1797-1866: per Francia, Austria, Piemonte e Prussia, Venezia e Veneto erano semplice merce… Dal 1866, centoquarant’otto anni non sono passati inutilmente: oggi il Veneto è una delle aree più evolute d’Europa

di admin
Napoleone Bonaparte, sconfitti nel 1796 il Regno di Sardegna, l’austriaco Ducato di Milano e il Ducato di Modena, s’impossessò nel 1797 di Venezia, nonostante la sua dichiarata neutralità. Sentito il Maggior Consiglio, il 12 maggio, il centoventesimo e ultimo doge della Serenissima, Ludovico Manin (1725-1802), che solo mesi prima aveva coniato il suo zecchino d’oro,…

A conferma di quanto sopra, al Congresso di Vienna (1814-1815), fu redatto e firmato il trattato del 7 aprile 1815, per il quale la Lombardia, i territori dell’ex-Repubblica di Venezia e il Veneto furono definitivamente assegnati all’Austria, essendo imperatore Francesco I d’Asburgo-Lorena, che ebbe il titolo di re del Regno Lombardo-Veneto.
Cinquantuno anni più tardi, il Veneto fu assegnato al Regno d’Italia, a seguito di un accordo fra Francia, Prussia ed Piemonte, che, ovviamente, già in possesso della Lombardia – avuta nel 1859, mentre non ebbe il Veneto, per cui Camillo Cavour si dimise da presidente del Consiglio – mirava ad ottenere anche le terre ex-veneziane. Per capire il perché di detto accordo, va segnalato che alla Prussia premeva eliminare l’influenza austriaca su alcuni dei 34 regni che, con quattro città libere tedesche, costituivano il Deutscher Bund o Confederazione germanica – una specie di continuazione del Sacro Romano Impero, caduto nel 1806 – creata a Vienna nel 1815 e capeggiata dall’Austria stessa. La quale, da parte sua, mirava a indebolire la Prussia, che, con il cancelliere Otto von Bismarck, voleva gettare le basi di una futura Germania unita. Il cancelliere prussiano propose inutilmente all’Austria una riforma della Confederazione, secondo un proprio disegno, ossia, unire almeno gli Stati tedeschi del Nord, facenti parte della Confederazione stessa. Deciso ad attaccare Vienna, von Bismarck promise, quindi, al Regno d’Italia – in cambio d’un patto d’alleanza e di guerra all’Austria, poi firmato dal primo ministro Alfonso La Marmora (1804-1878), l’8 aprile 1866 – la cessione del Veneto, ancora in mano austriaca, ove fosse stata sconfitta l’Austria da parte della Prussia. Il Piemonte, da parte sua, avrebbe dovuto costringere alle armi Vienna, per terra e per mare – l’Adriatico – a sud dei suoi possedimenti. Ciò, affinché l’Austria fosse impegnata contemporaneamente, con le sue forze armate, su due fronti: nell’Europa centrale, ossia, in Boemia, contro la Prussia, e nel Nord-Italia, da dove essa avrebbe dovuto, comunque, ritirare parte della sua armata, per farle raggiungere quella del Nord, in Boemia, contro le truppe di Berlino. Il 5 giugno 1866, Vittorio Emanuele II ricevette un telegramma di Napoleone III, con il quale il monarca francese segnalava al Regno d’Italia che l’Austria sarebbe stata disposta a cedergli il Veneto, se l’Italia avesse garantito che non l’avrebbe attaccata, come invece era previsto. La cessione delle terre venete sarebbe avvenuta attraverso la Francia, la quale, una volta ricevutele, le avrebbe passate al Piemonte. La cosa – scrisse Alfonso La Marmora – dimostrava, l’attenzione francese verso l’Italia, la quale ringraziò Napoleone III, ma non accettò la proposta, decisa, per lealtà verso la Prussia, ad attaccare comunque l’Austria. Circa i buoni uffici di Napoleone III, si pensò che egli intendesse evitare la guerra fra Prussia ed Austria, con coinvolgimento dell’Italia… La quale, il 20 giugno 1866, dichiarò guerra all’Austria, volgendosi, con 146.000 uomini, verso il Veneto, su insistenza del generale Alfonso La Marmora, che, in merito, ebbe profonde discrepanze con il generale Enrico Cialdini, contrario all’attacco. Tuttavia, Napoleone III fece ritenere necessario ad Alfonso La Marmora, per telegramma, di operare immediatamente, prima che la diplomazia arrestasse, di fatto, le armate belligeranti; bisognava non indugiare ulteriormente il passaggio del Po… Cialdini, alla fine, proseguì verso il grande fiume… – in tal senso, cfr. Il generale La Marmora e la Campagna 1866, di Alfonso La Marmora, pp.118-121, 1868, Firenze. Sconfitto dall’Austria presso Custoza – circa 2000 morti e feriti a non finire nei due eserciti! – il 24 giugno 1866, il Regno d’Italia sostituì La Marmora, che era tornato nell’esercito, e tentò di rifarsi per mare, davanti all’isola di Lissa, oggi Vis, Croazia. Da notare, a margine, un particolare linguistico: parte dell’esercito di terra austriaco era formato da veneti e quasi tutta la Marina austriaca, continuatrice della Veneta Marina, era servita da giovani veneti, istriani e dalmati, per cui gli ordini venivano impartiti addirittura in veneziano. Lo stesso ammiraglio austriaco, Wilhelm von Tegetthof, ovviamente di lingua tedesca, s’esprimeva pure nella lingua di San Marco. La battaglia di Lissa ebbe luogo il 20 luglio 1866, mirando a rinchiudere la flotta austriaca a Pola, ma, fu un disastro per il Piemonte. Del resto, il ministro della Regia Marina del tempo, riteneva, il precedente 30 giugno 1866, grande responsabilità quella di far prendere subito l’offensiva a bastimenti, che non siano completamente armati e allestiti. La vittoria in mare da parte dell’Austria fu accolta dai marinai delle navi di Vienna con entusiasti Viva San Marco! Vienna, però, fu vinta dalle prussiane truppe, guidate dal generale Helmuth Karl Bernhard von Moltke, il 3 luglio 1866, a Hradec Králové, a Chlun e nella zona di Sadová, località boeme, oggi parte della Repubblica Cèca, a circa 90 km da Praga. Il citato Deutscher Bund – del quale faceva parte anche il Lombardo-Veneto – cessò d’esistere. Il 23 agosto 1866, a Praga, Prussia e Impero austriaco firmarono il trattato, con cui l’Austria s’obbligava, come previsto, a cedere il Veneto al Regno d’Italia, a patto, tuttavia, che la cessione delle terre venete, come già menzionato, avvenisse, appunto, attraverso la Francia, in quanto Vienna, non riteneva per sé dignitoso, cedere un territorio ad uno Stato, il Regno sabaudo, che non l’aveva sconfitta. Inoltre, l’accordo prevedeva la definitiva cessione, dopo consultazione delle genti venete, da tenersi sotto controllo francese, ad evitare eventuali pressioni, da parte dei Savoia, sulla popolazione locale… Frattanto, il 12 agosto 1866, fra Regno d’Italia e Impero d’Austria, fu firmata la tregua, seguita due mesi dopo, dall’armistizio. Il 16 ottobre dello stesso anno, quindi, a Verona, a palazzo Carli, tuttora esistente, in via Roma 31, presente il Consiglio municipale, l’Austria consegnava la città scaligera nelle mani del generale francese Edmond Le Boeuf, che, secondo quanto già stabilito, la passò al Municipio della città scaligera. Le truppe, i bersaglieri del Regio Esercito entrarono, il 16 ottobre 1866, nell’ormai ex città-fortezza asburgica da Porta Vescovo, mentre le truppe austriache lasciarono Verona, uscendo da Porta Nuova.
In precedenza, il 3.10.1866, dal lato militare, a Venezia, i generali Karl Möring, per l’Austria, ed il generale Thaon de Revel, per l’Italia, sottoscrissero la fine delle ostilità fra i due Paesi, non senza contrasti circa il fatto che l’Austria non avrebbe lasciato volentieri le sue fortificazioni ed il relativo materiale in mano italiana. Alla fine, l‘Austria sgomberò i bastioni e restituì anche la “corona ferrea” di Teodolinda, che nel 1859 era stata portata a Vienna. Il 19 ottobre1866, nell’Albergo Europa di Venezia, il Veneto (con la provincia di Mantova e il Friuli) fu consegnato ufficialmente nelle mani del già citato generale francese Edmond Le Boeuf (fatto, che già, come detto, lo stesso Alfonso La Marmora riteneva umiliante) e da questo al Regno d’Italia. Il plebiscito, voluto da Austria e Francia, garante la Francia stessa, relativamente alla cessione del Veneto ai Savoia, si tenne nei giorni 21 e 22 ottobre 1866. Assente il previsto controllo francese, il plebiscito vide alle urne 647.426 cittadini, su una popolazione di 2.603.009, dei quali solo 69 si espressero per il “no”; i “si”, in Verona e provincia, furono, 88.864, i “no” 2… Se studiosi nutrono dubbi su un corretto svolgimento delle dette votazioni, c’è anche chi osserva, d’altro lato, che la scarsa affluenza alle urne sarebbe stata dovuta alla diffusa scarsa cultura degli aventi diritto al voto.
Ricordiamo, non per ultimi – restando nel quadro della storia veneta e tornando alle inutili guerre – i troppo spesso dimenticati morti e feriti­, le tante vittime dei conflitti combattuti da parte francese, piemontese ed austriaca, comprese quelle delle battaglie di Custoza e di Lissa… Gente, di diversa provenienza, che ha perduto la vita, perché a ciò “costretta”­ da cieca brama di conquista. La quale, fra l’altro, facendo sentire i suoi costi materiali, diede origine a pesanti imposizioni fiscali su popolazioni senza colpa. Se, inoltre, l’offerta austriaca del 5 giugno 1866 ai Savoia della cessione del Veneto – offerta ovviamente interessata e determinata dal timore di probabili attacchi piemontesi – fosse stata subito accettata, i morti e i feriti di Custoza e di Lissa, anche di bandiera austriaca, ché le vittime erano e sono pur sempre uomini, non ci sarebbero stati.
Doverosamente ricordate le vittime, spiace che dal complesso di accadimenti, pur sommariamente descritto, il Veneto, con la sua grande storia, le sue tradizioni, la sua identità e la sua cultura, in buona parte creatisi sotto il governo centenario di Venezia, la prima Repubblica del mondo, sia uscito umiliato ed impoverito, dilaniato da dura fame e da pesante emigrazione. Ma, conforta che esso, tornata finalmente la pace, nel corso di tempi purtroppo lunghi e non sempre facili, abbia trovato la forza di riprendersi: la buona volontà, l’impegno, la laboriosità, l’imprenditorialità, la grinta verso il rischio economico e il sacrificio l’hanno fatto risorgere e lo fanno considerare, oggi, grazie alla piccola-media impresa, una fra le aree economicamente più evolute d’Europa. Area economica, per la quale si prevede, per l’anno in corso una crescita del Pil dell’1% e dell’export del 4,2%. Ci auguriamo che si rivivacizzino anche i consumi interni, supportati pure da un forte turismo, attratto dalla bellezza del territorio, dai suoi prodotti, dal sorriso di Venezia, con la sua Laguna, e dalle grandi risorse artistiche e paesaggistiche delle altre nostre città.

Condividi ora!