Economia italiana e potenzialità per i giovani del Nord-Est.

di admin
‘Magna Carta Scipione Maffei’, Verona, ha presentato il Rapporto globale AMWAY sull’imprenditorialità 2013 – Incoraggiare l’imprenditorialità, eliminando la paura di fallire.

‘Fondazione Magna Carta Scipione Maffei’, Verona, di cui è presidente Stefano Casali, peraltro anche vicesindaco di Verona, coltivando ricerca scientifica, riflessione culturale, politica ed economia, con l’obiettivo di diffondere il pensiero liberale, attraverso conferenze, convegni, pubblicazioni e formazione politica, ha curato una tavola rotonda, avente per scopo la presentazione del Rapporto Amway sull’imprenditorialità, Anno 2013 – Incoraggiare l’imprenditorialità e l’autoimprenditorialità, eliminando la paura di fallire. Un’indagine, questa, che Amway – azienda pionieristica e leader mondiale nel settore della vendita diretta – ha realizzato in collaborazione con l’Università di Monaco di Baviera (TUM – Technische Universität, München), volgendo particolarmente l’attenzione, appunto, alla paura del fallimento, indagine dalla quale i giovani del Nord-Est risultano i più motivati, in Italia ed in Europa, con spirito d’intrapresa estremamente vivo ed ottimista. Il convegno ha avuto luogo il 9 luglio 2014 presso Confindustria, Verona.
Il presidente Casali, introducendo il convegno, ha completamente condiviso il concetto del presidente Napolitano, recentemente espresso, o si crea lavoro o è finita… Che è come dire, diamoci da fare, promoviamo l’impresa, aiutiamola, essendo essa l’unica fonte di ricchezza del Paese e del Nord-est, la cui resistenza all’attuale situazione, pur mostrando cedimenti, è dovuta alla presenza di innumeri piccole imprese, ossatura della nostra economia. Per Casati occorre un fisco amico ed una burocrazia meno pesante, sia per ridare tono alla voglia d’impresa – che non manca nei giovani del Nord-Est -, sia per evitare il trasferimento d’imprese nel vicino estero, sia, ancora, per fare in modo che non vada dimenticato o perduto quel grande patrimonio di capacità e di esperienze del nostro settore manifatturiero, che è al centro della domanda estera. Un patrimonio che, una volta sotterrato, è difficile da ricostruire.
Ha esposto i risultati dello studio, tema del convegno, Fabrizio Suaria, amministratore delegato di Amway Italia e vicepresidente di Avedisco, che ha anzitutto chiarito come Amway, fondata nel 1959 negli Stati Uniti, abbia raggiunto 11,8 miliardi di dollari di vendite globali nel 2013, essendo la prima azienda al mondo nel settore della vendita diretta; la stessa, oltre ad offrire i propri prodotti, propone opportunità di lavoro ai consumatori, attraverso 3 milioni di distributori, diffusi in 100 Paesi. Amway dispone, di 900 scienziati, impegnati in 75 laboratori, alla ricerca di prodotti innovativi, puntando all’eccellenza nella ricerca scientifica. Lo studio-sondaggio,
proposto al convegno, è stato eseguito contattando oltre 26.000 persone, in Europa, Americhe ed Asia, per un totale di 24 Paesi, focalizzando l’acquisizione di dati sul principio “paura del fallimento” e sul quesito “perché si è disposti a correre il rischio di fallimento in alcuni Paesi, rispetto ad altri e quali sono gli aspetti della paura di fallire, nel fare impresa, che prevalgono”? Non solo: studio delle motivazioni, che spingono a impegnarsi nell’impresa, ostacoli che ne minano la sopravvivenza, condizionandone sviluppo e crescita.
Dallo studio – in questa sede, possiamo proporre solo alcuni dei numerosissimi dati raccolti da Amway, risulta che: tenuto conto della crisi in atto, diminuisce, ma non tracolla, la voglia di fare impresa; se in Italia, nel 2012, il 74% degli interpellati, aveva un atteggiamento positivo in fatto di autoimprenditorialità, tale percentuale è diminuita nel 2013 al 69%, pur restando essa una percentuale elevata; il numero di coloro, in Italia, che immaginano di poter avviare un’attività in proprio (potenziale d’autoimprenditorialità) raggiunge nel 2012 il 46%, passando al 41% nel 2013, dato, del resto, superiore alla media europea (37%) e dell’1% appena, inferiore a quello statunitense (42%); sono i giovani sotto i 30 anni, in Italia, ad avere atteggiamento favorevole verso l’apertura d’un’azienda, e, di essi, il 58% immagina la possibilità d’avviare un’attività in proprio, onde raggiungere la propria autorealizzazione, ossia, lavorare, cioè, senza dipendere da alcuno. Quanto alla paura di fronte ad un possibile fallimento aziendale, la stessa è presente nel 91% degli intervistati italiani, temendo la crisi economica, mentre tale percentuale scende al 37% negli Stati Uniti; detta paura costituisce un ostacolo all’apertura di un’impresa fra i giovani per un 92%, mentre lo è per un 75% in Europa e per un 46% negli USA. Il 40% ritiene che il nostro Sistema Paese sia abbastanza ostile verso la libera impresa, mentre per il 24% esso risulta molto ostile alla stessa: il tutto per un totale del 64% (USA: solo per il 20%). Quanto alla promozione della tendenza all’imprenditorialità, il 46% degli interpellati chiede finanziamenti pubblici e prestiti per l’avvio d’una nuova impresa e il 45% vorrebbe minore burocrazia. Se in Europa si chiede formazione e cultura d’impresa (33%), in Italia, questa è richiesta da un 22% degli interpellati (USA: 40%)… Ovviamente, abbiamo ridotto il quadro proposto da Amway al minimo, ma i dati prodotti e le possibilità di confronto sono più complessi e molto esaustivi e, comunque, atti a ricavarne una visione completa di tutto il settore. Maggiori dettagli sono ottenibili visitando www.amway.it. Sondaggio a parte, risulta, ad ogni modo, molta attenzione all’imprenditorialità fra i giovani del Nord Est. Nino Bocchi, direttore dell’Area Mercato Nord Est dell’Istituto Centrale Nazionale delle Banche di Credito Cooperativo – banche molto legate al territorio e alquanto attente alle esigenze dell’impresa locale – trova abbastanza normale, data la radicata tradizione, l’interesse alla creazione d’impresa nel Nord Est, ma, vede anche accentuata la tendenza dei giovani, che un’impresa ereditano dai genitori, ad ammodernarla e ad aggiornarla, in direzione delle esigenze dei mercati: fattore, questo, molto positivo ed indice di ottimale lungimiranza costruttiva. In merito, e con particolare riferimento ai giovani, le BCC dispongono dell’iniziativa Buona Impresa, la quale
ha lo scopo di concedere credito – nel 2012, sono stati erogati crediti per 74 milioni di euro –, ma anche di affiancare i giovani, con consulenza specializzata, sia all’apertura dell’azienda, che nella sua conduzione.
Non poteva mancare al convegno veronese Giuseppe Bortolussi, il creatore e direttore dell’Ufficio Studi della CGIA-Associazione Artigiani Piccole Imprese di Mestre, nonché consigliere regionale, che da anni segue attentamente l’evoluzione dell’impresa e dell’economia nazionali, con studi, ricerche e costruttivi pareri, convinto che l’impresa è alla base dello sviluppo economico. Purtroppo, tutti i governi del passato, sono stati ostili all’impresa ed oggi essa si trova a dovere digerire un pressione fiscale insopportabile del 44% (si pagano le imposte più alte in Europa – in Svizzera l’imposizione sull’impresa è pari al 25%), mentre la maggioranza degli italiani vede l’impresa – il 67% del lavoro è dato dalle piccole aziende – come qualcosa che opera a danno del lavoratore, il quale, invece, trae dalla stessa di che vivere. Pesano sulle aziende imposte e burocrazia, nonché, per esempio, il costo dell’energia elettrica, che costa in Italia un 65% in più che all’estero, la carenza di credito bancario e i mancati pagamenti da parte dello Stato, talché, di massima, una buona parte delle nuove imprese, chiudono dopo 5 anni di attività…
Alla luce di tali dati, bisogna creare il terreno adatto allo sviluppo dell’imprenditoria e agli investimenti esteri nel nostro Paese, nel quale, peraltro, la piccola impresa, che produce valore aggiunto, anche molto superiore a quello della grande, ora soffre, oltre che per i problemi citati, anche per la pesante stasi del mercato interno.
Un convegno, quello voluto da Magna Carta, www.magna-carta.it, che avrebbe dovuto disporre di più tempo, perché i temi sul tavolo – talvolta, ovviamente, noti, ma di vitale importanza per l’economia e la società italiane, in un momento in cui solo un’impresa, dotata di massima libertà d’azione e liberata da ogni laccio, che la frena, pur nel giusto rispetto del concetto di solidarietà, potrà salvare il Paese – meritavano maggiore approfondimento. Non c’è altra soluzione, oltre a quanto detto e proposto. Perché in un’economia globale, quale è quella d’oggi, in cui ogni mezzo è impiegato per la riduzione dei costi e, quindi, per ottenere competitività – la qualità, che al prodotto italiano non manca, non basta e le esigenze dei mercati internazionali sono sempre più raffinate – il nostro Paese, cui non mancano alte capacità imprenditoriali e di progresso, non può incancrenirsi su concetti del passato. Anche in fatto di imposizione fiscale sulle famiglie, la cui vita, se non dal lavoro autonomo o dall’autoimprenditorialità, deriva dall’impresa.

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