Alla ricerca di storia e di cultura, in Austria, nella Repubblica Cèca e in Germania…Germania… Battaglia di Sadová, con conseguenze sul Veneto (1866), fortificazioni austro-ungariche e crimini del Nazismo.

di admin
Per modestia, delle proprie iniziative non si dovrebbe mai parlare, ma quanto segue mi pare di sì grande importanza, storico-culturale, che, tacendo, mi sembra di privare l'amico Lettore di alcuni dati molto interessanti, anche se alcuni di essi non sono certamente adatti ad allegro passatempo, se non a profonda meditazione... Alcune letture ed alcune piccole…

Dovendo, secondo il programma previsto, raggiungere, come vedremo, quel tratto di terra boema, che, a circa 90 chilometri da Praga, dà spazio alla città di Hradec Králové, denominazione che, per antica tradizione austriaca, al tempo dell’impero asburgico, suonava “Königgrätz”, era d’obbligo percorrere, provenendo da sud, il tratto austriaco Innsbruck-Salisburgo-Linz e, da quest’ultima città, indirizzarci, anzitutto, verso České Budějovice, per poi incontrare, in vero, piuttosto lontana, la meta prevista. Fu durante tale tragitto – era l’agosto 2011 – che, prima di raggiungere il confine austro-cèco, pernottammo, quasi senza rendercene conto, a Mauthausen, Austria. È questa una modesta cittadina austriaca, che, per il suo aspetto, per nulla fa pensare al fatto che nelle sue vicinanze fosse stato attivo, negli anni 1938-1945, quel noto e terribile campo di concentramento, gestito dalla SS (nazista), che dal suo severo portone vide entrare ben 200.000 prigionieri, la metà dei quali fu assassinata…, e che, a 5 km di distanza, lavorasse pure per la morte il campo di concentramento di Gusen – di cui abbiamo potuto visitare, durante un’uscita in bicicletta, smarriti ed addolorati, il monumento-ricordo. Gusen faceva parte di una rete ben studiata di altri 48 campi e, oltre ad essere attivo come carcere senza pietà, curava, costringendo a tale lavoro prigionieri del campo stesso, la cremazione (i forni sono visibili) delle vittime di tutti gli altri campi dei dintorni. Ritornati a Mauthausen, al piacevole e tranquillo paesino scelto per il pernottamento, potemmo godere di un’ampia visione del Danubio. Le acque, rese lucenti dal sole al tramonto, fluivano a velocità elevata, da ovest verso est, fra l’abbondante verde delle sponde del grande fiume e l’azzurro delle sue acque… ­Un unicum, che faceva dimenticare, a chi già avesse visitato il “campo” nazista di Mauthausen ed i pochi resti di quello di Gusen, le pene, il martirio e la morte dei rinchiusi, e non pensare minimamente, a chi nulla sapesse dei “campi”, che nel mezzo di tanta e splendida natura, fossero stati attivi sì terribili luoghi di tortura e di sterminio. L’insegna, inoltre, più che agreste dell’hotel, in cui alloggiavamo, insegna che faceva leggere “Zur Traube”, all’uva, contribuiva a rendere più romantico l’aspetto della piccola Mauthausen, nota purtroppo nel mondo, per l’immenso orrore nazista, ma non per essere bagnata dal grande Danubio. Al di là del quale, a poca distanza da Mauthausen, ci si presentò, nel suo splendore, la città di Enns, bagnata, appunto dal fiume Enns. Essa è la più antica città d’Austria, detta la “Siena d’Austria”. I primi insediamenti nella sua terra, risalgono a 4000 anni orsono ed il primo documento ufficiale, che la dichiara “città”, risale al 1212. La Basilica di San Lorenzo, il Museo Lauriacum e la torre, al centro della città, alta 60 metri, rappresentano i punti di partenza, per una visita, anche in bicicletta, ad altri monumenti e a paesaggi d’alto interesse.
Raggiunta la città cèca di Hradec Králové, dopo un percorso piuttosto lungo, non sempre su autostrada, ma, comunque, su strade statali ottime – né in Slovacchia, né nella Repubblica cèca, né in Germania, c’è da pagare l’utilizzo delle relative autostrade (in Austria, serve la “Vignette” da 8€, per poter liberamente viaggiare su autostrada per una settimana, tenendo presente che solo per il tratto Brennero-Innsbruck e viceversa tale vignetta non occorre) – si poterono ottenere le informazioni necessarie, per visitare, come richiedeva la meta del viaggio, i luoghi in cui ebbe luogo la battaglia del 1866, fra Prussia ed Austria, a seguito della posizione antiprussiana da parte di Vienna, che impediva, onde avere il predominio in Europa (motivi politici, territoriali ed economici), la completa realizzazione dell’unità tedesca, concretatasi, poi, nel 1871 ad opera di Bismarck. Motivo della visita ai luoghi suddetti era, oltre a quello strettamente storico, anche quello di conoscere, ove possibile, ulteriori dettagli, peraltro non soddisfacentemente scoperti, per i quali, l’Austria, sconfitta in Boemia dalla Prussia, passò il Veneto – sia pure attraverso un non richiesto intervento di Napoleone III, non certo favorevole ad una Prussia più potente – con semplice trasferimento del territorio e dei poteri, al Regno d’Italia (19.10.1866). Premesso che, in quanto segue, appariranno denominazioni cèche e tedesche, poiché i luoghi visitati, originariamente e tuttora cèchi, sono stati, per diversi anni o secoli, per vari motivi, in mano austriaca o tedesca, la storiografia indica genericamente, come luogo della sconfitta dell’Austria del 3 luglio 1866 in Boemia, una poco identificabile “Sadová” (la cui pronuncia cèca suona, con accento italiano: Sadovà). In vero, come riportato nella citata considerazione no. 38 e come personalmente rilevato in loco, Sadová è semplicemente un’ampia località di verde campagna, che condivise la sede dello scontro, assieme alla sperduta Chlum – località, in cui si concentrò il massimo della battaglia – e a Hardec Králové, e che si trova, appunto, dopo Hradec Králove, in direzione di Hořice. A Sadová, dunque, non abbiamo riscontrato segni o monumenti, che documentino la battaglia in parola, verificatasi, nel suo complesso, peraltro, su un’area di circa 100 kmq. Oggi, tuttavia, nella zona di Sadová lavorano una fabbrica di mattoni, una di birra ed una che produce piccoli refrigeranti da picnic. A Chlum, comune di Všestary, invece, a sette km da Hradec Králové e punto centrale del sanguinoso scontro, il locale “Museo di Guerra” – espressamente dedicato alla battaglia del 1866 fra Prussia ed Austria – presenta materiali e documenti relativi alla battaglia stessa, ricordata anche da un ossario a sei arcate in stile gotico, dal cimitero militare prussiano, da un monumento al 1° Corpo d’Armata austriaco e da un mausoleo con cappella. Altri punti di ricordo, nei dintorni, sono Lipa e Rozběřice.
L’Austria predispose la sua Armata-nord ad Olmütz, in céco, Olomouc, Moravia, onde poter coprire Vienna. La battaglia – 436.000 uomini di diverse nazioni in campo – iniziò da parte prussiana, comandata dal generale Helmuth Karl Bernhard von Moltke, ma condotta, in quel momento, dal generale di cavalleria, principe ereditario di Prussia, Federico Carlo, fra le 7 e le 9 del mattino, con l’attacco all’esercito austriaco, allocato per una lunghezza di 12 km sulla riva destra del fiume Labe (Elba) e volto verso Hořice; alle 8, quindi, attaccò anche parte dell’Armata prussiana dell’Elba e lo stesso fece verso Chlum, alle 12, la prima divisione di guardia prussiana. La battaglia si concluse alle 16 dello stesso giorno, con il ritiro delle truppe austriache (comandate dal generale Ludwig von Benedek) e sassoni (comandate da re Alberto di Sassonia), alleate dell’Austria. Le perdite: da parte austriaca (Armata del Nord) – 1313 ufficiali, 41.499 soldati, fra morti e feriti, 6010 cavalli, 187 cannoni e 641 carri da trasporto; da parte prussiana – 373 ufficiali, 12.605 soldati e 4892 cavalli; da parte sassone: 53 ufficiali e 1446 soldati. Nel territorio della battaglia, tutto in provincia di Hradec Králové, vi sono oggi 470 fra tombe di guerra e monumenti, posti sotto tutela del Ministero della Cultura della Repubblica Cèca e curati dal Comitato per la Conservazione di tali opere, che, poco a poco, vengono anche restaurate con attenzione e cura.
Lasciati Chlum, Sadová e dintorni, a poca distanza da Hradec Králové, fu la volta di Josefov. La cittadina ospita la fortezza, costruita negli anni 1780-1787 dall’ingegnere francese, in precedenza già al servizio di Maria Teresa (1717-1780), Duhamel de Querlonde, su incarico dell’imperatore d’Austria Giuseppe II (1741-1790), a difesa del confine delle terre asburgiche da possibili attacchi della Prussia. La fortezza di Josefov – in tedesco, “Josephstadt” o, in italiano, Città di Giuseppe – situata alla confluenza fra Labe (Elba), Úpa e Metuje, dava posto a 12.000 soldati, a nord-est era circondata da acqua e mai è stata coinvolta in conflitti. La fortezza, come fa intendere il nome, ad uso militare, funzionò per circa cento anni, per diventare, dal 1948, parte integrante, come lo è oggi, della cittadina di Jaroměř. Essa fu usata, nella prima guerra mondiale, dall’Austria, come carcere per 40.000 prigionieri (russi, italiani e serbi), durante il secondo conflitto mondiale, sino al 1945, come base nazista per Wehrmacht ed SS e, dal 1968 al 1991, fu in uso all’esercito sovietico. La stessa, cui, nel tempo, per mano austriaca, fu affiancata una chiesa con campanile, è tuttora in buone condizioni ed è aperta al pubblico. Il quale, dotato di una candela a mano con paralume, è condotto in visita guidata ad uno dei 45 km di cunicoli, che si trovano da 1,5 a 3 metri sotto terra. Per la costruzione della fortezza, s’impiegarono centinaia di milioni di mattoni (40 milioni di pezzi, da 9,5 kg l’uno, all’anno, prodotti in 12 fabbriche, all’uopo costruite e funzionanti a carbone, proveniente da cave vicine. Fu necessario il lavoro (12 ore al giorno) di migliaia di soldati e di operai, specializzati nei più diversi settori dell’arte muraria. La fortezza di Josefov fu dotata di un’imponente canalizzazione, ancora esistente, per il drenaggio delle acque, e fu terminata nel 1787. Si è accompagnati attraverso la stessa, oltre che da un competente giovane, anche da un anziano signore, nell’uniforme caratteristica dei militari del tempo.
Con un breve percorso sino a 60 km da Praga, si passò, quindi, alla visita alla città-fortezza di Terezín, in tedesco, Theresienstadt, provincia di Ústi nad Labem, ossia, Ùsti sull’Elba. Essa, costruita, in dieci anni a partire dal 1870, sullo stile dei bastioni della descritta Josefov, prima del punto di confluenza dell’Ohře nell’Elba, per motivi di difesa, contro possibili attacchi prussiani da nord-ovest, porta la denominazione di Terezín, Città di Teresa, perché voluta da Giuseppe II, imperatore d’Austria e d’Ungheria, che, con tale nome, voleva ricordare sua madre, Maria Teresa. La città-fortezza, due cinte in mattoni, con valli innondabili con le acque dell’Ohře, è costituita, dunque, da due parti, separate dal detto fiume e collegate da una strada di circa 1 km, strada, appunto, che oltrepassa, con apposito ponte, l’Ohře stesso. Una sua parte, piccola (67 ha), era detta dai militari austriaci del tempo “kleine Festung”, ossia, piccola fortezza, la seconda, molto più ampia (158 ha), era detta “Garnisonsstadt”, città della guarnigione, o “Hauptfestung”, fortezza principale, o, ancora, “grosse Festung”, grande fortezza. Quest’ultima, a forma di grande stella, conteneva, sin dalla sua prima utilizzazione, all’interno delle sue mura, dotate di 30 km di cunicoli, caserme, arsenale, ospedale e magazzini d’approvvigionamento. Dal 1783, furono inserite in essa anche abitazioni civili. Nel 1790, Terezín fu dichiarata ufficialmente “kriegsfähig”, ossia, in grado di sostenere un attacco (come già ricordato, da parte della Prussia). Mai coinvolta da guerre, tuttavia, Theresienstadt, la Terezín di oggi, fu dotata, nel 1810, della Chiesa della Guarnigione e, nel 1846, di un suo gonfalone e di sigillo ufficiale. Oggi, nelle diverse case, con relative strade e piazza, racchiuse nelle mura, abitano circa 3040 persone.
Fin dalla sua costruzione, Terezín piccola, la “kleine Festung” – che a fianco della sua entrata di destra, mostra un vasto e curato “Cimitero nazionale”, le cui lapidi, tutte uguali, fanno leggere, per lo più, nomi di assassinati ebraici – ospitò inizialmente prigionieri politici dell’imperial-regia monarchia austriaca. Altrettanto avvenne durante la prima guerra mondiale, avendo la fortezza ospitato, fra gli altri, Gavrilo Princip, l’attentatore di Sarajevo. Caduti gli Asburgo, dal 1918, la “kleine Festung”, “Fortezza piccola” ospitò una guarnigione cecoslovacca, fino a quando, nel 1938, essa diede spazio a cèchi, che abbandonavano Boemia e Moravia, i noti Sudeti, occupati da Hitler. Nel 1940, essa divenne carcere della Gestapo, che “migliorò” ed “ampliò”, al suo interno, edifici e carceri, restaurando ed allargando, per i suoi compiti di feroce repressione e d’eliminazione. Destinata, inizialmente, a soli uomini (27.000, fra cèchi, polacchi, sovietici, slavi e soldati alleati occidentali), in un secondo tempo, la “Fortezza piccola” vide fra le sue mura anche donne (5000): gente destinata, di massima, ad essere interrogata, o avviata ad altri campi di concentramento o carceri, o ad essere “eliminata” in loco. Vi morirono, comunque, per torture o pessime condizioni di vita, 2500 persone e, per fucilazione o impiccagione, 250. La fortezza era stata dotata anche di un poligono per fucilazioni, di un poligono ridotto e di una forca… Gli Ebrei colà capitati – di massima essi erano mandati nella vicina “Grande fortezza” – erano i peggio trattati. Fu, invece, nel 1941, che la vicina “Hauptfestung”, o “Grosse Festung”, o “Fortezza maggiore”, prima appena cennata, fu trasformata in punto di raccolta, per gli Ebrei di Boemia e di Moravia, ossia, cèchi. Dopo la conferenza di Wannsee, Berlino, del 20.1.1942, indetta per la “soluzione finale della questione ebraica” e nella quale si decise l’eliminazione totale della popolazione ebraica d’Europa (previste 11 milioni di persone), furono fatti confluire nell’Hauptfestung, ossia, nella Terezín maggiore, murata a stella – dopo che tutta la popolazione cèca colà residente fu fatta evacuare – Ebrei in generale, fra i quali, anziani o autorevoli d’origine germanica o provenienti dai Paesi europei occupati dai nazisti. Una tale Terezín, già città, per volontà nazista, popolata più del possibile, da Ebrei, come detto, veniva presentata, dall’altamente orchestrata propaganda nazista, e mostrata a visitatori ufficiali esteri, interessati alle condizioni di vita dei prigionieri, come insediamento ebraico o come campo di concentramento-modello, mentre, in realtà, non era che luogo di raccolta, di transizione verso Auschwitz, in polacco, Oświecim, e, quindi, di eliminazione di uomini… Attraverso “Terezín grande”, ben presto definita ufficialmente “Getto” (pronuncia: ghetto), passarono 140.000 prigionieri, dei quali 15.000 bambini. Verso la fine della guerra, quando i nazisti, grazie all’avanzata sovietica, dovettero chiudere i campi concentramento all’est, portarono a Terezín altri 15.000 prigionieri.
Le condizioni di vita nella città-ghetto erano terribili, sebbene i nazisti volessero fare apparire il contrario. L’organizzazione del ghetto, che godeva, secondo gli sgherri di Hitler, di una propria “autonomia amministrativa” (di facciata) – una vera città in piccolo – era nelle mani del Consiglio (ebraico) degli Anziani, il quale doveva organizzare, ma rispondere di tutto quanto avveniva nel ghetto al comandante nazista del ghetto stesso, il quale, per il mantenimento dell’ordine, aveva a disposizione 20 assasini della SS e 100 poliziotti di origine cèca. Basti, comunque, un dato, a sottolineare con quale brutalità e sangue freddo agissero i nazisti: il capo del consiglio ebraico del ghetto (peraltro, anche lui, o prima o poi, destinato alla morte) doveva, quando richiesto, predisporre l’elenco – si pensi con quale animo! – di coloro, ebrei, che il giorno dopo avrebbero dovuto lasciare il ghetto (di transizione) stesso, per essere avviati ad Auschwitz…
Quanto agli assassinati nella “grosse” o nella “kleine Festung”, dalla fine del 1942, essi venivano cremati, con redazione, per ciascuno, di apposito verbale e con raccolta in urne delle ceneri, che, in locale a ciò destinato, venivano custodite… Sempre nella “Grosse Festung”, esiste oggi un ampio “Getto-Muzeum”, che ricorda al visitatore le vittime del campo di concentramento di Terezín, nelle sue due parti, e come occorra concentrare l’attenzione sul rispetto della vita umana, non dimenticando che siamo tutti uguali e che la barbarie non deve più presentarsi sulla faccia della terra.
Quanto alle mura delle tre fortezze (o bastioni) considerate, quella di Josefov e le due di Terezín, va sottolineato che le stesse sono ben conservate, molto curate – prive di erbacce e di piante – e che buona parte di quelle della “kleine Festung” di Terezín è stata perfettamente restaurata, donando al paesaggio un colorito aspetto da dipinto settecentesco, quasi che il tutto voglia nascondere al visitatore le brutalità, le sevizie e le morti, che le mura stesse sono state costrette, impotenti, a osservare. Circa il loro stile, non vi è dubbio che le fortezze citate siano una copia esatta di quelle veneziane, che la Serenissima, abbondanti, imponenti e resistenti al tempo, ma quasi completamente dimenticate, ha lasciato a Verona ed altrove. Gli stessi ingressi alle fortezze, sopra descritte, in pietra bianca, si fanno ritenere uguali a quelli che rendono di bellezza straordinaria, per fare un esempio, Porta San Zeno, a Verona… Una visione spettacolare, che contrasta terribilmente con le “cattiverie” perpetrate, per almeno cinque anni, dalla sfacciata ed inumana macchina nazista, all’interno di quelle mura…
Il nostro “sopralluogo”, per così dire, continuò raggiungendo – attraverso Praga, peraltro non toccata, la romantica cittadina Roudnice nad Laben, Repubblica Cèca, e Dresda, Germania, meravigliosa e già visitata – come previsto, Nordhausen, Turingia. Ciò, per visitare, a circa 20 km da tale città, tanto il campo di concentramento “Dora-Mittelbau” che il relativo museo, che ricorda il sacrificio di circa 60.000 prigionieri-schiavi dei nazisti. Per meglio capire l’essenza di quanto andiamo brevemente descrivendo, bisogna premettere che, nel 1936, l’esercito e l’aviazione naziste, avevano aperto, a Peenemünde, che è parte dell’isola di Usedom, Mare del Nord – guarda caso, indicata come adatta all’iniziativa, dalla madre di Werner von Braun, perché nativa della zona e, più precisamente, della vicina Anklam – un “Heeresversuchsanstalt” o “centro di sperimentazione dell’esercito” tedesco, per la produzione di armi volanti e segrete, visto che la Germania, sconfitta nella guerra 1915-1918, non poteva produrre cannoni, armi da terra. L’area fu acquistata per 550 milioni di marchi del tempo, detti “Reichsmark”, fu dotata di capannoni e di raccordi ferroviari e, già nel 1937, in essa lavoravano 90 persone. Sotto la guida di Werner von Braun (1912-1977), che da ragazzo, si dilettava a far partire modesti missili-giocattolo, furono sviluppate le note armi volanti, molte delle quali fatte cadere (circa 3200) su Belgio, Olanda e Gran Bretagna, e denominate V1 e, quindi, V2 (Aggregat 4), laddove la “V” significa “Vergeltungswaffe”, ossia, “arma di rappresaglia o di risposta” – ai bombardamenti, che inglesi ed americani effettuavano sulla Germania – come l’aveva denominata il fanatico ministro nazista della propaganda, Joseph Goebbels. Poiché, nella notte fra il 17 ed il 18 agosto 1943, la Royal Airforce bombardò parte del centro di Peenemünde, uomini e tutto il materiale di produzione di quella base di produzione e di lancio, fu trasferito rapidamente in due grandi grotte, ampliate da 12 tunnel laterali e praticate nel ventre del monte Kohnstein, facente parte del gruppo del sistema montuoso dell’Harz meridionale, in Turingia, Germania centrale. Le due gallerie, realizzate fra il 1936 ed il 1937 e munite di collegamento ferroviario, erano usate sino al 1943 come depositi sicuri di carburante e di materie chimiche belliche. Il 28 agosto 1943 i nazisti fecero giungere dal campo di Buchenwald nelle gallerie menzionate 107 “schiavi”, gente giovane, massimo quarant’anni… La nuova fabbrica-campo di concentramento, voluto da Hitler, ebbe il nome di Dora-Mittelbau (la “Mittelbau srl” era una società di proprietà della SS). Essendo, tuttavia, lo spazio disponibile, troppo ristretto, per le forti esigenze di rapida produzione delle nuove armi, la SS, nel 1944, fece scavare ai prigionieri, colà portati da altri campi di concentramento, in condizioni disastrose ed inumane, ulteriori tre gallerie (le mine si facevano scoppiare a soli 50 metri dai prigionieri al lavoro, costretti, così, a respirare fumo e polvere) ed una seconda apertura ad esse, nella parte sud del Kohnstein. Tale sistema di grotte, alte 30 metri, munito di linea ferroviaria interna ridotta, per la fornitura di pezzi e di materiali, aveva una lunghezza di 20 km.
I disgraziati, prigionieri provenienti da diverse nazioni, vivevano nelle gallerie stesse ­ – peraltro, dotate d’inutilizzabili servizi di doccia e di…! – accatastati su letti di legno a vari piani, ad una temperatura costante di 8°C, e quindi umida e fredda, quasi ignudi, con zoccolacci ai piedi e nutriti di brodaglie; un’attività lavorativa ininterrotta, in turni di dodici ore e più, senza mai un momento di vero riposo e senza mai vedere il sole, riempiva la loro giornata. Lavoro forzato, dunque, condizioni terribili, maltrattamenti, disprezzo, bastonate e costante pericolo d’essere messi alla forca…: un attrezzo sempre in vista nel tunnel, per il caso in cui gli aguzzini SS ritenessero che qualche prigioniero avesse, come minimo, tentato di sabotare la produzione – si trattava di un lavoro di grande precisione – delle bombe volanti. Sabotaggio, del resto, più volte avvenuto e con risultati positivi, se è vero che molte V2 non riuscivano a partire o cadevano appena dopo il lancio. Gli addetti, 60.000 fino al 1945, infatti, ancorché non si comprendessero l’un l’altro, essendo da 21 nazioni e, quindi, di lingue diverse, facevano il possibile in tal senso: circa 400 di essi furono, appena scoperti o ritenuti colpevoli, impiccati davanti alla grande platea degli altri compagni al lavoro, compagni che, ove finissero pure sulla forca, erano talvolta costretti dalla SS a togliere il laccio ai già giustiziati e metterlo al proprio collo, per fare, poi, la stessa fine… Le impiccagioni avvenivano anche all’aperto e vi perdevano la vita decine di “schiavi” per volta… Morte, questa, forse meno orribile di quella che, con il tempo, si verificava per tutti, appunto, per le pessime condizioni di vita, imposte dalla fabbrica della morte, voluta da Berlino e dalla SS, che, alla fine dei conti, vedevano nel lavoro duro ed impossibile, il metodo più semplice per eliminare i prigionieri… Ne perirono 29.000, presso Dora-Mittelbau, ma il regime hitleriano riuscì a produrvi, ben 6000 mortali V2…! Il campo – nello spazio davanti e attorno all’entrata ai tunnel – ospitava le baracche della SS, l’amministrazione, i servizi e, non poteva mancare, il forno crematorio, a due bocche, posto nel bosco, in alto, a destra. Tale inferno fu fatto cessare dall’esercito americano l’11 aprile 1945. Oggi, lo spazio dell’ex campo di concentramento – in cui domina un verde intenso, che per fortuna allevia il dolore al visitatore – ospita la KZ-Gedenkstätte Mittelbau-Dora (Luogo-ricordo del campo di concentramento Mittelbau-Dora), con museo, l’entrata ad un tunnel (visitabile con guida gratuita), una baracca, impronte di altre costruzioni distrutte, mentre appaiono in buone condizioni i due forni crematori, triste ricordo delle più inumane azioni contro l’uomo, le cui ceneri venivano versate in una buca, situata accanto al piccolo edificio, in cui gli stessi forni erano e sono allocati… Tutto studiato su misura, in ogni particolare, per eliminare i propri simili…
Lasciato, desolati, ma più informati, ancora una volta, sui crimini nazisti – fa bene all’animo vedere e rivedere, ricordare e riflettere, onde esso miri esclusivamente al bene – Dora-Mittelbau, non restava che intraprendere, non senza una certa fretta, il viaggio di ritorno. Un viaggio, tuttavia, altrettanto costruttivo e grande, perché ci ha permesso di fare felice sosta a Weimar e al campo di concentramento di Buchenwald (dal sottoscritto, in vero, già visto nel 1979, e motivo di profonda meditazione). Weimar è sempre Weimar, la città del granduca Carlo Augusto, di Wolfgang von Goethe (1749-1832), di Friedrich Schiller (1759-1805), di tanti altri… e del teatro goethiano, dal quale uscì, nel 1919, la “Repubblica di Weimar”, che durò sino al 1933, anno della maledetta ascesa di Adolf Hitler a potere…
A Weimar, se non si poté vedere la nota Herderkirche, con il meraviglioso dipinto di Lucas Cranach (1475-1553), si poté visitare l’antico cimitero cittadino, dominato dal verde di alti alberi e di erbe diverse, nonché la “Fürstengruft”, un edificio modesto che, costruito nel cimitero stesso, oltre a contenere le bare dei duchi di Weimar, conserva anche quelle di Goethe e di Schiller. Al vedere le quali, tanto a Paolo che al sottoscritto, spontanea venne la domanda sul come, in dodici anni (1933-1945), la Germania hitleriana abbia potuto commettere i più bestiali crimini del mondo, in base a folli concetti di una superiorità razziale inesistente – si era, peraltro, vicini al macello di umani di Buchenwald – e di dominio del globo, quando Goethe e Schiller erano diventati e sono simboli, ancora viventi, a Weimar, ove nacque la prima democrazia tedesca, delle migliori relazioni fra uomini e amanti della pace… Un contrasto inspiegabile…
Sempre a Weimar, si visitò la goethiana “Gartenhaus”, casa del giardino o dell’orto, posta davanti al grande spazio verde, bagnato dall’Ilm, e tutto il magnifico parco, che la circonda, e dove il verde domina, portando nel cuore del visitatore gioia ed ammirazione per quella natura, in mezzo alla quale von Goethe volle la sua Gartenhaus…, circondata da magnifici fiori… Straordinari gli edifici lasciati dai granduchi di Weimar (non si poté visitare la Civica Biblioteca, ricostruita dopo l’incendio di anni orsono) e meravigliosa la raccolta di dipinti, fra i quali molti italiani, creata dalla madre del granduca Carlo Augusto (1757-1828), Anna Amalia (1739-1807)… Di grande interesse la casa d’abitazione cittadina di Goethe, dotata, fra l’altro, di grande giardino pensile, che doveva servire certamente, al naturalista Wolfgang, per passare momenti di riposo – egli era uomo di studio, di ricerca, di politica nel ducato, poeta, scrittore ed amante della musica… – nell’osservazione della sua natura… Una natura che, in vero, circonda – fitta com’è di “Buchen”, ossia, faggi – anche il campo di concentramento di Buchenwald, la cui descrizione tralasciamo, dovendo, altrimenti, ripetere cose e fatti terribili, purtroppo noti, e caratteristici di ogni campo di concentramento nazista. Ci limitiamo a dire: che quando una schiera di disgraziati schiavi giungeva, a piedi, proveniente dalla stazione d’arrivo, davanti al portone d’entrata al campo, questi venivano ufficialmente salutati dagli sgherri hitleriani con sputi, pugni, maltrattamenti e bastonate; che, una volta entrati, venivano accolti con la presa in giro di un’orchestrina (i concertisti, ovviamente, erano pure schiavi delle SS) e che la porta in ferro battuto dell’entrata principale portava e porta la scritta “Jedem das Seine”, ossia, a ciascuno il suo, questa volta, nel senso che a coloro che fossero entrati sarebbe stata data la giusta ricompensa, corrispondente al tipo della loro opposizione al nazismo… Ricompensa che corrispondeva, di massima, alla morte, in condizioni infernali… Mentre non infernale era, ma serena e gioiosa, la vita delle famiglie dei capi del campo, i quali disponevano, di abitazioni e di grande area verde, site a destra, prima dell’entrata al campo, dotate di giardino, di giochi per bambini e, persino, di uno zoo… Chiudiamo riferendo che la moglie del comandante del campo, richiesta dagli americani liberatori, se fosse stata a conoscenza di quanto accadeva nell’immensa prigione, ebbe a rispondere con un “non so nulla”…, quando, invece, fra l’altro, si fabbricavano forzatamente, nel campo, paralumi con pelle umana…
Ma, per completare le visite in programma, ci recammo nel vicino museo, relativo alle vicende del campo di Buchenwald, dove una dettagliata documentazione offre ogni notizia, compresa quella – fatto avvenuto – per cui il generale americano George Patton, una volta visto quanto di peggio il campo poteva presentare, ha costretto gli abitanti di Weimar a visitare il campo stesso, con le sue innumeri ed immense miserie e disgrazie… A Buchenwald, uno dei maggiori campi di concentramento in terra tedesca, dove dal 1937 al 1945 gli “schiavi” sono stati 250.000, morirono 56.000 persone da 26 nazioni, 11.000 Ebrei, 9000 tedeschi…, compresi soldati della Wehrmacht, nemici della guerra e disertori… Vittime ricordate, assieme numerosissime di tutti gli altri campi di concentramento, dal grande e maestoso monumento, in pietra ed a forma di arena, costruito in quattro anni sull’Ettersberg, quasi vicino al campo di concentramento di Buchenwald, nello stile del Realismo socialista, da un collettivo di architetti, per volontà dell’allora Germania comunista, che lo inaugurò ufficialmente il 14 settembre 1958. Ispirato al concetto “attraverso la morte e la lotta verso la vittoria”, è un peccato che la grandiosa opera, in quel tempo, avesse, nel quadro della “guerra fredda” fra Occidente democratico ed Oriente comunista, il fine strumentale di presentare il comunismo tedesco del passato e contemporaneo, ispiratore, appunto, della Germania orientale stessa, come unico nemico del fascismo (in termini comunisti) e, quindi, del nazifascismo. Si giunge al monumento scendendo uno scalone, ai lati del quali vi sono sette grandi margini in pietra, che ricordano i sette anni di “attività” del campo di Buchenwald. Terminata la scala e prima di adire allo spiazzo, una depressione sollecita a ricordare che in essa, poco prima della chiusura del campo, la SS coprì di terra 3000 cadaveri… A forma di arena, dicevamo… Il monumento forma un grande semicerchio – sul lato più stretto, le pendici dell’Ettersberg, sull’altro, ovviamente più ampio, vista d’una sconfinata pianura – che ospita, al suo margine esterno, appunto verso la pianura, una sequenza, detta Strada delle Nazioni, di ben diciotto immense lastre rettangolari di marmo di un colore piacevole, fra il rossiccio ed il marrone, ognuna delle quali portante la denominazione d’un Paese di provenienza degli assassinati a Buchenwald: Austria, Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Jugoslavia, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Romania, Spagna, Ungheria ed URSS. Su ogni pilone, un grande piatto bronzeo porta una fiaccola, simbolo di amore e di venerazione per i morti… Al centro del tutto ed al sommo del monte, antistante il detto semicerchio, l’alta e possente Torre della Libertà, circondata da numerosi alberi: non solo è dotata di d’una campana, ma, alla base, anche di un contenitore, che custodisce cenere di vittime e terre di altri campi di concentramento… La campana si fa sentire tre volte nel giro di un’ora e con i suoi rintocchi vuole fare scendere nei cuori le parole “mai più fascismo e guerra, ma pace” e fare volgere il pensiero ai prigionieri da tutto il mondo, che hanno sofferto o sono stati trucidati nei campi nazisti…
Un viaggio, dunque, quello parzialmente descritto – dobbiamo limitarci nel tempo e nello spazio – pieno d’interessanti novità, di storia, solo in parte conosciuta, di momenti d’osservazione di grande arte, come nel caso delle diverse fortezze, di cui si è dianzi parlato, della grande piazza del Duomo ad Erfurt, del Duomo stesso, con l’immenso affresco cinquecentesco del San Cristoforo, e della vicina basilica di San Severi, ridenti sulla collina e da noi attentamente visitate… Un viaggio di emozioni – di dolore pure, alla vista dei bestiali campi di concentramento, anche nella Repubblica cèca – create in noi da momenti di spettacolare natura, ammirata in prati sconfinati, in boschi di abeti e di faggi meravigliosi, in centenari parchi, in estese piantagioni di cavoli cappucci, di insalata di varie specie, di bianco-verdi finocchi, di zucchine, di aglio, di bietole e, persino di gladioli, delicati e variopinti, e di girasoli, che chiunque poteva raccogliere, versando il corrispettivo in apposita cassetta… Straordinario lo spettacolo delle piantagioni di luppolo, sia nelle vicinanze di Praga che nell’Hallertau, Baviera, dove il verde della preziosa pianta “Humulus lupulus”, ornata dalle sue mille infiorescenze coniche, sembra arrampicarsi nel cielo, per produrre il meglio, la gialla luppolina, quell’oro che conferisce aroma e profumo alla bionda birra… In merito, chiarificatrici sono state le informazioni, dateci dal coltivatore stesso, gentile e compiaciuto della nostra occasionale, ma pur tecnica, visita. Ottimi e grandemente informativi i colloqui con i locali, come ristoratori, cittadini, custodi di musei e, eccellente, in particolare, la grande e signorile accoglienza in hotels e birrerie, in numerose delle quali, appare grande, significativo e romantico il Crocifisso… Ancora un piacevole ricordo: nell’hotel “Handelshof” di Nordhausen, la titolare dello stesso, al mattino, mentre non avevamo ancora preso posto al tavolo della prima colazione, ci si presentò con la sua padella in mano, per proporci l’opzione fra uovo all’occhio di bue semplice o cucinato, con pancetta e zucchine, pure al tegame, “fresche, appena raccolte nel mio orto”! Che contrasto con il fanatismo criminale degli hitleriani!
Un percorso alla ricerca del nuovo, dello sconosciuto e molto costruttivo. Un tutto, reso possibile, forse, mi ripeto, ma va ridetto, dalla preziosa ed altamente esperta guida automobilistica di mio fratello Paolo, il quale, se ha gradito il fatto di avere potuto ammirare tante bellezze, innovazioni e molta perfezione, è rimasto fortemente scosso dalle brutalità e dalle efferatezze, dai crimini commessi dalla SS, negli anni 1933-1945, e costatate in loco, visitando, con profonda riflessione e pietà, i resti dei campi di concentramento nazisti, sopra descritti.
P.B.

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