Corsi professionali in azienda… Un’ormai antica e validissima esperienza.

di admin
Affinano la sempre modesta preparazione, data dalla scuola, e inseriscono i giovani nel mondo del lavoro, facilitandoli fortemente nel passaggio dalla vita giustamente spensierata a quella del necessario impegno lavorativo. Abbiamo saputo, nei giorni scorsi – se bene abbiamo capito – di una certa ostilità verso l’iniziativa dell’istituzione di corsi, che possiamo definire privati, destinati…

Bisognava provare il tutto sulla propria pelle…, per credere… D’altra parte, un lavoro deve essere eseguito rapidamente e con la massima esattezza, nell’interesse dell’azienda e del lavoratore stesso. Tuttavia, si pretendeva rapidità e precisione, pur sapendo che per le due cose mancava la preparazione pratica. Fatti accaduti e ripetutisi non si sa quante volte, a danno d’ogni giovane appena uscito dalla scuola, al punto che lo stesso non sapeva a quale santo rivolgersi, per eliminare a se stesso, almeno in parte, tale pesantissimo ed umiliante disagio. Ne risultava che la scuola, anche se tecnica, nulla aveva fatto o faceva – lontanissima com’era dalla realtà lavorativa – per evitare tali problematiche situazioni, annichilatrici della dignità della persona… In effetti, inoltre, mancavano, allora, da un lato, sensibilità per il rispetto del giovane, alle sue prime armi, e quella familiarità di maneggio, dall’altro, almeno della “macchina per scrivere” e delle allora “calcolatrici”, da parte di chi, ad esempio, veniva assunto da una banca. Familiarità, che il datore di lavoro stesso, non certo in buona fede (perché sapeva bene, che la scuola preparava a ben poco) e, al tempo, giustamente (perché pagare un collaboratore, che non sapeva ‘rendere’, si diceva in gergo, costituiva e costituisce una perdita), si aspettava. D’altra parte né Stato, né sindacati erano mai intervenuti per creare una scuola capace di sfornare giovani, forniti di quella formazione, atta a fare prendere contatto con il mondo lavorativo, senza che si fosse creato il cennato stato di cose… La scuola deve agire, per il bene della gioventù, almeno per quanto concerne alcuni indirizzi, in stretta relazione con l’impresa, abbandonando il teorico e cercando di convincere i giovani sul fatto che ogni lavoro è buono… Non solo: … e che non è esclusivamente con la laurea, che si risolvono i problemi della vita. Lo richiedono i tempi.
Dinanzi a queste modeste considerazioni, che erano durissima, struggente realtà – e tale, persino, da farmi pensare che non meritavo le previste 30.000 lire mensili – un’esperienza nuova fece capire all’impreparato sottoscritto, che qualcosa, in qualche altra parte d’Europa, veniva realizzato, sì nell’interesse dell’azienda ma, al tempo, anche del futuro assunto. Un qualcosa che ho trovato in atto già più di mezzo secolo fa e che, qui in Italia, ancora oggi, non si vuole mettere in pratica…, con danno per i giovani e dell’impresa, la cui mentalità, fortunatamente, nelle relazioni di lavoro, non solo è fortemente cambiata, ma addirittura improntata ad ottimali rapporti con i dipendenti, nell’interesse di ambo le parti.
Un bel giorno, dopo avere provato di persona, per almeno tre anni, dietro allo sportello, qualcosa di peggio dei goethiani Dolori del giovane Werther…, ottenuta un’aspettativa – e, quindi senza stipendio, ma pagando personalmente 15.000 lire al mese di contributi di previdenza e di cassa malattie, avendo a carico i fratelli e la nonna – mi recai a Monaco di Baviera, dove, l’allora Bayerische Hypotheken -und Wechsel-Bank mi accolse come “volontario” nei suoi uffici, desiderando io migliorare la mia conoscenza della lingua tedesca. L’accoglienza fu molto simpatica ed amichevole, tanto da parte del direttore che dei futuri colleghi, ma il disastro linguistico che si verificò a mio carico, fu evidente sin dal primo momento, da quando cioè, si trattò di esprimere ad ogni collega presentatomi, il nostro “piacere di conoscerLa!” in tedesco…, che, in Germania, suona press’a poco “angenéhm”! E chi lo sapeva…! Chi mai ti aveva insegnato a presentarti e ad intrattenere il più modesto colloquio in lingua? Una vera ed umiliante vergogna, che profondamente provavo, dopo tre anni di presenza al corso di tedesco nella scuola superiore e dovendo sottolineare, per chiarezza, che all’esame finale, detto “di Stato”, mi fu assegnato, in tale materia, un tondo 8! Un’ulteriore catastrofe provavo quando qualche giovane collega mi rivolgeva la parola: lui parlava ed io non capivo nulla! Che bella preparazione: a che serviva l’8 citato? E non parliamo di quando mi si assegnava di scrivere qualche riga a macchina…, senza che io sapessi, per giunta, nemmeno, quale aspetto dare alla lettera in via di battitura…!
Lasciando, tuttavia, i cennati miserrimi dettagli – ricordiamo solo che già il primo giorno, al mattino, di contatto con la banca monacense, mi fu pagato il previsto stipendio, da me non richiesto, né in precedenza preannunciatomi – soffermiamoci sul tema centrale del nostro assunto… Frequentando, dunque, l’Istituto di Credito tedesco, notavo che di settimana in settimana, alcuni giovanissimi colleghi erano assenti a giorni o a settimane alternati e mi chiedevo come la cosa si giustificasse… Un bel giorno, venni a sapere che il collega X, anziché venire al lavoro, si recava a corsi di formazione, istituiti e, quindi, finanziati dalla Banca, mentre apprendeva la parte pratica del suo futuro compito, quando io lo vedevo al suo tavolo, accanto a noi. E, a tale tavolo, egli lavorava per tre mesi, per poi passare ad altro ufficio, per altri tre mesi, e via di seguito, in modo di crearsi una visione pratica e globale dell’incarico, che egli avrebbe dovuto svolgere, una volta assunto definitivamente… In tal modo – mi fu detto da un dirigente, che con il personale aveva un comportamento quasi di amicizia, assolutamente assente nel mio ambiente di lavoro – Peter non solo si prepara bene ad essere un impiegato di qualità, ma incassa un “Taschengeld” o mancia, mensile, che gli permette, oltre ad essere assicurato, di non essere completamente a carico della famiglia… Ciò, bisogna sapere, anche in considerazione del fatto che le scuole superiori tedesche, oltre ad essere ben collegate al mondo delle aziende, comportano qualche anno di frequenza in meno che da noi…
Ora, alla luce di quanto sopra, perché un tale metodo non dovrebbe essere “copiato” e introdotto anche in Italia, sebbene il giovane interessato alla cosa percepisca un riconoscimento mensile ridotto, anche per uno o due anni? L’esperienza insegna che la Germania, con il suo sistema scolastico, ha creato e crea una gioventù meno esposta ai disagi dovuti al primo impatto con il lavoro, creando, al tempo, persone soddisfatte e sempre interessate al buon andamento dell’azienda, avendo dimostrato quest’ultima attenzione costruttiva nei loro riguardi. Quindi, perché il modello tedesco o modelli di altri Paesi, se innovativi e buoni, non trovano o non possono applicazione anche da noi? Se, poi, anziché andare a carico del pubblico bilancio, con i tempi che corrono, i costi di formazione professionali sono sostenuti dalle imprese, tanto meglio. Le quali, da parte loro, sono premiate dalla preparazione mirata, in precedenza trasferita ai futuri dipendenti, e dall’affidabilità degli stessi, che troveranno, data la formazione ricevuta, molto semplificato il contatto con l’azienda e viceversa. I tempi cambiano e, anche in fatto di rapporti di lavoro, l’innovazione è assolutamente d’obbligo, se non vogliamo chiudere le imprese, con le relative doloros
e conseguenze, che, purtroppo, proprio i giovani stanno subendo.

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