CONFCOMMERCIO VENETO: CONTRATTO UNICO? NON FA PER NOI FLESSIBILITà OK, MA IN SICUREZZA; Sì A FORMAZIONE E APPRENDISTATO

di admin
Le riforma del mercato del lavoro riguarda, in Veneto, circa 2 milioni di occupati. Oltre 460mila sono impiegati nel Terziario. Di questi, oltre 209mila sono uomini e poco più di 250mila donne. La percentuale complessiva (tutti i settori) di occupati tra i 15 e i 64 anni, nel 2010 superava il 64%, mentre il tasso…

In questo contesto, il Terziario rappresentato da Confcommercio Veneto con oltre 50mila imprese nei settori del commercio, del turismo e dei servizi, costituisce una parte consistente, e in evoluzione, della nostra economia. Ecco perché è necessario sgomberare il campo da alcuni luoghi comuni se si vogliono costruire le basi per un mercato del lavoro che sappia rispondere ai bisogni delle imprese consentendo parallelamente maggiori opportunità d’impiego.
Non dimentichiamo che i nostri settori, a livello nazionale, hanno generato negli ultimi 10 anni quasi 900mila nuovi posti di lavoro e rappresentano un’opportunità anche per il riassorbimento di lavoratori espulsi da altri settori.
Tuttavia il protrarsi della crisi, unita alla presenza massiccia di grandi superfici di vendita, negli ultimi due anni ha determinato la chiusura anche di attività appartenenti al Terziario, anche qui in Veneto. E la liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura non farà che aggravare la situazione, spazzando via le attività tradizionali e i posti di lavoro a esse legati. In questo periodo di crisi, le nostre piccole e medie imprese sono quindi chiamate a sorvegliare più fronti, da una posizione che – a dispetto dei luoghi comuni, non è più privilegiata, ma essa stessa precaria. Fino a qualche tempo fa l’imprenditore accettava il rischio d’impresa, perché – se gli andava bene – portava al successo; oggi non è più così: per la piccola impresa il rischio si sta trasformando in una mazzata generale dove gli stessi imprenditori sono precari.
Tornando alla riforma del Lavoro annunciata dal premier Monti e dal ministro Fornero, per quel che ad esempio riguarda il cosiddetto contratto unico, dico che non si può pensare di creare nuovi posti di lavoro riducendo la flessibilità in entrata, perché molte delle nostre imprese lavorano sulla stagionalità, su eventi temporanei caratterizzati da altrettanto temporanei picchi di attività.
E poi, volendola guardare da un’altra ottica, il problema non sta tanto nell’avere un posto fisso per tutta la vita, anzi: la mobilità, ne sono convinto, è uno stimolo alla crescita individuale e, conseguentemente, a quella di un Paese (e qui, scusatemi, sono costretto a dar ragione a Monti). Il problema, però, è che questa mobilità non si trasformi in precarietà a vita o in disoccupazione, e questo succede quando non funzionano rapidamente le transazioni da un’occupazione a un’altra.
Allo stesso tempo, bisogna affrontare il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro in termini di professionalità, promuovere il rapporto scuola-impresa, favorire il nuovo apprendistato (i nostri settori assumono oltre il 40% degli apprendisti totali) e mettere in campo nuove misure che consentano il mantenimento al lavoro o la ricollocazione, magari accompagnate da agevolazioni retributive e formazione continua, degli Over 55, alla luce della riforma che sposta l’età pensionabile ai 66/70 anni. Una misura che vale anche per gli imprenditori, che, dovendo cedere il passo, sono esclusi da ogni assistenza e ammortizzatore per arrivare in maniera dignitosa all’età del pensionamento.
  

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