A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II

di admin
Raniero La Valle, come giornalista ha diretto durante gli anni del Concilio Vaticano II L’Avvenire d’Italia, uno dei più prestigiosi organi di informazione sull’evento. Può raccontarci un suo ricordo personale e uno più legato alla sua professione di testimone di un così grande evento storico in Italia?

Dal momento che il nostro convegno si tiene l’11 ottobre, posso ricordare come ho vissuto quella sera dell’11 ottobre 1962, quando al termine della giornata di apertura del Concilio, Giovanni XXIII si affacciò alla finestra e fece il famoso “discorso della luna”. Io mi trovavo negli studi della televisione in via Teulada, perché mi era stato chiesto di preparare un documentario sul Concilio, da trasmettere la sera dell’apertura: in quanto direttore del maggiore quotidiano cattolico del tempo, ero un presunto conoscitore delle cose della Chiesa, e fu per questo che la Rai si rivolse a me. La Rai ha avuto una grande importanza nel Concilio, è stato uno dei fattori per cui, per la prima volta nella storia della Chiesa, un Concilio è stato veramente universale, cosa questa che è stata una delle caratteristiche fondamentali del Vaticano II, come ha fortemente sottolineato Karl Rahner. La Rai, che in quanto servizio pubblico di preminente interesse generale, aveva allora il monopolio in Italia, aveva anche l’esclusiva delle riprese dal Vaticano, ed il suo segnale era ritrasmesso in tutto il mondo. Quella mattina la TV era stata in piazza San Pietro, per trasmettere lo spettacolo di quel grande fiume bianco di vescovi che dal portone di bronzo col papa era sceso verso la basilica. Le telecamere erano perciò ancora puntate sulla piazza; si sapeva che la sera alle 9 ci sarebbe stata la fiaccolata dei romani per festeggiare l’inizio del Concilio, e noi per andare in onda aspettavamo di avere quelle immagini, da usare come una specie di siparietto iniziale prima di far partire il documentario vero e proprio. Ma quella sera succede qualcosa. Non era previsto che il papa parlasse, ma il suo segretario mons. Capovilla gli disse: «Santo Padre, almeno guardi dai vetri». Giovanni guarda, vede lo spettacolo, si commuove e parla: «Cari figlioli…». Noi avemmo un attimo di esitazione, perché quel fuori-programma metteva in crisi la nostra programmazione, ma Luca di Schiena che aveva il controllo e la regia degli eventi vaticani, gridò: «Non staccate il collegamento, teniamo la diretta per tutto il tempo che dura». È così che il mondo ha avuto in diretta il discorso della luna. Ma, stranamente, nel filmato di quella serata, diventato poi famoso, il papa non si vede, si sente solo la sua voce, perché le telecamere erano puntate sulla piazza, sulla fiaccolata, sulle colonne, sulle statue dell’emiciclo, ma non sul papa, che non era previsto. Un cameraman che oggi facesse una ripresa così, sarebbe subito licenziato: ma allora fu una cosa mirabile, perché quasi per caso grazie a quelle telecamere malmesse, ci è rimasto un documento straordinario di uno dei momenti più alti del Concilio e della Chiesa stessa.

E che discorso è stato?
Sembrava un discorso d’occasione, da cui al massimo si potesse ricavare un segnale della tenerezza del papa. Ma quel discorso diventò una pietra miliare del Concilio, il vero inizio di un concilio che si sarebbe giocato non dalla parte dei vescovi, ma dalla parte dei discepoli, della gente comune, di quelli che quella sera erano lì in quella piazza. Con la luna compare la categoria teologica dei segni del tempo, ripresa dai segni del tempo del vangelo (Matteo, Luca). Il segno della luna, suggerisce il papa, come quello delle vostre fiaccole, dice che questa è stata una bella giornata, “una grande giornata di pace”. Pochi mesi dopo, nella sua enciclica “Pacem in terris”, i segni dei tempi prendono forma come luogo teologico in cui collocare il rapporto dei cristiani col mondo, evocano una crescita umana che è nella direzione del regno di Dio: il riscatto dei lavoratori, la conquistata dignità della donna, la liberazione dei popoli dal dominio, e poi la pace, il diritto, l’Onu, le Costituzioni. C’è poi la riconsiderazione della stessa figura del papa. «È un fratello che vi parla –, dice Giovanni XXIII –, diventato padre per volontà del Signore». Il Papa è rimesso dentro la Chiesa, non più sulle vette al di sopra di essa. Come nei tempi messianici non c’è più né uomo né donna, né libero né schiavo, né ebreo né gentile, così nei tempi messianici che sono già iniziati non ci sono più paternità e fraternità ma tutto, tutto è grazia e amore di Dio. E infine c’è il mandato: «portate a casa il Concilio, date una carezza ai bambini e dite che questa è la carezza del papa». A quel popolo di discepoli assiepato lì nella piazza, il papa non dice di stare solo ad ascoltare, di fare gli spettatori, ma dice di fare qualcosa, di andare, evangelizzare, annunciare la vicinanza e l’attesa del Cristo, “ricominciare a camminare”. Senza questa missio, non sarebbe apparso fin dalla prima sera il vero senso del concilio. Il concilio non era fatto per gli addetti al culto, non era fatto per la Chiesa dei maestri dei dottori e dei vescovi, era fatto per i discepoli, era fatto per la Chiesa dei fedeli, per la Chiesa degli uomini e delle donne del nostro tempo, l’umanità intera. Nessuno, per entrare nella piazza, era stato richiesto del certificato di battesimo, della legittima appartenenza a quella Chiesa di cui quello che parlava alla finestra era il capo. Tutti erano venuti liberamente, e tutti erano liberamente accolti ed inclusi. Il Concilio era fatto per loro.

Come il Concilio Vaticano II ha segnato una svolta nella storia della Chiesa del Novecento?
La Chiesa era intristita da un lungo torpore. Con l’ateismo già una parte dell’umanità era stata portata ad abbandonarla, con la secolarizzazione un’altra gran parte ne sarebbe stata alienata. Le sicurezze che per secoli la Chiesa aveva creduto di ottenere dai suoi rapporti col potere erano cadute. Finiva l’età costantiniana. Quella sera dell’11 ottobre era stato evocato un lontano Concilio, quello di Efeso del 431 che aveva definito la maternità divina di Maria, perché anche in quello c’era stato un popolo che con fiaccole ed incensi aveva celebrato l’evento. Però c’era una grande differenza: il Concilio di Efeso era stato convocato dall’imperatore, che ne aveva promulgato d’autorità le conclusioni, così come il primo Concilio, quello di Nicea, era stato convocato e vigilato da Costantino; e quei Concili, così decisivi per la formulazione della fede nell’incarnazione, erano finiti nei conflitti più aspri in cui erano stati coinvolti vescovi, patriarchi, papi, imperatori e popoli interi. Con il Vaticano II la Chiesa è libera dal potere, si libera dal potere, rivendica una condizione di libertà e si dichiara soggetta solo alla Parola di Dio. E’ come se la Chiesa si desse una seconda nascita: ed in quel momento richiama tutta la Tradizione precedente, la rivisita, e la restituisce rinnovata, spogliata dei vecchi orpelli, al “mondo di questo tempo”. Così facendo il Concilio Vaticano II, così come aveva suggerito Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura, si pone in continuità con gli antichi Concili, ma non solo li richiama come “precedenti”, ponendosi come il XXI dopo gli altri venti, ma li ricapitola e li riassume purificandone la memoria e facendone la vera esegesi, ponendosi come ermeneutica di tutti i precedenti Concili. Come per Efeso, così per Nicea, Costantinopoli, Calcedonia, Trento, il Vaticano I, la tradizione di tutti i Concili confluisce nel Vaticano II, e papa e vescovi insieme, senza interferenze di poteri terreni, ne accrescono la comprensione. Il problema pastorale, peculiare del Concilio, è allora quello di esprimere la Tradizione, e perciò di annunciare la fede e narrare la storia della salvezza, ”nella forma che la nostra età esige”, secondo le culture e i linguaggi del tempo. Ed è precisamente in forza di ciò che, nonostante l’incomprensione e le proteste dei “tradizionalisti”, la Tradizione arricchita purificata e “aggiornata” viene ritrasmessa alle generazioni future. Perciò perdere il Vaticano II vorrebbe dire aprire un vuoto nella Tradizione, che potrebbe trasformarsi in una voragine.

Quale fu il clima sociale e politico che accompagnò il Concilio?
Il mondo veniva dalla grande tragedia della guerra mondiale. In molti Paesi, a cominciare dall’Italia, la democrazia era appena all’inizio, la guerra fredda imperversava, a Cuba si era rischiata una guerra nucleare, e le armi atomiche minacciavano la futura distruzione del mondo, mentre la fame di gran parte dell’umanità lo distruggeva nel presente. Perciò c’era bisogno di una altissima fondazione, che non poteva essere solo etica, ma doveva risultare da un incontro tra l’umano e il divino, della pace, della libertà, dell’unità umana, dell’amore delle persone e della solidarietà tra i popoli. C’era bisogno di una speranza fondata non sull’antropologia del peccato e della natura decaduta, ma su un’antropologia positiva dell’uomo comunque amato da Dio. Il Concilio ha cercato di offrire al mondo questi fondamenti.
Le donne per la prima volta hanno potuto partecipare cinquant’anni fa a questo grande evento. Una svolta che ha cambiato il modo di vedere e rappresentare il femminile all’interno della Chiesa?
No, in realtà non hanno partecipato. Ma, dopo, si sono aperte a loro perfino le Facoltà pontificie, e sono diventate teologhe, bibliste, e hanno cominciato a ricomprendere la fede cristiana liberandola dall’involucro della cultura patriarcale e maschile nel quale è cresciuta. Un giorno tutta la Chiesa ci arriverà.

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