“Un noto ricercatore veronese presenta uno studio geografico su un vino pugliese!”

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Fenomeni geografici del “Verdeca” di Gravina nella viticoltura della Regione Puglia di Emanuele Poli*

Fatta una breve introduzione alla “geografia dell’agricoltura e dell’alimentazione”, con questo articolo si vuole dare uno sguardo al settore geo-vitivinicolo della Puglia, il quale è stato legato a questo territorio sin dal momento in cui la vite è arrivata sulle coste pugliesi, nel secondo millennio a.C. grazie ai Miceni e Fenici che navigavano lungo le rotte del mediterraneo. Nel particolare si vuole esaltare un particolare vino bianco, di origini antiche, prodotto a Gravina in Puglia, ovvero il “Verdeca di Gravina”; questo vino è di particolare interesse soprattutto perché è uno dei pochi a contenere vitigni autoctoni della zona, come il Greco e la Malvasia bianca. Al giorno d’oggi questo ha ottenuto la denominazione di origine controllata che ha comportato la modifica della denominazione in “Gravina DOC”, prodotto dalle cantine Botromagno di Gravina, ma che conserva ancora la sua antica veste.

1. Nozioni di geografia dell’agricoltura e dell’alimentazione
La “geografia dell’agricoltura e dell’alimentazione” va intesa come una branca della disciplina geografica, sviluppata a partire dall’ultimo secolo del vecchio millennio, a stretto contatto con i processi di produzione del cibo, nonché il suo consumo e la sua distribuzione nel tempo e nello spazio. Con l’affermarsi dell’industria agroalimentare e la rivoluzione dei trasporti, si assiste al fenomeno della “delocalizzazione” alimentare, ovvero lo svincolarsi del cibo dal legame con i luoghi di produzione. La ferrovia, le navi a vapore, infine i cargo aerei hanno permesso di trasportare i prodotti alimentari da un paese all’altro o anche da un continente all’altro, di produrli in un luogo per venderli e consumarli altrove. 
Pari passo si sono quindi evolute le nuove tecniche di conservazione, come contenitori ermetici di latta e vetro, ma soprattutto frigoriferi e congelatori, che hanno allungato la vita degli alimenti consentendo di trasportarli anche su lunghissime distanze.
Tutto ciò è sinonimo di “modernità”, ma si deve considerare che il “territorio” non è mai stato di moda; infatti il suo superamento anche se si è realizzato nel corso del XX secolo, era stato per secoli un importante obbiettivo. Il modello alimentare che spesso definiamo “tradizionale”, quello che implicherebbe una profonda armonia fra uomo e natura, tenendo conto del territorio e delle stagioni, è un modello che va valutato con cautela quando ci riferiamo alle epoche passate. Sia i contadini con la loro cultura della sopravvivenza, sia i ricchi con la loro cultura del privilegio, seguivano piuttosto altri modelli. La delocalizzazione insomma non è solo un fenomeno legato all’era moderna, come anche la “destagionalizzazione”.
La società industriale invece, non si pone più come obbiettivo primario ed esplicito la distinzione delle persone, negando ad alcuni ciò che ad altri è permesso, ma si fa interprete di una nuova ideologia di consumi accessibili a tutti. 
Il territorio inteso come valore non è una nozione antica, ma moderna: la “geografia del agricoltura e dell’alimentazione” è sempre esistita, perché il cibo è sempre stato condizionato dal territorio: la valorizzazione delle differenze e delle appartenenze locali, sono concetti caratteristici della cultura moderna, che vanno in disaccordo tuttavia con il fenomeno della globalizzazione (Monatanari, 2008).

2. La Regione Puglia
La Puglia è una regione dell’Italia meridionale, con una popolazione di 4.090.402 abitanti, il cui capoluogo è Bari. Confina a nord-ovest con il Molise, a ovest con la Campania e la Basilicata ed è bagnata dal mare Adriatico a est e nord e dal mar Ionio a sud. Il suo territorio è pianeggiante per il 53,3%, collinare per il 45,3% e montuoso solo per l’1,4% il che la rende la regione meno montuosa d’Italia. Il territorio collinare pugliese è suddiviso tra le Murge e le serre salentine. La Murgia è una subregione pugliese molto estesa, corrispondente a un altopiano carsico di forma rettangolare compresa per gran parte nella provincia di Bari e in quella di Barletta-Andria-Trani. Si estende a occidente toccando la provincia di Matera, in Basilicata; inoltre si prolunga verso sud nelle province di Taranto e Brindisi. Si suddivide in Alta Murgia, che rappresenta la parte più alta erocciosa, costituita prevalentemente da bosco misto e dove la vegetazione è piuttosto povera, e in Bassa Murgia, dove la terra è più fertile e ricoperta in prevalenza da oliveti. Le serre salentine, invece, sono un elemento collinare che si trova nella metà meridionale della provincia di Lecce.
Le pianure sono costituite dal Tavoliere delle Puglie, che rappresenta la più vasta pianura d’Italia dopo la Pianura Padana e occupa quasi la metà della Capitanata; dalla Pianura Salentina, un vasto e uniforme bassopiano del Salento che si estende per gran parte del brindisino (piana brindisina), per tutta la parte settentrionale della provincia di Lecce, fino alla parte meridionale della provincia di Taranto, e dalla fascia costiera della Terra di Bari, quella parte di territorio stretto tra le Murge e il mare Adriatico. In tutta la Puglia il clima è tipicamente mediterraneo: le zone costiere e pianeggianti hanno estati calde, ventilate e secche e inverni miti. Le precipitazioni, concentrate durante l’autunno inoltrato e l’inverno, sono scarse e per lo più di carattere piovoso in pianura, mentre sull’altopiano delle Murge sono frequenti le nevicate in caso di correnti fredde da est. In autunno inoltrato e in inverno sono frequenti le nebbie mattutine e notturne nella Capitanata e sulle Murge. Le escursioni termiche tra estate e inverno sono notevolissime nelle pianure interne: nel Tavoliere si può passare dagli oltre 40 °C estivi ai -2 °C / -3 °C delle mattine invernali.

3. Le origine della vite in Puglia
La vite è una pianta antichissima che da molti millenni è presente nelle zone temperate del pianeta. Per l’uomo primitivo la vite rappresentava una delle tante piante che gli dava i frutti per nutrirsi; quando l’uomo del Neolitico, circa diecimila anni fa, scoprì la possibilità di coltivare le piante spontanee per nutrirsi, intuì le virtù della vite. L’interesse nacque dal fatto che anche la vite, come i tuberi, era capace, interrando un tralcio, di radicare ed emettere germogli, dando origine ad una nuova pianta. Altra importante scoperta fu la fermentazione, che avvenne quando l’uomo tentò di conservare l’uva nelle fosse scavate nel terreno, come faceva con i cereali. Fu allora che si stabili un legame indissolubile fra la vite e l’uomo.
L’Europa è il continente di elezione dei vigneti; nel panorama vinicolo italiano, poi, la Puglia occupa una posizione di tutto rispetto. Con i suoi centomila ettari di vigneto rappresenta circa il 15% dell’intero patrimonio viticolo nazionale. 
Nel secondo millennio a.C. la coltivazione della vite fece la sua comparsa lungo le coste dell’Italia meridionale, dove fu introdotta dai navigatori miceni e fenici che incrociavano lungo le rotte commerciali del mediterraneo; a loro dobbiamo il dono della vite e del vino. Secondo la fu il guerriero greco Diomede, eroe nella guerra di Troia, che navigando nel mare Adriatico risalì il fiume Ofanto, ancorò la sua nave e piantò nel terreno vergine qualche tralcio di vite portato dalla sua terra come ricordo. Ebbe così origine la varietà Uva di Troia, che ancora oggi costituisce la base dei tanti rinomati vini pugliesi. Durante l’impero romano la Puglia raggiunse un notevole grado di fioritura economica, per la sua posizione geografica che ne faceva un centro di comunicazione di grandissima importanza. Fu quello un periodo florido per la coltivazione della vite. Con la caduta dell’Impero d’Occidente, lo spopolamento del territorio, il degrado dell’agricoltura, gli assalti dei banditi, concorsero tutti a frenare la produzione e il commercio del vino. A questo si aggiunse la diffusione dell’islamismo, con il divieto di coltivare la vite nei territori occupati. Il segreto della vinificazione si salvò solo grazie ai monaci e alle comunità ebraiche, che continuarono a produrre il vino. Dopo il Mille, con la ripresa dell’agricoltura, rinacquero anche i vigneti e la produzione del vino. Fu tuttavia necessario attendere qualche altro secolo prima di ritrovare la bevanda di Bacco tra i protagonisti dei consumi e dunque dell’economia occidentale. A questo punto l’ascesa dei vigneti divenne inarrestabile.
Per molti secoli, la vite da vino allevata in Europa fu la Vitis vinifera sativa; poi, verso la metà dell’Ottocento, fu casualmente introdotto sul suolo europeo un insetto emittente della famiglia degli Afidi, originario dell’America: la fillossera. Attaccava le radici e faceva seccare le piante; fu davvero un dramma, sino a quando non si scoprì che la fillossera non attaccava le radici delle viti americane, le quali purtroppo non davano i succosi e zuccherini grappoli di uva. Da quel momento tutte le viti ripiantate in Europa furono costituite da un nesto di vite europea, su piede americano. Quando la fillossera distrusse i vigneti francesi, aumentò enormemente la richiesta di vino pugliese, fino al 1892, anno della rottura delle relazioni commerciali tra Francia e Italia; il prezzo del vino crollò da 50 a 5 lire per ettolitro. Oggi il panorama è decisamente cambiato: nello spazio di poche centinaia di chilometri, si possono individuare microclimi e varietà di terreni che consentono una produzione vinicola molto differenziata, che si rivela diversa, non solo da provincia a provincia, ma anche da collina a collina. 
I pugliesi hanno tutte le buone ragioni per essere entusiasti del loro vino, che ha contribuito a sviluppare la loro economia. La base di partenza sono gli stessi vitigni delle radici storiche e protostoriche della Puglia e cioè l’Uva di Troia presente nella Daunia, il Primitivo diffuso nella Peucezia e il Negroamaro nella Messapia (Salento), ai quali si sono aggiunte molte altre varietà di viti, importate da altre zone, allo scopo di diversificare i prodotti e renderli più idonei all’attuale domanda di mercato.

3.1 La vocazione vitivinicola in Puglia
A percorrere la Puglia s’incontrano panorami tormentati fatti di calcare, terre rosse, alberi monumentali, letti asciutti di antichi torrenti ed estese pianure coltivate a vite e olivo, macchia mediterranea profumata di mirto, mortella, rosmarino.
La Puglia ha una cucina dai sapori nitidi e forti: l’olio che sente di oliva, il pomodoro che sa di sole, il pesce che ammalia il palato con il gusto fresco delle onde, e poi tanti pregiati vini che accompagnano ed integrano i sapori della sua invitante cucina.
È una terra di vini e mare di vino, dalle mille etichette, cantine, tipologie: bianchi, rosati, rossi, spumanti, liquorosi; Nero di Troia, Negroamaro, Malvasia sono nomi noti, gusti unici e singolari.
Vanta 26 denominazioni di origine controllata, sei indicazioni geografiche tipica, enoteche e wine bar in costante aumento, come le vendite dentro e fuori.
Almeno fino agli anni Ottanta la Puglia si accostava al mondo del vino con il ruolo di fornitrice della “materia prima” per accrescere e migliorare i vini del Nord Italia e dell’Europa. Finalmente negli ultimi decenni si è capito che i “grandi vini da taglio” potevano diventare “grandi vini” e basta.
Lo sforzo dei produttori e degli enologi che curarono le loro vigne con amore e tenacia viene premiato non solo dai riscontri del mercato, ma dalla soddisfazione del consumatore che trova nel vino pugliese la qualità e la tradizione.
Pur potendo contare su un ambiente ideale per la coltivazione della vite, la Puglia è rimasta per molto tempo nel limbo dell’anonimato circa la valorizzazione commerciale dei suoi vini. L’alta professionalità dei viticoltori e le tradizioni millenarie dei vini pugliesi hanno offerto da sempre un’ottima materia prima, che per secoli è rimasta relegata al ruolo di vini complementari.
S’imponeva un salto di qualità per adeguare la nostra enologia alla nuova realtà dei mercati, dando risalto alla gamma di sapori e profumi che solo in sole mediterraneo può offrire.
Il vino, che dapprima veniva consumato soprattutto come fonte energetica, ha allargato la sua funzione d’uso ad altre occasioni d’incontro; i consumi procapite sono dimezzati dagli anni Sessanta ad oggi, mentre cresce l’attenzione del consumatore per un prodotto qualificato, gradevole al palato, moderatamente alcolico, presentato in bottiglie allettanti.
Ecco allora la nuova parola d’ordine: produrre meno vino ed offrirlo in modo sostanzialmente diverso rispetto al passato.

4. Gravina di Puglia
Gravina in Puglia è un comune di 43.654 abitanti della provincia di Bari, in Puglia. Ospita la sede del Parco Nazionale dell’Alta Murgia.
Il toponimo “Gravina” proviene dalle gravine: spaccature della crosta terrestre simili a canyon. Sul motto riportato sul gonfalone cittadino vi è scritto “Grana dat et vina” (trad. “offre grano e vino”), attribuito alla città da Federico II del Sacro Romano Impero, il quale amava questa città tanto da definirla “giardino di delizie”. Egli infatti fece realizzare in loco un castello, del quale restano oggi soltanto i ruderi, che aveva la funzione di ospitare lui ed i suoi uomini, prima e dopo le battute di caccia svolte nel territorio murgiano.
La caratteristica di questo paese è di essere coperto, e ciò è dovuto alla presenza di molte colline alte, che non lo rendono visibile da molti punti esterni, ma anche alla sua struttura in discesa verso il torrente.
Il comune di Gravina è situato all’estrema propaggine dell’entroterra barese e delimita a sud-ovest il confine tra Puglia e Basilicata. Ha un’estensione di 381,30 chilometri quadrati, che ne fanno il 23° comune italiano per estensione territoriale. 
Dal punto di vista orografico fa parte della Murgia occidentale, con altitudine media minima di metri 338 e massima di metri 672. Parte della città si estende sulle sponde di un crepaccio profondo, molto simile ai canyon, scavato nella roccia calcarea da un fiumiciattolo, il torrente Gravina, affluente del Bradano, da cui prendono il nome le famose gravine della Murgia, in un territorio caratterizzato dalla presenza di numeose cavità carsiche, come il profondo Pulicchio di Gravina.
La vegetazione comprende numerosissime specie (pseudo steppa mediterranea) a cui si contrappongono interminabili uliveti e vigneti, ma anche la coltivazione del grano duro è tra le peculiarità del territorio. Il Bosco comunale Difesa Grande, con i suoi 2.000 ettari, è uno dei piu importanti complessi boscati dell’intera Puglia.
Il clima è tipicamente mediterraneo: gli inverni sono relativamente miti, con temperature che solitamente scendono mai sotto lo zero; le estati sono invece calde e secche, con temperature che nei mesi piu caldi (luglio e agosto) sfiorano i 40 °C. queste particolari condizioni climatiche determinano l’alternarsi di due stagioni favorevoli alla vegetazione, quali primavera ed autunno.

4.1 Il settore primario e la cucina
Il vastissimo territorio di Gravina è solo in una modesta parte caratterizzato dal carsismo, mentre la frazione più significativa dell’agro gravinese si presenta in maniera molto efficace all’agricoltura. Per lo più esso è destinato alla cerealicoltura. Estesi sono comunque i vigneti e oliveti. Questi ultimi hanno una caratterizzazione mista con le cultivar coratina, nostrana, ecc. In città sono presenti 9 frantoi di macinazione e trasformazione per la produzione dell’olio Extravergine di Oliva DOP Terra di Bari.
L’agroalimentare gravinese offre pietanze che rappresentano unicità e salubrità nel genere culinario. Cenni storiografici indicano Gravina come città del grano e del vino, come scritto nello stemma cittadino. La flora dell’Alta Murgia offre una vasta gamma di verdure selvatiche autoctone che caratterizzano la cucina gravinese nella sua completezza. Nei manoscritti presenti presso la Fondazione Ettore Pomarici Santomasi, lo scrittore Domenico Nardone citava l’agro di Gravina come uno dei terreni più fertili della provincia, che offre in ogni genere di prodotti abbondanza ed eccellenza.
Prodotto di pregio è il Cardoncello, fungo selvatico che cresce nella Murgia gravinese, ma la sua coltivazione si è diffusa negli ultimi anni anche attraverso pani da impiantare nel terreno.
La filiera lattiero-casearia rappresenta una punta di eccellenza grazie ai latticini a pasta filata ed ai formaggi sia freschi che stagionati, fra i quali il Pallone e il Fallone. È praticata la trasformazione del latte bovino, caprino e pecorino, grazie alla diffusione di pascoli allo stato semi-brado su tutto il territorio dell’Alta Murgia.
Anche le carni, inoltre, offrono altre specificità culinarie d’eccellenza: quali la salsiccia a punta di coltello con seme di finocchio, la soppressata, la salsiccia pizzintella e la ventresca.
Gli estesi vigneti garantiscono una produzione ampia e diversificata, nell’ambito della quale spicca un vino autoctono quale la Verdeca di Gravina, oggi Gravina DOC.

5. Il “Verdeca” di Gravina
Un manoscritto del 1871 oggi custodito nel museo della Fondazione Ettore Pomarici Santomasi, si magnificavano le qualità di un vino spumante che avrebbe potuto far concorrenza ai vini di Francia. Questo vino era chiamato Verdeca di Gravina, non per l’utilizzo dell’omonimo vitigno, bensì per i suoi marcati riflessi verdognoli. Era un vino famoso in tutto il circondario. Veniva spumantizzato in maniera quasi inconsapevole mediante la rifermentazione in contenitori sigillati delle varietà locali, Greco, Malvasia bianca e Bianco di Alessano, che in virtù delle basse temperature delle cantine ipogee scavate nel tufo, a Gravina, manteneva un buon residuo zuccherino risultando mosso e delicatamente piacevole al palato.
Rimaneva nelle botti durante l’inverno per chiarificarsi e quindi assumere una buona vena di dolce, aromatico, amabile, gradevolissimo al palato per la leggera spuma dovuta all’anidride carbonica discioltasi nella lenta fermentazione.
Veniva venduto direttamente dai piccoli produttori nelle numerose locande cittadine, soprattutto all’inizio dell’estate, in coincidenza della Fiera di S. Giorgio, che si svolge da quasi sette secoli. Il riconoscimento DOC ed il rilancio sul piano commerciale ha comportato la modifica della denominazione in Gravina DOC, pur restando nella sua antica veste.

Scheda tecnica

Categoria
Vino Bianco
Anno
2011
Produttore
Botromagno
Classificazione
D.O.P. Gravina
Forme di allevamento
Cordone Speronato
Suolo
Sabbioso, su strati di roccia calcarea
Produzione
120000 bottiglie da 750 ml
Tecnica di produzione
Fermentazione per 15 giorni in vasca di acciaio a temperatura controllata, ed affinamento per 4 mesi in vasche d’acciaio inox, non svolge fermentazione malolattica.
Gradazione alcolica
12% vol.
Note Degustative
Di colore giallo paglierino, all’olfatto è fruttato, con note evidenti di mela, pesca, albicocca ed ananas, e floreale, al gusto presenta una piacevole freschezza, sostenuta da una buona acidità e persistenza
Abbinamenti alimentari
Frutti di mare, crudi di pesce, minestre speziate, cucina asiatica, carni bianche
Regione
Puglia
Provincia
Bari
Comuni
Gravina in Puglia
Il Gravina DOC è prodotto dalla cantina Botromagno, con presidente Beniamino D’Agostino, in una struttura modernissima, realizzata con tutti gli accorgimenti necessari perché la trasformazione delle uve e la produzione del vino avvenga secondo i dettami della più avanzata tecnologia. Il “Gravina”, il vino bianco che vent’anni fa con il conferimento della denominazione di origine controllata ha sostituito il famoso “Verdeca di Gravina”, oggi è il più interessante vino bianco prodotto in Puglia. Oltretutto uno dei pochi ottenuti esclusivamente da uve autoctone come il Greco e la Malvasia bianca. Il disciplinare di produzione del vino a denominazione di origine controllata prevede anche il Bianco d’Alessano, ma negli ultimi anni la politica della Botromagno è stata improntata verso la valorizzazione del vitigno Greco, presente su questo territorio da tempi lontani, che assicura un prodotto più interessante, più moderno e con una forte personalità. Il successo commerciale del “Gravina DOC” sia sui mercati nazionali che su quelli esteri, conferma che la scelta tecnica operata dall’enologo della Botromagno, Severino Garafano, era quella giusta. Anche gli apprezzamenti della stampa internazionale ormai sono all’ordine del giorno; è il frutto di un percorso orientato esclusivamente verso la qualità. “Questo ci incita a fare sempre meglio, sforzandoci di perfezionare i prodotti già esistenti” – afferma D’Agostino. D’altronde nel comprensorio attorno a Gravina le uve di qualità si producono da quando è arrivata la vite, ancora prima della civiltà greca. Qualche studioso avanza l’ipotesi che l’uvaggio del famoso “Verdeca” l’avesse perfezionato addirittura l’imperatore Federico II di Svevia, che come già detto in precedenza, costruì a Gravina un castello di caccia. Così quando nel 1952 fu creata la Cantina sociale della Riforma Fondiaria con lo scopo di valorizzare le produzioni enologiche locali, il successo fu immediato. I consumatori venivano apposta a Gravina per approvvigionarsi di “Verdeca”, approfittandone poi per visitare la città e scoprire la sua proposta gastronomica. Venti anni fa la Cantina sociale e una famiglia di imprenditori locali, i D’Agostino, danno vita ad una società a capitale misto, la Botromagno, per rispondere meglio alle sfide commerciali che avrebbero poi interessato il mondo del vino. Non erano ancora i tempi della globalizzazione, però si guardava già avanti, intuendo che per il “Gravina” c’erano potenzialità non ancora sfruttate. La prima iniziativa è quella di coinvolgere il miglior enologo presente in Puglia, Severino Garofano, che amplierà anche le tipologie di vino prodotto dalla Botromagno, affiancando al “Gravina doc” un rosso, il “Pier delle Vigne”, un rosato, il “Silvium” e uno splendido vino da dessert, il “Gravisano” e un frizzantino che richiamasse l’antico Verdeca denominato “Le Terre di Federico”. Permettendo cosi alla Botromagno di passare dalle centomila bottiglie prodotte dalla vecchia cantina sociale alle attuali trecentocinquantamila. L’ultima novità è un vino ottenuto da uve Primitivo vinificate in purezza. Le uve sono selezionate in vigneti presenti in agro di Gioia del Colle.
Riflessioni conclusive
Alla luce di quanto detto nei precedenti paragrafi, si può notare come il “Verdeca di Gravina”, oggi “Gravina DOC”, sia stato insieme agli altri vini di qualità prodotti in Puglia un sinonimo di devozione verso un’agricoltura, e in particolare una viticoltura, che è sempre stata legata a questa regione, con tradizioni antichissime che col passare dei secoli non sono andate svanendo, anzi, sono al giorno d’oggi oggetto di vanto per quanto riguarda la salvaguardia dei prodotti tipici della zona, ma anche dal punto di vista commerciale, con produzioni destinate non solo al mercato regionale e nazionale, ma anche internazionale, con tutti i riconoscimenti che rendono fieri i produttori di questo vino, che alletta il palato dei consumatori, in una realtà dove il vino non è più una semplice bevanda prodotta allo scopo di conservare e fornire risorse energetiche, ma è un vero e proprio caposaldo della cultura alimentare in Puglia, in Italia e in tutto il mondo.

Bibliografia
Montanari M., Il “gusto della geografia”, Laterza, Bari, 2008.
Montanari M., Sabban F., Storia e geografia dell’alimentazione, Utet, Torino, 2006.
Nigro R., Puglia e Basilicata: viaggio nella cultura del vino, Mario Adda Editore, Bari, 2008.
Novembre D., Geografia dell’alimentazione, Edizioni universitarie Milella, Lecce, 1972
Pizzillo M., E la Verdeca di Gravina conquistò anche Federico II, La Repubblica.it – sezione: In cantina, 27 agosto 2002, p. 15.
Poli E., Crisi, agricoltura ed ambiente. Riflessi contradditori nella Geografia dell’agricoltura e dell’alimentazione, in vol. “Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena”, Modena, vol. 143, 2012.
Teti V., Il colore del cibo: Geografia, mito e realtà dell’alimentazione mediterranea, Meltemi, Roma, 1999.
http://www.si-wine.it/it/vini/gravina-doc-botromagno.html
http://www.botromagno.it/it/verdeca-di-gravina.html

* Emanuele Poli, dottore di ricerca in Scienze della Terra; nell’anno accademico 2012-2013 è docente di Geografia Umana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Pavia e di Geografia dell’Agricoltura e dell’Alimentazione presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Bari Aldo Moro.

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