“INVITO A TENERE CHIUSO”: LE COMMESSE SI MOBILITANO DI NUOVO CONTRO LE APERTURE DI PASQUA, DEL 25 APRILE E DEL PRIMO MAGGIO

di admin
INTANTO CGIL CISL UIL DI CATEGORIA HANNO SCRITTO AI SINDACI, AI VESCOVI ED AI PARTITI DI TUTTO IL VENETO SOLLECITANDOLI A SCHIERARSI E AD “ALAZARE LA VOCE” PER FERMARE “CASSA SELVAGGIA”.

Hanno scritto ai Sindaci, ai Vescovi, ai partiti; lo ripeteranno da decine di megafoni davanti ai centri commerciali e lo volantineranno nelle città: per Pasqua e pasquetta, oltre che per il 25 aprile ed il  primo maggio, si tengano chiusi i negozi!
L’appello di Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, Uiltucs-Uil, firmato dai Segretari regionali Adriano Filice, Maurizia Rizzo, Luigino Boscaro è stato diramato questa mattina con l’intenzione di creare un ampio fronte, anche culturale, contro quella logica che tende a far prevalere le ragioni del profitto sui sentimenti (religiosi o laici) che ogni lavoratore deve avere il diritto di poter coltivare ed oscurare il senso di così importanti festività annacquandole nel richiamo consumistico.
“Il lavoro – dicono – non è una merce, ma un diritto costituzionale che non può essere abusato per interessi di pochi e a danno di molti.” E’ una frase decisa su cui chiedono alla società veneta di schierarsi ed ai Comuni di operare con tutti gli strumenti di cui dispongono per contrastare le aperture commerciali in feste così importanti per la storia italiana e la tradizione religiosa. Gli stessi valori di libertà, dignità dell’uomo e amore universale che evocano sarebbero infatti traditi – ammonisce il sindacato – dalla sovrapposizione su tutto del mercantilismo senza remore.
Quanto ai cittadini, Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, Uiltucs-Uil evidenziano in quattro punti le ragioni della propria contrarietà in un volantino dal cubitale titolo: “INVITO A TENERE CHIUSO” che da oggi verrà distribuito nella regione in decine di migliaia di copie:
queste aperture non portano nuova occupazione, ma scaricano invece pesanti disagi sui turni di lavoro alle lavoratrici e lavoratori  con conseguenze alle  loro famiglie.
aprire di festa non significa generare “più consumi”, perché si vive in un momento   drammatico di crisi, che non favorisce espansione commerciale;
la società civile ha diritto di vivere fuori dai centri commerciali; le lavoratrici e i lavoratori,  hanno diritto di stare insieme ai loro familiari e sentirsi parte di una comunità che si riconosce nei valori che ispirano le festività.
precisiamo che con queste aperture si svuota il senso religioso e laico di queste festività riducendo i cittadini a solo consumatori, calpestando di fatto il senso di comunità e di valori della nostra società.

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