Uscire dall’Eurozona? Ecco l’autorevole parere dei Cavalieri del Lavoro italiani.

di admin
L'enorme debito pubblico, che schiaccia in modo inesorabile l'economia nostrana – siamo a 2160 miliardi di euro, con un aumento di circa 90 miliardi nel solo anno 2014 ed un carico, per cittadino. di 35.000 euro – tiene in sofferenza la nostra economia per mancanza di liquidità, in buona parte, sottratta ai bilanci da un'imposizione…

Debito ed aumento dello stesso, poi, di poco eliminabili, purtroppo, sul momento, anche con un serio e drastico taglio della spesa pubblica – intanto, cominciamo – che, appunto, attraverso le imposte, assorbe quella liquidità, che dovrebbe essere, invece, investita in attività produttive. Per realizzare la quale, del resto, non ci mancano imprenditori di ottima capacità e volontà, managers e cittadini-lavoratori di qualità, quali quelli dell’amica Germania, che, se è ai livelli economici, che conosciamo, ha saputo porre in atto, anni orsono, quelle riforme che, volute, guarda caso, da un saggio governo socialista, l’hanno posta sulla via del suo noto sviluppo.
Le situazioni economica e sociale italiane, ritroverebbero ampio respiro e motivi di crescita, secondo alcuni, nell’uscita dall’eurozona. Alcuni, ai quali evidentemente sfugge come la pesante, nostra situazione sia dovuta non tanto all’euro e all’attuale nostra appartenenza, quanto al non rispetto, da quando l’euro esiste, delle norme che ne regolano l’adesione. Abbiamo speso troppo in passato e spendiamo troppo oggi, in ambito pubblico, e, se un’uscita dall’euro potrebbe essere motivo di beneficio, si tratta di motivo o di possibili, positive conseguenze, che lasciano il tempo che trovano, perché, solo dopo qualche hanno, lascerebbero cadere il Paese nelle stesse condizioni – e forse, peggiori – nelle quali ci troviamo oggi. Ciò, in quanto il problema non sta nella moneta unica, ma, nel perseguire una politica di spesa pubblica, che, pur mirante a realizzare i compiti istituzionali dello Stato, utilizzi il pubblico denaro nei limiti delle possibilità economiche dello Stato stesso, migliorabili solo attraverso risparmio, riforme incisive e burocrazia al minimo e, quindi, crescita. Ci ha spinto a tali modeste considerazioni, molte delle quali, ormai arcinote, un interessante testo, di alcune righe, che spiega, in breve, come un’eventuale uscita dall’eurozona, costituisca unicamente, nel suo atteso risultato, una vera illusione. Il testo, molto interessate e dettagliato, è parte di un articolo, che riassume i contenuti del convegno nazionale dei Cavalieri del Lavoro italiani, tenutosi a Palermo il 17 maggio 2014 e apparso sulla Rivista “Civiltà del Lavoro”, organo ufficiale della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, la quale pubblica argomenti stesi dai Cavalieri del Lavoro stessi. I quali, se sono denominati tali dalla Repubblica, lo sono perché la stessa ha riconosciuto che la loro attività, non solo è stata di massimo apporto al bene nazionale, ma anche perché tale attività ha meritato o merita il plauso e l’alto riconoscimento unanime del Paese.
Recita, quindi il testo in parola, iniziando con il titolo L’ILLUSIONE DELL’USCITA DALL’EURO. Varando l’unificazione monetaria e l’euro, l’Europa è rimasta incompleta, non avendo adottato strumenti di politica di bilancio e fiscali unificati, per attuare le politiche economiche complementari a quelle monetarie. Questa sarebbe una scelta di quasi federalismo economico, necessaria. La scelta del mero coordinamento delle politiche di bilancio degli Stati membri si è rivelata insufficiente, specie durante la crisi. Ma, dall’euro non si può e non si deve tornare indietro. Tornare alla lira determinerebbe un impoverimento drammatico del nostro Paese, perché quella valuta non avrebbe mercato. L’uscita dall’euro causerebbe, poi, l’impennata dei tassi d’interesse, con pesanti conseguenze sul debito pubblico. Pagheremmo molto di più le importazioni, a cominciare dalla benzina e dall’energia e, quindi, ripartirebbe l’inflazione. Ed il cambio più favorevole della “nuova lira” non agevolerebbe le nostre esportazioni, perché noi siamo competitivi sulle fasce alte dei prodotti, dove non subiamo la concorrenza asiatica, perché ai rischi di cambio s’unirebbero quelli commerciali, che il mercato unico ha eliminato.
Certo, il testo citato parla di mancanza d’integrazione politica, che manca e che va realizzata al più presto, per armonizzare i diversi istituti, necessari a fare vivere gli Stati – … e saremmo al massimo di quanto potrebbe fare Bruxelles, ma, intanto, spendiamo bene il denaro pubblico ed eliminiamo buona parte dell’imposizione fiscale, che soffoca l’impresa, applicando, tuttavia, strettamente le norme previste dal Trattato di Maastricht. Ora, nella situazione disperata, in cui ci troviamo, ci auguriamo che il quantitative easing deciso dalla Banca Centrale Europea ci sia di aiuto, soprattutto per sollevare in modo sostanziale le sorti di chi oggi si trova senza lavoro.
P.B.

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