Problemi economico-finanziari e sociali nel mondo.

di admin
In Italia, realizzazione delle necessarie riforme, riduzione della spesa pubblica, ridotta quotazione del petrolio e dell'euro, nonché, previsto acquisto di titoli di debito pubblico da parte della BCE, sono motivi per pensare ad una pur modesta, anche se lenta, ripresa. Una buona occasione, da non perdere.

Da qualche tempo in qua, il dollaro americano sta dimostrando una forza imprevista, segno, certamente, della ripresa dell’economia degli Stati Uniti, la prima nel mondo e nella quale ci si aspetta un innalzamento del tasso ufficiale da parte della Fed. Il buon andamento nordamericano non può che fare piacere, se ciò non incidesse negativamente sugli indebitati Paesi emergenti, che vengono a trovarsi in difficoltà, essendo i loro impegni internazionali denominati in dollari e, quindi, esposti anche a inaffrontabile rivalutazione, e sulle importazioni di materie prime, essendo queste, di massima, quotate in dollari, oggi, appunto, più pesanti che mesi fa. Ovviamente, bene si trovano, oggi, Paesi, come la Cina, che dispongono di buone quantità di valuta americana. La rivalutazione del dollaro – 11% nel 2014 rispetto all’euro – ha i suoi effetti anche sulla quotazione del petrolio, che, oltre a vedersi diminuire il prezzo per la maggiore produzione americana – derivante dallo shale oil, o, prodotto, ottenuto dalla fratturazione idraulica di roccia bituminosa – fa incassare al produttore una minore quantità di valuta americana, perché più forte. Risentono molto, quindi, di tale situazione i Paesi e, quindi, le popolazioni, le cui economie dipendono fortemente dall’export di petrolio – per esempio, Ecuador, Russia (con esportazione, per due terzi, legata all’oro nero) e Venezuela – sia, a causa, oltre che dello shale oil, delle minori vendite, dovute alla crisi economica mondiale, sia di vendite anche al prezzo di soli 30$ al barile, pur di vendere, sia della conseguente quotazione più che ridotta, diminuita del 40%, solo nel 2014, e ai minimi dal 2011. La vigorosa ripresa del dollaro ha avuto ed ha i suoi effetti anche sull’euro, il quale, mentre scriviamo – 3 gennaio 2015 – quota 1,20 dollari americani, con un calo consistente rispetto a qualche mese fa. In merito, ci si attende che la moneta unica europea, già ridimensionata, possa raggiungere il cambio di 1,10-1,17 dollari per euro, fattore questo che potrebbe derivare da un ulteriore rafforzamento del dollaro e dai già preventivati acquisti di titoli del debito pubblico di Paesi europei, da parte della Banca Centrale Europea. Se un euro a quotazione ridotta – quella attuale è già favorevole per l’economia italiana – agevola le esportazioni e, quindi, le economie dell’Eurozona, è tuttavia, altrettanto vero che i Paesi, più interessati a tali risultati, non devono attenderseli solo dal calo dell’euro o dall’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE, ma crearseli attraverso una profonda riorganizzazione interna, ottenibile solo con incisive riforme, che li mettano in linea con le pressanti imposizioni, derivanti dalla globalizzazione, alla quale nessuno è in grado di porre freni. Un Europaese non può ritenere corretto, quindi, di fondare il proprio benessere economico solo su fatti occasionali, quali quelli, che stiamo trattando e che, a un certo momento, possono d’un tratto esaurirsi. Per esempio, è eccezionale l’intervento, sopra menzionato della Banca Centrale Europea, in quanto la stessa non ha il compito di salvare le finanze in difficoltà, pompando liquidità nei bilanci statali, attraverso l’acquisto cennato di titoli pubblici, ma solo di garantire la stabilità dei prezzi nell’area europea, attraverso un tasso d’inflazione non superiore al 2%. Un 2% che, oggi, non solo non esiste, ma che è, in Italia, ad uno 0,2%…, con le note conseguenze… Dovremmo sentircene contenti, se non fosse che tale tasso (0,2%) non è dovuto a quel buon andamento economico-finanziario, che mira ad evitare l’inflazione come elemento che erode il potere d’acquisto, ma alla profonda limitatezza della spesa in consumi, da parte dei cittadini. I quali – ed è questo, naturalmente, un pessimo segno – non solo hanno in tasca scarsa liquidità, a causa dell’altissima pressione fiscale e dell’incertezza sul loro futuro, temendo anche in fatto di nuove imposte, ma, si guardano bene, giustamente, dallo spendere… Non spendendo, tuttavia, non consumano, non consumando, non creano domanda di prodotto, paralizzando, in tal modo, le imprese che il prodotto creano, le quali, a loro volta, colpite anche dall’alta pressione fiscale, sono costrette a chiudere e, purtroppo!, purtroppo!, a licenziare… Serve un drastica riduzione della spesa pubblica e della conseguente pressione fiscale… Ciò, ci fa pensare, come, a seguito del forte calo del petrolio, non si possa tentare di ridurre, in Italia, il prezzo della benzina…, pur capendo le difficoltà del pubblico bilancio. Comunque, benzina (o diesel, che incide fortemente sui trasporti di merci, o gasolio per riscaldamento) a parte, per ottenere buoni risultati, sono essenziali riforme, ammodernamenti, non a parole, ma nei fatti e tali da creare certezze, oltre a quanto l’economia mondiale ed europea ci offrono. Un quanto, che, purtroppo, non basta, in mancanza di dette riforme, perché se tale quanto ci permette di risparmiare, ma spendiamo su altri fronti, non produttivi, non risolveremo mai i nostri problemi. Ci favoriscono, in questo periodo, dunque: il basso prezzo del petrolio a barile (159 litri), oggi, solo a qualcosa più di 50$; il ridotto corso dell’euro, che ci consente di esportare in maggiore quantità, ma che ci costringe a pensare anche al maggior costo delle importazioni; la quasi certezza dell’acquisto (operazione nota come quantitative easing o QE) di nostri Bot – ben 414 miliardi degli stessi, pari ad un quarto dei titoli di Stato in circolazione, sono in possesso di Banche italiane – da parte della BCE: un’operazione di politica monetaria, che non deve trasformarsi in motivo, molto temuto, del resto, dai Paesi a debito pubblico in regola, per non realizzare valide riforme, e, in fine, i fortemente minori tassi, che lo Stato italiano deve pagare, come conseguenza del QE stesso, sulle nuove emissioni di Bot; un QE, che mira a produrre liquidità e permette, in condizioni ideali, che vanno concretizzate, di investire di più nell’impresa, unica creatrice di lavoro. Certo, non si risolveranno tutti i problemi italiani, ma, al momento, i fatti cennati possono esserci di grande e costruttivo aiuto. Non dimenticando che, mentre pretendiamo comprensione da parte dell’Unione Europea, dobbiamo agire secondo quelle sue norme, che ognuno dei suoi 19 Stati membri del sistema monetario ha sottoscritto e deve rispettare.
P.B

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