CGIL SU TAGLI SANITA’

di admin
La discussione che si è riaperta in Veneto a proposito del cosiddetto “taglio delle ASL” rischia di essere, per così dire, fuorviante. Il punto, infatti, non è se intervenire con la mannaia, passando dall’oggi al domani alle ASL provinciali o se usare il falcetto, magari portandole a 16.

Il punto è un altro e si riferisce al modello di servizio socio-sanitario che si intende perseguire, salvaguardando efficienza e universalismo, professionalità di operatrici e operatori e accessibilità ad una rete di servizi che deve essere adeguatamente e fortemente integrata sul versante sanitario e su quello sociale.
Il tema dei tagli alle ASL, che ci piace chiamare, più correttamente “revisione degli ambiti territoriali delle ULSS”, è stato posto dalla CGIL fin dal primo incontro con la Regione, propedeutico all’avvio del tavolo tecnico sul nuovo Piano Socio Sanitario Regionale e più volte ribadito in tutte le sedi possibili, ad esempio in occasione della nostra audizione in V Commissione e, in questi ultimi giorni, in occasione di un convegno sul tema delle cure primarie, sulla base del modello assistenziale tarato sulle 24 ore e 7 giorni su 7.
Un modello funzionale a realizzare maggiore appropriatezza nel ricorso ai Pronto Soccorso (intasati da richieste di interventi e prestazioni che potrebbero essere efficacemente svolte nell’ambito di strutture territoriali debitamente organizzate) e per altro verso a trasferire risorse dall’ospedale al territorio, riservando il ricorso al ricovero ospedaliero alle fasi acute e alle prestazioni che necessitino di particolari procedure e strumentazioni, trasferendo al territorio tutto quanto attiene alle cure primarie, alla continuità assistenziale e terapeutica, con il coinvolgimento e la messa in rete dei Medici di medicina generale e dei Pediatri di libera scelta, degli operatori tutti della sanità, degli specialisti dei distretti.
La definizione degli ambiti territoriali, accompagnata dalle schede di dotazione ospedaliera e territoriale, deve essere funzionale alla progettazione e realizzazione ottimale di questo percorso, in un quadro chiaro di vera programmazione sociale e sanitaria, che non può essere calata semplicemente dall’alto o fortemente caratterizzata dagli interessi, spesso di parte o meramente elettorali, di parte della politica. Così come vanno tenute nella debita considerazione le legittime preoccupazioni espresse dai Sindaci e dai cittadini troppo spesso messi difronte a scelte che vanno nella mera direzione della chiusura di questo o quel piccolo ospedale senza poter disporre di adeguate alternative nel territorio.
Una programmazione, quindi, che definisca luoghi, tempi di realizzazione e risorse da mettere in campo per la realizzazione diffusa di questi presìdi territoriali, riconvertendo e aggiornando le vecchie UTAP (che hanno dato mediamente risultati assai scarsi, per non dire fallimentari) per passare al modello più simile alle Case della Salute (già realizzate in altre Regioni italiane), quali punti unici di accesso ai servizi e presa in carico delle persone, coniugando accoglienza, prenotazione e accesso a tutti i servizi sociali e sanitari. Pensiamo ad ambulatori a gestione infermieristica per le principali patologie croniche e per la medicina di iniziativa in collaborazione con i Medici di medicina generale; alla specialistica ambulatoriale nelle ore diurne, alla diagnostica di base, al primo soccorso per potenziali codici bianchi e verdi grazie anche alla riconversione dei servizi di guardia medica, pensiamo a strutture che possano essere anche sede (o essere collegati a sedi) di consultori familiari, centri di salute mentale, SERT, e quant’altro possa consentire di offrire ai cittadini una vera e propria rete qualificata di servizi.
Una programmazione, infine, che dovrà prestare particolare attenzione e dare priorità ai territori che saranno coinvolti nella dismissione di strutture ospedaliere che devono essere riconvertite secondo il modello H24, perché tutto può accadere, tranne che lasciare migliaia di persone prive di una rete di servizi socio sanitari di prossimità, in grado anche di svolgere un efficace servizio di prevenzione e di educazione alla salute fin dalla prima infanzia.
La CGIL da tempo rivendica un tavolo vero di confronto su questi temi, con la Regione, gli Enti Locali e le aziende sanitarie, sia a livello regionale che territoriale perché una discussione che si limitasse in astratto a valutazioni solo numeriche (7, 16, perché non 12 ULSS?) rischia di apparire più interessata a logiche di difesa di interessi di parte che ad un’idea di riforma di un Servizio Sanitario del quale vogliamo preservare il carattere pubblico e universalistico.

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