’esplorazione, gli scienziati hanno trovato resti di cibo, rigurgitati nella gola, segni di artriti nei gomiti, nonché tracce di tubercolosi e i cirrosi. Quando lo scanner evidenziò la zona addominale, si trovarono feci nel retto, delle quali fu estratto un campione. Da ciò, la ricerca segnò una svolta e proprio attraverso il C.S.I. Le analisi delle feci mostrarono concentrazioni molto alte di principio attivo, tratto dalle di Digitale o Digitalis purpurea. Immediatamente, i ricercatori decisero d’estendere le analisi al tessuto del fegato, dalle quali il verdetto degli Studiosi: senza alcuna ombra di dubbio, Cangrande era stato avvelenato con foglie di Digitale. Si trovarono anche tracce di camomilla e di more, nonché di erbe,  impiegate senza dubbio, per combattere un suo repentino problema gastrico. Sintomi: aloni e visione gialli. La morte per avvelenamento da Digitale lascia tracce di diversi sintomi, fra i quali, visione ingiallita e profili indistinti delle cose. In più, l’ingestione di Digitale crea effetti allucinanti sul sistema nervoso ed in misura incontrollata e massiccia (il margine è molto stretto, nonché, bradicardia, che porta alla paralisi del cuore). Onde la Digitale sia più efficace, per avere, cioè, un principio più attivo, le foglie della digitale devono esser raccolte, nelle prime ore dell’imbrunire. Al giorno d’oggi, un tale farmaco è impiegato, in dosi specifiche, nelle forme di aritmia. Anche se non si può scartare l’ipotesi di un’ingestione accidentale, quella più plausibile è l’avvelenamento intenzionale, attraverso una dose letale di Digitale, conclude il rapporto delle analisi, condotte dal prof. Fornaciari e dai suoi colleghi. I sonati di vomito e la diarrea sono compatibili con la prima fase dell’avvelenamento da Digitale. Fatto più probabile è che l’amaro infuso di foglie di Digitale sia stato mascherato con camomilla (sedativa ed anti vomito) e more di gelso (astringenti), come dai resti riscontrato. Chi fu l’assassino? Dopo la morte di Cangrande, uno dei suoi medici fu impiccato da suo nipote Mastino II. Fornaciari ha commentato a ‘Discovery’, che ciò crea maggiori sospetti d’avvelenamento, anche se risulta impossibile stabilire chi sia stato l’assassino. Certamente, Cangrande aveva nemici, nei potenti degli Stati vicini, come la Repubblica di Venezia o il Ducato di Milano, ai quali le conquiste crescenti del condottiero veronese nel Veneto non piacevano sicuramente. Comunque, l’autore materiale dell’avvelenamento doveva essere una persona molto vicina all’avvelenato, del quale la stessa godeva della massima fiducia, incluso proprio Mastino II – commenta Fornaciari. Il  testo di J .G. Caleroje e la traduzione di Alessandro Salarolo, di cui sopra, chiariscono bene lo scopo dell’intervento degli Studiosi di Pisa, il risultato dell’intervento stesso, evidenziando con certezza la causa della morte di Cangrande I Della Scala. Tale testo costituisce – certamente, grazie al resoconto iniziale dell’esame, steso da parte del prof. Fornaciari e del suo gruppo – un alto contributo alla storia ed alla cultura. Ci ha pensato ottimamente il giornalista J. G. C. Caleroje, a farlo conoscere in Spagna e nel mondo di lingua castigliana.                                                                                        Pierantonio Braggio

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