Debito pubblico ed euro in Italia e nell’Unione Europea

di admin
Pesanti i problemi da risolvere. Occorre un unico e rigoroso sistema finanziario-amministrativo europeo.

Diciassette Paesi, quelli dell’Eurosistema, con diciassette economie a conduzione diversa, ossia, che vanno per proprie strade, ovviamente, con risultati divergenti. Il Trattato di Maastricht – firmato nel febbraio 1992 dagli allora dodici Euromembri, entrato in vigore nel novembre 1993 e accettato, in diverse successive fasi, da tutti i diciassette attuali Eurostati – detta una normativa semplice, chiara e seria sulla conduzione economico-finanziaria, diretta ad unico risultato: ogni Stato aderente all’Eurosistema chiuda i conti annuali con un deficit, che non superi il 3% del Pil, e con un debito pubblico non superiore al 60% del Pil stesso, e il tasso d’inflazione non sia superiore all’1,5% della media dei tassi degli Stati con meno inflazione. Quindi, in verità, una norma  amministrativa c’era e c’è, se non fosse che solo pochi Eurostati l’hanno dovutamente rispettata.                Nel 1996, l’Italia aveva un debito pubblico del 121%, nel 1998, del 120% e nel 1999, anno d’introduzione dell’euro (non ancora moneta) del 113,5%. Nel 1997 – debito pubblico a circa il 118% – si applicò la ‘tassa per l’Europa’, un’imposizione fiscale, che mirava a adeguare i conti pubblici italiani alla normativa di Maastricht. Debito pubblico nel 2002, anno d’introduzione dell’euro-moneta: 108% (contro il 60% previsto). A questo punto, sorge spontanea la domanda: l’Europa, la finanza europea sapevano o non sapevano che il debito pubblico italiano era di poco sotto il doppio di quanto prescritto dalle norme per una corretta entrata italiana nell’area dell’euro e che le prospettive per una crescita italiana, sufficiente a diminuire l’entità del debito pubblico, non erano delle più rosee, visto che si continua ad affermare, e giustamente, che l’economia italiana non cresce da quindici anni?                    Oggi, il debito pubblico attuale, pari a quello di circa tre lustri fa, affanna il mondo internazionale della finanza, che, tuttavia, non sarebbe preoccupato, se sapesse che la crescita in Italia ha buone previsioni, che, invece, sono negative, per il 2012 (OCSE -0,5%) o modestissimamente positive (OCSE: +0,5%) per il 2013…, e che, di conseguenza, segnerà un tasso di disoccupazione, altra disgrazia, dell’8,6%, se tutto andrà bene. E ciò, per un debito pubblico, creato negli anni, dalla politica, dalla stampa di banconote e di certificati del Tesoro. Speriamo nella realizzazione del pareggio di bilancio a fine 2013, per dimostrare alla Germania, scioccamente, talvolta, presentata come ostile all’Italia, e alle Borse internazionali che la buona volontà non manca e che ci fa invidia la crescita tedesca nel 2011 del 3% e un deficit, per lo stesso anno, dell’1% (Italia 2011:4%), contro il 3% ammesso da Maastricht. Certo, dobbiamo pure ricordare che la Germania, Angela Merkel – che data la situazione internazionale, non possono dirsi certi del futuro, per quanto al meglio si agisca – hanno saputo sgessare positivamente la loro situazione economica interna, con massimo rispetto per il mondo del lavoro, cosa che dobbiamo fare anche noi, con il risultato che l’euro in mano tedesca è come se fosse stato svalutato di circa und 33%, creando un clima favorevole all’export, elemento più importante per una economia. Che, poi, anche la Bundesrepublik possa avere i suoi problemi, dovuti alla congiuntura internazionale, è altra cosa.
         L’opinione pubblica, in generale, certamente non correttamente informata, addossa all’euro la colpa dell’attuale malandata e pesante situazione italiana. Le cose non stanno così. L’euro, sebbene oggi di controvalore molto oscillante, rispetto al dollaro americano, è moneta forte. Ad indebolirlo sono le situazioni economiche o i debiti pubblici di Grecia, Italia, Irlanda, Spagna e Portogallo, Paesi che, dalla loro entrata nell’Eurozona, non hanno rispettato le regole sopra citate, previste da Maastricht. Essi hanno speso troppo in passato, prodotto poco, e, alcuni, anche fatto più che abbondante uso della moneta a buon mercato, come nel caso del settore immobiliare. Inoltre, si è saputo che la Grecia, abbastanza recentemente, mentre indicava in un 3,5% il deficit, lo aveva effettivamente al 15%, ossia, 12 punti in più, rispetto al 3% richiesto da Maastricht. Per salvarla, non sono bastati i 110 md di euro già trasmessile e ne occorrono ancora, se saranno, poi, sufficienti, 115, per sistemare i suoi buoni del Tesoro e deficit. È solo und esempio. Indebolisce l’euro ancora il fatto che l’estero ha in portafoglio buoni del Tesoro di detti stati, buoni che, essendo più venduti che acquistati per la mancanza di fiducia nei rispettivi emittenti, creano problemi in banche e compagnie assicurative, che li hanno in portafoglio. In merito, va rilevato che per circa un 60%, i Btp italiani sono in mano di risparmiatori e di Istituti italiani (buona cosa!), mentre un 40% è in possesso di portatori esteri: la Francia ne ha in portafoglio per 330 miliardi, la Germania per 150 miliardi. Di fronte ad una tale situazione, con il pericolo di perdite enormi in linea capitali, il buon amministratore, vende per non rimetterci – com’è avvenuto, creando, però, panico internazionale, sebbene le sue vendite siano da considerarsi giustificate – dovendo avere attenzione un accorto tecnico di non creare perdite ai suoi cittadini o soci. Ne deriva che possibili compratori di Buoni del Tesoro italiani pretendano tassi maggiori, a copertura di impreviste e non impossibili perdite future, causate da grandi vendite sul mercato internazionale. Di qui, il noto e terribile differenziale fra Btp e Bund (Bundesanleihe, ossia, Buoni del Tesoro tedeschi), superiore a 500 punti, ossia, al 5%, quando in Germania siamo allo zero interessi per le nuove emissioni… Se del Bund mi fido, m’accontento, dunque, anche di meno dell’1%, anzi, pago qualcosa, perché il denaro in mano di Berlino è al sicuro; se del Btp non mi fido, chiedo un tasso di oltre il 7%… Così, pensa l’investitore estero, che ha fatto salire alle stelle le quotazioni delle missioni tedesche. Mentre scriviamo, 17.1.12, il differenziale segna 465 punti. Diciamogli; “dominuisci ancora!”
          Il fatto, poi, che l’Italia debba emettere, nel corso del 2012, nuovi Bot per circa 400 miliardi di euro, per rimborsare quelli in scadenza, fa paura all’investitore, perché potrebbe accadere che l’offerta del Tesoro venga assorbita in parte o addirittura rimanga senza compratori. Speriamo di no, ma questo, anche perché il servizio interessi sui Bot in corso pesa sulle casse statali per circa 70/80 miliardi l’anno, che potrebbero aumentare in velocità, se per tutte le nuove emissioni venissero richiesti tassi ad oltre il 7%, quando il limite massimo, accettabile dalla finanza guardinga, può superare appena il 4%. Interessi da pagare e Bot da rinnovare sono un vero macigno per l’Italia, di difficilissima digestione.
Può essere, e ce lo auguriamo, che quotazioni di borsa e differenziale Btp-Bund migliorino, ma va segnalato che in sede internazionale, si chiede alla Banca Centrale Europea di acquistare ulteriormente Bot italiani, per sostenerne la quotazione e tenerne, quindi, basso il tasso, ma bisogna pensare che la BCE non ha questo compito e che gli acquisti sinora fatti ed utili per l’Italia, se non sono sufficienti a fare da equilibrio alle vendite (di nostri titoli), non sono visti bene da alcuni partner europei, appunto, perché compito primo della BCE è curare la stabilità economica dell’Unione Europea e non il salvataggio di obbligazioni di Stati dell’UE. La BCE ha fatto e fa già più del possibile, senza dimenticare che il 13 gennaio un ulteriore abbassamento del rating ha colpito i titoli di Stato italiani – l’agenzia Fitch suggerisce alla BCE di acquistare ancora Bot italiani, data la debolezza economica attuale e futura, in percolo di recessione, e non solo italiana, se vuole salvare l’euro –, della Francia e di altri Paesi UE, Austria compresa. D’altra parte, abbiamo und deficit di circa il 4% e un debito pubblico superiore a 1900 miliardi di euro, un’inflazione al 2,8% (invero, dovuta di massima al petrolio) mentre, come accennato, una crescita troppo contenuta per il 2013, non fa prevedere possibilità di diminuzione del debito pubblico, ossia, se non riusciamo a produrre ricchezza e gettito fiscale, non è possibile convogliare denaro verso la riduzione del debito. Il quale, somma di deficit annuali senza numero, difficilmente scenderà nel breve, solo perché, finalmente, ci siamo imposti il ‘pareggio di bilancio’ per il 2013, troppo pesanti essendo le spese fisse dello Stato e ancora troppo pesantemente ingessata l’economia. Di grande aiuto saranno le misure prese e che saranno prese dal Governo Monti per ridare fiducia ai mercati, specie in fatto di debito pubblico, sebbene bisognerà continuare a provvedere ad altro (crescita maggiore, più capacità competitiva, ulteriori risparmi pubblici), onde la nostra economia si rivivacizzi e possa contrastare il rating negativo, recentemente assegnatoci da Standard & Poor’s di BBB+, nonostante che Angela Merkel abbia affermato che “l’Italia ha preso misure straordinarie e degne di attenzione”, che “all’insicurezza dei mercati dobbiamo rispondere assieme” e che “le misure prese dall’Italia convinceranno i mercati nel medio termine”. Ma i mercati, volatilisimi, continuano a non avere fiducia nella solvibilità italiana – c’è da sperare che le recenti nuove imposizioni fiscali non rallentino troppo il cammino economico, già difficile – anche se, inoltre, il Tesoro ha piazzato bene, una settimana fa, una nuova emissione, a interesse non dolorosissimo per le casse statali. Le quali, non potranno contare, dopo i recenti declassamenti, su consistenti acquisti di Bot da parte dell’estero, che già si è rivolto e sta volgendosi, come accennato, altrove…, perché il denaro corre verso dove si sente meglio trattato e al sicuro (le fughe di capitali insegnano). Intanto, per i Paesi in difficoltà finanziaria, sta scattando il Meccanismo Permanente Europeo per la Stabilità, sostitutivo del Fondo salva-stati (anche questo sotto osservazione delle rating-agenzie!).        O gli Stati in sofferenza vengono aiutati o qualcuno di essi potrebbe uscire dall’Eurosistema, con danno per gli uni e gli altri, mentre, fra Monti e Merkel, sono state concordate azioni in ordine alla crescita, una base giuridica unica in direzione di una più incisiva convergenza, una regolamentazione finanziaria vincolante in fatto di bilanci pubblici, misure in fatto di lavoro, la tanto dibattuta armonizzazione fiscale, introduzione dell’imposta sulle transazioni finanziarie (che, tuttavia, va attentamente studiata), ed eliminazione di normative e di burocrazia, che intralciano l’economia. Tutto, non dimenticando, sottolineamo, che non è l’euro a creare l’attuale crisi, ma i debiti pubblici, il cui peso di possibile insolvibilità, ricade sulla moneta unica, che, in vero, con la sua ridotta quotazione attuale, prevista anche nel lungo periodo, favorisce le esportazioni. Una crescita di lungo periodo, con buona occupazione, ricordiamolo, si ottiene con le misure, liberalizzazioni e privatizzazioni comprese, che stiamo mettendo in atto, meglio se con maggiori tagli di spesa pubblica, con ulteriore lotta all’evasione, nonché con attenzione anche all’istruzione (che dev’essere adeguata ai tempi), alle infrastrutture e, non ultima, con minore imposizione fiscale sulla casa. Resta troppo pesante la pressione fiscale. Certo, un risanamento completo, necessario anche a fare affluire capitali dall’estero, non è possibile d’un tratto. Se tutto va bene, data l’anemica crescita attuale e futura italiana, che nel contempo va, appunto, senza indugio, stimolata, soprattutto attuando le misure citate, i risultati potranno divenire tangibili – meglio tardi… – nel giro di anni. Intanto, pensiamo anche alla reale e definitiva applicazione del recentemente deciso, a livello europeo, Patto di Bilancio. Una soluzione, questa, assolutamente necessaria e che se fosse già operante, non farebbe pensare agli erurobonds, quale salvagente, del resto, necessariamente provvisorio, perché, si sa, la causa del male va tolta alla radice, nel caso attuale, con le “riforme” e con norme di contabilità pubblica, ben definite a livello europeo e rigorosamente messe in pratica da ogni Eurostato. Poi, si potrà parlare di eurobonds, per i quali, per ora, la Germania non può garantire con il denaro dei suoi cittadini-contribuenti, anche per non minare la propria attuale solidità. La quale l’ha trasformata, come sappiamo, in base logistica degli obbligazionisti in fuga dai cosiddetti periferici, sebbene ci si chieda, quanto a lungo tale situazione potrà durare. Comunque, sarà determinante l’incontro europeo del prossimo 30 gennaio, mentre importante è che si addivenga al più presto ad un’amministrazione unica della finanza europea, con norme della massima rigorosità, che è, poi, quella antica del “buon padre di famiglia”.

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