Maastricht. Maastricht. Una saggia normativa c’era, ma da molti Stati non fu rispettata.

di admin
Nel dicembre 1991, l’allora Comunità Europea – formata da dodici Stati – si autodenominò ufficialmente “Unione Europea”. Di essa erano parte anche Gran Bretagna e Danimarca, che, tuttavia, non accettarono tutte le sue norme, non volendo perdere, in particolare, la loro autonomia in fatto di politica monetaria nazionale e non vedendo bene la creazione di…

La nuova Unione si dotò, con il Trattato di Maastricht del febbraio 1992, di regole precise in fatto di bilanci statali; nel 1995, a Madrid, l’UE decise la denominazione “euro” per una futura moneta europea; fece sì che, già dagli anni 1996-1997, persone e merci potessero passare da un Paese-membro all’altro dell’Unione stessa, senza più controlli confinari (doganali); nel 1997, ufficializzò ad Amsterdam il “patto di stabilità”, che prevedeva (e prevede) i principi economico-finanziari, che ogni Stato-membro avrebbe dovuto rispettare, sia per aderire all’Eurosistema, sia per potere, una volta entrato, rimanerci (Gran Bretagna e Danimarca escluse); il 1° gennaio 1999, l’UE introdusse l’euro come unità di conto (restavano in circolazione le monete nazionali, ma i conteggi relativi agli scambi fra i Dodici avvenivano in euro). Fu solo il 1° gennaio 2002 che l’euro – in monete e banconote – entrò ufficialmente in circolazione, sostituendo le monetazioni nazionali, mentre, nella giustificata euforia, non si pensava minimamente al significato del non rispetto, da parte degli Stati in cui la moneta unica avrebbe circolato, della normativa che ne regolava la stabilità. A causa di tale “non rispetto” l’euro si trasformò, con il tempo e per molti Stati, quasi nella maggiore delle loro proprie disgrazie economico-finanziarie, soprattutto perché la sua normativa non permette quelle spese pubbliche, che creano consenso, ma che sono causa d’inflazione, e la libertà di svalutare, onde dare impulso all’economia, mentre, tuttavia, perde valore la moneta in tasca ai cittadini…; svalutare è poi comodo, per ridurre, scorrettamente, il debito pubblico. Oggi l’euro circola nei seguenti Paesi: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Cipro, Estonia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna.
Non vi è dubbio che l’introduzione dell’euro sia stata una grande iniziativa, che ha permesso di gettare le basi per un’ulteriore integrazione fra i Paesi UE, se non fosse che prima dell’euro avrebbe dovuto essere creata una vera e propria Europa “politica”. In tal senso, tuttavia, se introdurre l’euro è risultata cosa abbastanza semplice, difficilissimo sarebbe risultato indurre gli Stati aderenti a rinunciare, in breve tempo, a innumeri proprie sovranità per la creazione di un’Europa politica, sovranità che, peraltro, si basano su tradizioni, storia e visioni economico-finanziarie e politiche radicatissime, troppo diverse le une dalle altre (da Stato e Stato) e tali che solo grande sforzo e lunghissimi tempi, forse, potranno unire in futuro, pure nel rispetto dei più differenti modi di vita, di derivazione antichissima e da conservarsi, così come sono, nell’animo di ognuno di noi. Europa politica vuol dire Stato a governo unico, sovranazionale a base federale – quello che effettivamente nell’Unione Europea, anche al di là della questione euro, occorre – non tuttavia per fare politica di destra o di sinistra, ma per operare, per costruire, per fare che sì che tutti gli Stati aderenti agiscano allo stesso modo in campo economico, finanziario, fiscale e politico – pur tenendo conto, in modo concordato, si diceva, di particolari locali – nel quadro di un minimo di regole comuni, e non così come s’è fatto sinora, con i terribili risultati giornalieri che schiacciano l’Europa. Non è possibile che ogni Stato, pur avendo la stessa moneta, faccia una politica di fisco e di spesa propria, senza tenere conto che i suoi possibili errori ricadono su tutti gli altri Stati membri, non dimenticando che molte volte, certe politiche fiscali e di spesa pubblica corrispondono di più all’interesse della politica dello stare al potere, che al bene della nazione amministrata. Bisognerebbe, in sostanza, armonizzare, rendere urgentemente uguali, in ogni Stato aderente, la tassazione del reddito, del patrimonio (da noi, è tale, per esempio, l’Ici o Imu…), dell’impresa, dei dividendi, delle cedole dei Buoni del Tesoro… e diversi tipi di legislazioni in fatto di strutture, che non si comprende come non possano venire introdotte in Italia, se bene funzionano nei Paesi UE, tipo Austria, Germania, ecc. ed in Svizzera…
Al di là di tutto ciò, ma con diretto riferimento a ciò, direttive importanti, destinate a dare stabilità all’euro, si diceva, l’UE se l’era date (art. 140), ma diversi Stati, una volta entrati nell’Eurozona, di esse non hanno tenuto conto… – a dire il vero, l’Italia “godeva” già di un debito pubblico del 114% nel 1999 e del 106% nel 2002… Una loro esatta e puntuale applicazione, ovviamente non semplice, non ci avrebbe fatto cadere nel caos della speculazione internazionale, nel quale purtroppo ci troviamo. Non abbiamo rispettato il contenimento del deficit (differenza fra entrate e uscite annuali dello Stato e degli Enti pubblici) e del derivante debito pubblico (totale dei deficit accumulati in anni di spesa e che stiamo accumulando), né abbiamo posto in atto, su altra sponda e per motivi di calcolo politico, le misure capaci di dare sviluppo al Pil.
Tre sono i criteri – li ripetiamo, sottolineando che esistono dal 1992 – che avrebbero dovuto sostenere la stabilità dell’euro, criteri che, alla fine dei conti, non sono che le giuste regole, semplici, del resto, del buon padre di famiglia, il quale spende avvedutamente solo quando il portafoglio lo permette e per gli stretti bisogni familiari, non indulgendo a richieste che, una volta accolte, se possono fare ottenere consensi, deteriorano irrimediabilmente la tasca, il bilancio. Un modo d’agire quest’ultimo che sa di demagogia e che dimentica come esso abbia danneggiato e danneggi la moneta unica e come questa non appartenga al solo stato spendaccione, ma ad altri sedici Stati per un totale di 330.550.000 persone, che con un venire meno dell’euro, potrebbero cadere in conseguenze disastrose… Si è pensato a questo?
Ogni Stato-membro, secondo il Trattato di Maastricht, avrebbe dovuto ed ora deve perseguire: – la stabilità dei prezzi, tenendo presente che il tasso d’inflazione non superi l’1,5% del tasso relativo ai tre Stati dell’Unione più virtuosi – normalmente è ritenuto sostenibile un tasso del 2%; – un deficit di bilancio non superiore al 3% del Pil; un debito pubblico non superiore al 60% del Pil – oggi il debito italiano ammonta a 1946 miliardi di euro, pari al 124% del Pil… Uno Stato che si trovasse nei parametri prima cennati, vedrebbe crescere occupazione e ricchezza.
Quanto sopra, per sottolineare che l’euro non chiede nulla di straordinario, se non uso oculato delle risorse statali, ossia, conti in normale regola. I quali, non condotti secondo la normativa di Maastricht, danneggiano i propri cittadini, come li danneggiano anche quando non mettono in atto riforme strutturali, quali quelle già in essere negli altri Stati dell’Unione. Fattori comprensibilmente non facilmente accettabili, ma andare fuori mercato è peggio – ci rimette il piccolo – come l’esempio greco insegna. In merito, va ricordato che la politica ha il grande compito di fare il meglio per la Nazione e, quindi, usare con massima attenzione e cura le risorse derivanti dall’imposizione fiscale, che dev’essere equa e, al tempo, non laccio per l’economia, ne esclusivamente orientata ad incassare per coprire spese senza limite e demagogiche. In Italia abbiamo una pressione fiscale a livello inaccettabile, la quale frena quell’iniziativa privata, che c’è e che è unica fonte di benessere sociale, e respinge gli investimenti dall’estero… Inoltre, la pressione fiscale (47,3%) ci pone fra gli ultimi, nella graduatoria degli Stati dell’Unione con maggiore sviluppo economico, anche perché, come conseguenza, ci facciamo superare da essi in fatto d’innovazione e di produzione, nonostante la grande capacità e volontà imprenditoriale di cui disponiamo.

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