Riso a Minerbe, Verona -Un passato di economia, di storia e di paesaggio

di admin
Con oltre quattromilasettecento abitanti, il Comune di Minerbe si caratterizza per la sua terra argillosa e per le sue acque, perfettamente adatte alla produzione del riso, l’Oryza sativa, e, in particolare, del “vialone nano”. A Minerbe – il romano Vicus minervinus – come in altre zone del Veronese, era uso, perché così la natura permetteva,…

 L’operazione di semina avveniva intorno al 25 aprile, festa di San Marco (la piantina spuntava in otto-dieci giorni) ed era l’inizio di un insieme di attività, concimazione compresa, che davano vita all’ambiente e di che vivere, sebbene molto modestamente, alla gente del luogo. La quale, oltre a ricevere riso, come ricompensa per l’attività di produzione, utilizzava anche il pesce delle risaie, in esse prima liberato, avendo esso la funzione di potente antiparassitario naturale, durante il periodo di crescita del riso. Grande ed importantissimo era, allora, il compito delle “mondine”, che intervenivano verso fine luglio, quando, cioè, a Sant’Anna, la pianticella di riso si predispone a dare origine alla spiga. Le mondine, come dice il termine stesso, avevano il compito di togliere le erbacce nocive, ma, al tempo, di “strapiantàr” le piantine di riso, spuntate in posizione non adatta. Le mondariso lavoravano per giornate e giornate, per dieci ore al dì, con mani nel fango e piedi sempre nell’acqua, tanto nell’ancora troppo fresco maggio, come nell’afa di giugno-luglio, tempestate, per giunta, da punture di zanzara e di tafano; spesso venivano colpite da malaria. Erano a tale pesante attività costrette dalla crisi economica della pianura padana.
      Verso ottobre, fino ai primi anni Cinquanta, la raccolta avveniva a mano, si disponevano a mucchi le piantine raccolte, dopo averle tagliate con un seghetto, si trasportavano tali mucchi, detti “faie”, su piccole imbarcazioni, nelle corti, dove il tutto veniva posto sull’aia ad essiccare, per poi venire trebbiato, con macchina mossa a vapore. Una descrizione questa, necessariamente breve, ma comunque, indicativa di un’opera faticosa, che occupava diversa gente. Pesati i chicchi di riso con il “minàl” (contenitore da circa 25 kg) e terminato, quindi ogni lavoro, era il momento della “galzéga del riso”, ossia, della festa annuale di fine raccolto. Una festa, che si ripete  tutt’oggi, a Minerbe, in settembre, e che permette, fra l’altro – come s’usava un tempo – di gustare ottimo riso.
           Oggi, Minerbe ricorda l’attività produttiva risicola proponendo percorsi storico-ambientali, che se, da un lato, mirano a creare turismo, dall’altro propongono un ambiente agreste originale, offerto dagli “Itinerari delle antiche Pile (mulini per il riso) di Minerbe” – dove si vedono manufatti legati, appunto, all’antica coltura risicola – e dalla “Green Way di Binavigo”, caratterizzata da elementi d’interesse naturalistico e storico-documentale, nonché dal “Parco del Fratta-Gorzone”, con ampio sistema di luoghi d’acqua. Perché, dunque, non visitare gli ambienti di un glorioso passato, osservando la natura e rendendosi conto personalmente della vita di tempi, ormai, lontani?
   

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